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La parola klezmer nasce dall’unione di kley e zemer: canto e strumenti. Il termine indica il genere musicale tradizionale delle comunità ebraiche dell’Europa orientale poi disperse in tutto il mondo. In esso possiamo scorgere il tratto di un’unione ma anche il presagio di una lacerazione: canto e strumenti come corpo e anima o come prigione e fuga?

La coesistenza di sentimenti opposti è del resto una sigla di questa musica vitale e disperata. Nella tormentosa storia del popolo ebraico l’attacco più micidiale non fu solamente sferrato contro le persone ma anche, forse soprattutto, contro il loro linguaggio. Come si sa, infatti, la lingua ebrea tedesca, l’yiddish, scomparve praticamente dall’Europa orientale dopo la seconda guerra mondiale.

Se il popolo rappresenta il corpo biologico di una nazione, per quanto in questo caso frammentato in una diaspora dolorosa, la sua vera casa è il linguaggio. Ogni popolo abita il proprio linguaggio e da esso è abitato: nella sua memoria brulica un muto, incessante colloquio con i propri antenati. Colpendo la parola, le persone si indeboliscono, si toglie loro la gioia del vivere e questa infamia, da che mondo è mondo, i persecutori di ogni estrazione e talento hanno saputo metterla in pratica molto bene, sempre.

Per me la musica, oltreché anzitutto un modo di vivere, è anche la consapevolezza più alta della possibilità di un linguaggio; essa particolarmente può esprimere l’inesprimibile, l’ineffabile dice Jankélévitch, e in tale slancio vedo racchiusa la possibilità stessa della conoscenza. Forse anche della felicità?

In una civiltà fondata sulla parola, come quella ebraica, proprio la musica assume un rilievo paradossalmente centrale, poiché in grado di sublimare il verbo e trascenderlo nella meraviglia dei sogni, dell’arte.
Una sera di tanti anni fa ebbi modo di assistere al concerto di un trio straordinario che mi fece conoscere tutto questo attraverso una rappresentazione fatta sì di suoni ma anche di molto altro.

Nella vita ci è dato ascoltare tanta musica: bella, brutta, spesso orribile (Sanremo è alle porte, una bomba mediatica sta per essere fatta brillare sopra le nostre teste…).

Quella sera milanese ascoltai dal Rhapsódija Trio qualcosa di unico per me: era musica taumaturgica, nella quale le nozioni di gioia e pianto coesistevano, erano anzi divenute la medesima cosa.

Ascoltando più attentamente, scoprivo dell’altro. Questa dialettica diveniva sempre più conturbante: dietro il sorriso potevi vivere lo sbalordimento dell’orrore, la prigionia adombrata dal disincanto, la tenerezza sotto le grida. L’identità era duplice, molteplice. Non erano più canti, era un linguaggio che risuonava sopra una misteriosa profondità, libera ed enigmatica.
E’ musica classica, questa? Che importa. E’ un universo intriso di bellezza, nel quale semplici canzoni sanno ergersi ad un rango infinitamente più alto.

Suoni che si nutrono di storia e di memoria capaci di ispirarci, oggi come nel passato, ben più del diluvio di musica convenzionale e volgare che il diavolo personalmente confeziona e distribuisce giorno dopo giorno. Poiché portatori di valori validi per ognuno di noi.

Il trio, quella sera ormai lontana, era formato da Maurizio Dehò al violino, Luigi Maione alla e Gian Pietro Marazza alla fisarmonica. Successivamente quest’ultimo musicista è uscito dal gruppo, il suo posto è stato preso da Nadio Marenco e con questo fisarmonicista il Rhapsódija Trio continua tuttora la propria attività, producendosi in concerti applauditissimi che vi raccomando di non perdervi per nessuna ragione.

Dopo quella famosa serata milanese mi affrettai anche a procurarmi i loro dischi, pure imperdibili e oggi purtroppo introvabili nei negozi (per fortuna sono scaricabili o acquistabili fisicamente su iTunes, Amazon e compagnia: in questa grande discarica che è internet si trovano anche delle gemme, questo mi conforta).

Essi recano titoli suggestivi: Staré Mesto (1994), Spartacus (1997), Iatrìa (2001), Fango di quartiere (2003), Poetical Roentgen Kabinet (2007), Chant de joie et de regret (2011).

L’unione ‘errabonda’ di questi tre strumenti, adattissimi a portare con sé nel caso di una fuga improvvisa in piena notte, esprime quell’indicibile senso di precarietà ed inquietudine che la condizione dell’esule porta con sé.

La musica dei Rhapsódija è in larga parte costituita da composizioni originali, belle e sempre ricche di idee, come anche da brani tradizionali provenienti dalla cultura yiddish e dal ghetto di Varsavia, tangheade argentine, melodie gitane e musica classica a questo multiforme universo apparentata (Bartòk, Vivaldi, Mussorgsky). Il loro “io” lirico si intreccia con la storia e sa rileggere personaggi dalla forte carica simbolica come Konrad Roentgen (1845-1923), lo scopritore dei raggi X o Spartacus, il gladiatore proveniente dalla Tracia che sfidò la Repubblica romana capeggiando una rivolta di schiavi.

Mi piace pensare a queste musiche, non di rado gioiose, anche come a un canto tenace che racconta la volontà di non piegarsi, affermando uno spazio di libertà. Quando si esprimono attraverso il linguaggio dell’arte sentimenti indicibilmente sofferti si può aver ragione se non dell’ignoranza, almeno della violenza.

Per questo la musica del Rhapsódija Trio rappresenta, come quel fulminante lied stravinskiano, il canto del dissidente: colui che, restando al servizio del dubbio ha incrociato la Storia rispecchiandone, umile ma indistruttibile, tutto l’orrore. Negandolo senza curarsi delle conseguenze, contro la stupida euforia dei dominatori. La musica dei Rhapsódija ancora oggi svolge questo compito e sa posarsi, lieve e misteriosa, come un seme nelle nostre vite.

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