Tempo di lettura stimato: 3 minuti

gourari

ECM ha pubblicato recentemente un CD della pianista di origine russa Anna Gourari.

Il disco propone un affascinante programma che mette a confronto due capolavori: le Visions Fugitives op.22 di Sergej Prokofiev (1891-1953), miniature di un artista versato nelle grandi forme, e la terza Sonata di Fryderyk Chopin (1810-1849), un romanzo scritto da un poeta dell’aforisma.

A guisa di intermezzo una bellissima miniatura di Nikolaj Medtner (1880-1951), autore su cui spero di tornare presto in questa rubrica.

Le “Visions Fugitives”, e questo ascolto me lo ha riconfermato, sono una porta ideale attraverso la quale un amante del jazz può avventurarsi nel giardino lussureggiante della musica “classica” e scoprire che questi mondi possono essere più vicini di quanto sembri.

Una digressione a questo punto: da sempre la parola jazz va a braccetto con un’altra con cui nella “vulgata” quotidiana sembra identificarsi: improvvisazione. Associandole si è certi di essere compresi e di aver tracciato, con una buona approssimazione, i confini dell’ambito semantico in cui ci si muove.

Per fortuna il rapporto che intercorre tra i due concetti non è così semplice; nel jazz esistono infatti molte “gradazioni” del tasso di improvvisazione. Alcuni artisti sono improvvisatori “totali” (pensiamo ad esempio a Steve Lacy), altri spostano il proprio baricentro altrove. Ascoltate lo splendido “Body and Soul” dalle sessioni pianistiche del sommo Art Tatum e scoprirete una “classica” in cui prevale l’arrangiamento, la costruzione.

Si capisce chiaramente che è “jazz”, il linguaggio è quello, le letture sono però molteplici.

Il medesimo rapporto tra improvvisazione e scrittura, in una prospettiva rovesciata, esiste anche nella musica concertistica. Molti compositori sono stati formidabili improvvisatori e hanno riversato questa attitudine nelle loro opere. Sergej Prokofiev fu uno di questi.

Nel 1917, dopo diverse opere dal carattere modernista (penso ai “Sarcasmi” per pianoforte) egli termina un’opera pianistica nuova che getta un ponte saldamente immaginario tra scrittura ed improvvisazione; si tratta appunto di queste venti miniature, “Visions Fugitives” op. 22, già nel titolo un’immagine visuale a rendere il carattere evanescente di questa musica.

“Penne d’aquila” avrebbe detto Schumann, variazioni senza un tema che si staccano come bolle di sapone, nelle quali la struttura sfugge allo sguardo e sembra essere situata in qualche luogo lontano nella fantasia del compositore, anche se non manchiamo mai di percepirne la presenza equilibrante.

In questi gioielli si precisano molti aspetti dello stile di Prokofiev: un’armonia oscillante e spesso politonale, lo struggente senso lirico e l’inclinazione elegiaca, un’elegia orientata però in una direzione futurista e stravagante che non sarebbe piaciuta ai parnassiani, estranea com’è a reminiscenze classicheggianti.

Non troveremo qui gli acrobatici virtuosismi pianistici di Balakirev o il percussivismo così tipico dell’estetica di quegli anni, ma un’atmosfera ricca di inedite combinazioni timbriche che talora sembra riallacciarsi allo Chopin delle Mazurche.

E proprio Chopin termina il disco con la sua grande Sonata in si minore op 58, la terza ed ultima del suo catalogo.

In questo celebre lavoro, nel quale l’autore decide di esprimersi entro schemi ben definiti, troviamo tra le altre cose, come nota Charles Rosen, una personale rivisitazione pianistica della melodia operistica italiana, in particolare belliniana (Bellini era molto amato da Chopin) nel contesto di una ricerca molto avanzata, ai limiti del linguaggio tardo-romantico, ma siamo solo nel 1844.

Ogni volta, di fronte alla musica di Fryderyk Chopin, uno dei massimi compositori della musica occidentale, si resta colpiti dalla profonda originalità e modernità che spaventò persino Schumann e che neppure il tempo ha consumato.

Nonostante una fama infondata di compositore “da salotto” il suo è un universo, come osservò Wilhelm von Humboldt, separato dal mondo reale esterno così come dal mondo soggettivo della coscienza, affermazione che potrebbe essere valida genericamente per tutta la musica ma che raramente appare vera come all’ascolto delle magiche creazioni chopiniane.

Questa Sonata presenta grandi difficoltà esecutive e numerosi aspetti anticonvenzionali come ad esempio, nel primo tempo, la mancata riproposizione del primo tema nella ripresa. E’ una composizione molto amata ed è stata incisa da tutti i più grandi pianisti del Novecento.

Anna Gourari l’avevo già ascoltata in un disco Berlin Classic dedicato ai Preludi di Skrjabin, il grande autore russo che io purtroppo non riesco ad amare molto per via di alcuni versanti torbidi della sua pur notevolissima musica. Quel disco però mi aveva rapito, pure su questo terreno a me straniero, per la chiarezza del pensiero ed il senso del fraseggio di rara lucidità, teso come l’elastico di una fionda.

In questo CD l’artista ribadisce tutte le sue qualità e dimostra di essere una delle migliori pianiste sulla scena internazionale, ben più convincente, sia sotto il profilo tecnico che interpretativo, di molte star dai nomi altisonanti cui troppo spesso vengono intonati alti peana.

Apprezzabile è inoltre la sua capacità di risolvere con pertinenza i tanti problemi di ordine stilistico posti dall’esecuzione di opere così lontane tra loro.

Un disco bellissimo e magnificamente registrato, con la consueta presa del suono calda e ravvicinata cara al produttore Manfred Eicher, qui più naturale del solito.

Articoli scelti per te:

Ti è piaciuto l'articolo? Lascia un commento!

Commenti

commenti