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I NOSTRI CD

Dario “Rainote” Chiazzolino – “Paint your life” – TU KOOLJ
paint“Credo di essere stato da sempre mosso dalla melodia e da tutte le sue forme e combinazioni con il ritmo e l’armonia. Quando scrivo cerco di metterci il cuore. Ho sempre creduto che la musica più che stupire debba emozionare” . Sono parole pronunciate dallo stesso chitarrista torinese nel corso di una recente intervista e fotografano al meglio il contenuto dell’album. Otto brani di cui sette originali da lui scritti cui si affianca lo standard “There is no greater love” di Isham Jones in cui Chiazzolino evidenzia tutto il suo amore per le belle linee melodiche e tutta la sensibilità di un artista che vive la musica a tutto tondo, come un aspetto della vita di tutti i giorni. Ad esempio la title-track per chitarra solo è nata da un’evenienza dolorosa, la morte del padre durante la masterizzazione del disco: Dario ne ha scritto di getto le note dedicandole per l’appunto al padre. Ma è tutto l’album a risultare ben costruito anche perché il gruppo è di assoluto rilievo, costituito com’è dal pianista Taylor Eigsti , dal grandioso batterista Willie Jones e dal contrabbassista, oramai stabilmente a New York, Marco Panascia determinante – come afferma ancora Chiazzolino – nella realizzazione del progetto. E così ognuno ha la possibilità di mettersi in evidenza (si ascolti, ad esempio Eigsti nel brano d’apertura “Precious things”) con interventi sempre congrui rispetto ad un contesto che presenta un’indubbia omogeneità. Ad assicurare questa unitarietà è soprattutto il fraseggio del chitarrista, preciso, misurato, espressivo con un tocco sempre ben definito e declinato attraverso una profonda conoscenza della musica tout-court. Da musicista giovane Dario ha infatti introitato le varie influenze derivanti dai diversi generi musicali che sicuramente avrà ascoltato, dal jazz, al rock, dal pop alla world music…Insomma un album ben riuscito che non a caso è entrato nella sezione Best Release su Itunes.

Luca Ciarla Quartet – “Violinair” – violipiano records
violinairViolino e fisarmonica: due strumenti solitamente collegati al folk ma che, in questo caso, con l’ausilio di batteria e contrabbasso escono dal su citato recinto per avventurarsi su territori molto più ampi e difficilmente etichettabili. Luca Ciarla è il violinista, Vince Abbracciante il fisarmonicista, Nicola Di Camillo il contrabbassista e Francesco Savoretti il batterista…ma in realtà tutti suonano diversi strumenti nell’ambito di una visione musicale di largo respiro. Registrato nel 2012 in gran parte in Thailandia durante l’ultimo tour del , l’album alterna brani originali , dovuti soprattutto alla penna del leader, con rivisitazioni di classici quali “Caravan”, “A Night in Tunisia”, “Round Midnight”. Ascoltare il gruppo nell’interpretazione dei su citati standards è straniante…ma nello stesso tempo rivitalizzante, come se una serie di fuochi si accendesse improvvisamente nell’alveo di una sconcertante omogeneizzazione. Ma c’è di più, ché, pur conservando una sua intima omogeneità,
l’album si caratterizza per repentini cambi d’atmosfera sì da ricordare esperienze ora free, ora folk senza disdegnare, ovviamente, il jazz canonicamente inteso. Insomma quello di andare al di là di certe regole è un obiettivo ben preciso nella testa di Ciarla il quale ricerca con il suo violino un sound affatto particolare: “Ero alla ricerca di un suono diverso. L’utilizzo dell’elettronica, della voce, degli strumenti giocattolo o del violino baritono, a volte anche insieme, mi ha permesso di scoprire combinazioni timbriche inaspettate” ha dichiarato di recente il violinista. E così proprio la ricerca di nuove possibili sonorità dello strumento e quindi un sound del tutto originale può a ben ragione essere considerato una delle caratteristiche peculiari del combo, caratteristica che ben si evince dall’ascolto del disco.

Mattia Cigalini, Enrico Zanisi – “Right now” – CamJazz 7883-2
RightNow-coverSe qualcuno avesse ancora dei dubbi sul grado di eccellenza raggiunto dal jazz made in Italy è pregato di ascoltare con la massima attenzione questo album. Protagonisti due giovani ma già eccellenti musicisti: Mattia Cigalini sax alto e soprano, Enrico Zanisi pianoforte. Al di là della formula, di certo non nuova, l’album sa di fresco, di novità, di quella certa leggerezza propria degli artisti che riescono ad esprimersi in piena libertà, senza condizionamenti e soprattutto fidando su una totale empatia con i compagni di viaggio. Empatia in questo caso evidenziata non solo dal punto di vista esecutivo (su cui ci soffermeremo più avanti) ma anche da quello compositivo. In effetti, ad eccezione di due brani, composti da ambedue, gli altri sei pezzi originali sono dovuti i primi tre alla penna di Mattia Cigalini , gli altri tre a quella di Enrico Zanisi. Ciò avrebbe potuto provocare una certa disomogeneità dell’album, pericolo del tutto evitato dal fatto che i due si muovono su un terreno comune: un jazz moderno, ma fortemente ancorato ad un linguaggio prettamente jazzistico in cui la scrittura gioca un ruolo importante senza per questo rinunciare all’improvvisazione. Così in alcuni tratti si avverte proprio la facilità con cui i due improvvisano profittando degli ampi spazi lasciati dalla scrittura; Cigalini e Zanisi dialogano con grande maestria senza per questo rinunciare alle proprie specificità. Così Zanisi ha ancora una volta evidenziato quel lirismo e quella fluidità frutto di una solida preparazione di base che ben presto l’hanno portato ai vertici del pianismo jazz italiano. Dal canto suo Mattia Cigalini si conferma artista onnivoro, capace di ricondurre ad unità stilistica i numerosi input con cui ha saputo allargare i propri orizzonti.

Daniele Cordisco – “This could be the start” – Edizioni Nuccia 009
This could be the startVincitore del Premio Internazionale Massimo Urbani nel 2013, il chitarrista Daniele Cordisco si presenta agli appassionati di jazz con questo suo primo lavoro discografico e se, come si dice, il buongiorno si vede dal mattino, allora quella di Cordisco sarà una carriera luminosa. In effetti per questo album d’esordio il chitarrista è riuscito a coinvolgere alcune delle più importanti personalità del jazz “nostrano” quali , per citare qualche nome, Fabrizio Bosso alla e al flicorno, Sandro Deidda sax alto, sax soprano e flauto e Pietro Lussu al piano. Ora, anche se è vero che assemblare musicisti di rilievo non sempre produce risultati apprezzabili, è altrettanto vero che questo CD di risultati apprezzabili ne raggiunge molti. Innanzitutto abbiamo la possibilità di apprezzare la vena compositiva del leader che firma la maggior parte dei brani in repertorio, evidenziando una profonda conoscenza della materia: nelle sue melodie, che spaziano dal cool jazz (evidente in “4 Caps” il richiamo ai Four Brothers di “giuffriana” memoria), allo swing, dalla bossa nova (“Winston Samba” con un sempre superlativo Fabrizio Bosso), all’hard bop (magnifico con “Blue for Ray” l’omaggio a Ray Brown personaggio chiave nella storia del contrabbasso jazz), sono rintracciabili echi di grandi del jazz quali Quincy Jones ma filtrati attraverso una sensibilità odierna che parla di un musicista già originale. Poi, dal punto di vista esecutivo, Cordisco evidenzia una tecnica di prim’ordine che comunque mai travalica nel mero esibizionismo o compiacimento solipsistico: abilità esecutiva che si evidenzia anche nel modo assolutamente convincente con cui Daniele presenta gli standards contenuti nell’album: “I’ve got the world on a string” di Harold Arlen che apre l’album, il delizioso “Jitterbug Waltz” di Fats Waller interpretato con gioiosa grazia, “This could be the start of something big” vero esercizio di stile da parte del chitarrista e “Lush Life” di Strayhorn che l’album lo chiude alla grande.

Lucrezio de Seta Quartet – “Movin’ on” – Headache productions 028
Movin' onSono sempre più frequenti, nel nostro Paese, i gruppi guidati da batteristi. Adesso è la volta di Lucrezio de Seta, musicista già abbastanza noto, che guida un quartetto completato da Ettore Carucci al pianoforte, Leo De Rose al contrabbasso e Gianni Denitto al sax alto. La cifra stilistica del gruppo si evidenzia sin dalle prime note dell’album con “Smatter” di Kenny Wheeler: un jazz raffinato, tutt’altro che urlato, giocato sull’interplay, con i musicisti che si sentono l’uno al servizio dell’altro ivi compreso l’ospite d’onore, il percussionista Michele Rabbia che compare solo in un brano, “In medio start virtus” del leader. E a proposito delle composizioni c’è da sottolineare come, se si escludono due standards (“You don’t know what love is” di Raye e de Paul) e il già citato “Smatter”, un brano – “Suresh the Sarodist” – tradizionale nepalese, e un pezzo di Carucci (“Giochi d’ombre”) gli altri quattro brani sono di Lucrezio de Seta. Ed è un bel sentire dal momento che il batterista conferisce in queste sue composizioni tutto un vasto bagaglio, di conoscenze, di influenze che hanno permeato la sua carriera. Si ascolti, ad esempio, con quanta maestria affronta un brano – “Die ruckkehr der gotter” – in splendida solitudine con un drumming fantasioso, mai ripetitivo. Ma questa sensazione di grande musicalità, di un gioco di piatti e tamburi che tende sempre a sottolineare il lavoro dei compagni di strada, senza soverchiarli, si avverte per tutta la durata dell’album che, a mio avviso, presenta i suoi momenti migliori in “You don’t know what love is” con un Ettore Carucci in grande spolvero magnificamente sostenuto dal leader e “In medio stat virtus” impreziosito dal bel lavoro di Michele Rabbia.

Antonio Flinta Quartet – “Art is an insurgent poem” – Splasc(H) CDH1565.2
Art isNel mondo del jazz – lo abbiamo scritto tante volte – esistono musicisti sopravalutati e musicisti sottovalutati, artisti intelligenti, sensibili, in grado di esprimere una propria originale poetica, eccellenti anche dal punto di vista tecnico che, però, per qualche misteriosa ragione, non riescono ad ottenere i riconoscimenti che meritano. A questa categoria appartiene Antonio Flinta pianista e compositore di eccellente livello che con questa sua nuova fatica discografica dimostra di meritare appieno la considerazione dei suoi estimatori. Il pianista si ripresenta con il suo solito trio completato da Roberto Bucci al contrabbasso e Claudio Gioannini alla batteria, cui si aggiunge, in alcuni brani, il tenorsassofonista Piercarlo Salvia. In programma sei brani piuttosto lunghi, tutti composti da Flinta, a completare un puzzle che trova il suo punto di riferimento negli omaggi a grandi personalità del mondo della cultura quali Lawrence Ferlinghetti, Arvo Pärt, Györgi Ligeti. Flinta ha una profonda conoscenza dello scibile jazzistico e lo evidenzia fin dalle primissime note dell’album quando, memore ma non succube della lezione free, introduce l’omaggio a Ferlinghetti con un fraseggio in qualche modo riconducibile agli anni ‘60-‘70 ; poi le atmosfere cambiano per incanalarsi nell’alveo di un jazz moderno ma slegato da una qualsivoglia facile etichettatura, lasciando ampie possibilità a tutti i musicisti di mettersi in luce. E quella dello spazio lasciato all’improvvisazione in un mirabile equilibrio con la partitura è una delle caratteristiche dell’album: i quattro si muovono con grande empatia e la compattezza dell’originario trio per nulla viene intaccata dalla presenza del sassofonista che anzi aggiunge un quid non irrilevante alla tavolozza melodico-armonica a disposizione del leader. I brani sono tutti di notevole livello, frutto di un’accurata progettualità, con una menzione particolare forse per “Say so” in cui abbiamo avvertito un’eco della lezione coltraniana. Insomma un album eccellente che merita attenta considerazione.

Green Trio – “Post It” – Nuccia Recording Studio
post itNon lo so esattamente ma non è improbabile che il nome del gruppo alluda alla giovane età dei tre protagonisti di quest’album: Gianmarco Filippini al pianoforte, Mario Iannuzziello al contrabbasso e Luca Di Battista alla batteria cui si aggiungo Manuel Trabucco al sax soprano, Matteo Di Battista alla chitarra, Daniele Raimondi alla tromba oltre a Max Ionata sax tenore come special guest. Alla sua seconda uscita discografica, il trio dimostra di aver già raggiunto una sua maturità e completezza espressiva dimostrata anche dalla scelta del repertorio. I tre, infatti, non si limitano a presentare proprie composizioni ma si avventurano nella riproposizione di brani celebri quali “Body & Soul” di Johnny Green, “Nakatini Suite” di Cal Massey e “Lonnie’s Lament” di John Coltrane. Ebbene, indipendentemente dal brano eseguito, il “Green Trio” evidenzia innanzitutto una bella empatia impreziosita dalla padronanza tecnica di tutti e tre i musicisti. Certo, il peso maggiore delle esecuzioni ricade sulle spalle del pianista che già nel brano d’apertura, affrontato in piano-solo, il già citato “Body & Soul”, si muove con grande disinvoltura alla ricerca di soluzioni personali pur nell’ambito di un pezzo in cui è facile effettuare paragoni di certo non comodi. Il suo fraseggio è limpido, articolato, eppure di facile lettura sì da coinvolgere immediatamente chi l’ascolta. Ma la personalità di questo musicista si esplica anche attraverso la composizione ché uno dei brani più interessanti dell’album, “Apperò”, si deve proprio alla sua penna: un pezzo dichiaratamente fusion, ben scritto, che si avvale di uno strepitoso Max Ionata che dialoga fittamente con il trio (eccellente anche gli assolo di Iannuzziello e Di Battista). Evidentemente l’album non sarebbe riuscito così bene se non ci fosse stato il determinante apporto degli altri due componenti il trio anche in fase compositiva. Si ascolti il delicato lavoro di cesello effettuato da Iannuzziello e Di Battista in apertura del secondo brano (lo splendido “Melancholia”) e poi mantenuto durante tutta l’esecuzione mentre Iannuzziello si fa apprezzare per la scrittura di alcuni brani tra cui “Verde Tiffany” dalla suadente cantabilità. Sempre pertinenti anche le sortite degli ospiti tra cui spicca decisamente il sax di Max Ionata che anche in questa occasione da ragione a quanti lo considerano oggi uno dei migliori tenorsassofonisti in esercizio nel nostro Paese.

Indu – “Juggernaut” – Slam 554
JuggernautL’etichetta inglese Slam di George Haslam presenta agli appassionati del jazz questo nuovo lavoro che, registrato in studio nel 2013, porta le firme di Claudio Vignali (pianoforte e tastiere) e Andrea Grillini (batteria e percussioni) cui si unisce in tre delle nove tracce Achille Succi (sax alto e clarinetto basso). Anche il repertorio è dovuto al duo Vignali-Grillini eccezion fatta per una composizione firmata da Tim Berne. Ora, per chi conosce i due musicisti è facile intuire che tipo di musica si va ad ascoltare. Per quanti, invece, non avessero diretta conoscenza dei due è utile ricordare che Claudio Vignali è performer e compositore ben apprezzato anche nell’ambito della musica contemporanea così come Andrea Grillini è percussionista poliedrico che ama anch’egli frequentare territori diversi che non disdegnano la composizione, il rock e la sperimentazione. Di qui un duo che trova proprio nella sintesi tra diversi elementi un comune terreno d’intesa su cui esplicare le proprie potenzialità, giungendo ad una forma espressiva di indubbio fascino, sempre ben sostenuta da un forte impianto ritmico e dinamico. E tali caratteristiche le si riscontra in ogni brano, sia che i due affrontino pezzi dal sapore quasi onirico (“Pentesilea”) sia che si cimentino su composizioni di più deciso impatto come “Phenomenal Generation” con un Succi in grande spolvero, sia infine che si lascino andare ad inattesi risvolti latineggianti come in “A.N.S.” Dal punto di vista esecutivo, va evidenziata la straordinaria empatia che si respira all’interno del duo con un Vignali particolarmente ispirato soprattutto alle tastiere elettriche mentre Grillini conferma ancora una volta di giocare con le sue percussioni un ruolo di assoluto protagonista. Dal canto suo ad Achille Succi bastano solo tre brani per evidenziare un fraseggio fluido e preciso ed un sound di assoluta riconoscibilità che lo pongono in prima linea tra i fiati italiani. Un’avvertenza: non essendo l’album di facilissima lettura, lo stesso abbisogna di un ascolto attento e magari reiterato.

Angelo Mastronardi Trio – “Like at the beginning” – Dodicilune 326
Like at the beginningAll’insegna della melodia questo esordio discografico del pianista e compositore Angelo Mastronardi affiancato dal contrabbassista Michele Maggi e dal batterista Walter Forestiere. I tre presentano nove brani di cui sei originals cui si aggiungono tre standard quali “Softly as in a Morning Sunrise” di S.Romberg e O.Hammerstein II, “Stella by Starlight” di Victor Young ed una bella ma poco eseguita canzone del cantautore rock Jeff Buckley, “Opened Once”. Ed è proprio in queste tre rivisitazioni che il trio evidenzia un’assoluta originalità ad evidenziare una piena maturità espressiva ed esecutiva; in particolare “Softly as in a Morning Sunrise” si fa apprezzare per le singolari soluzioni metriche adottate con Michele Maggi in particolare evidenza e il leader a disegnare linee aperte che comunque lasciano ben intravvedere il tema originario; “Stella by Starlight” viene affrontata dal pianista in solitudine e ne scaturisce un gioiellino di bella musicalità ed equilibrio tra fedeltà al tema ed improvvisazione; “Opened Once” , che chiude l’album, è oggetto di una profonda revisione che, pur mantenendo la malinconica atmosfera di fondo, ne muta completamente l’assetto timbrico. Ciò detto va comunque rilevato che anche gli altri brani, frutto prevalentemente del solo Mastronardi, si fanno apprezzare sia per quella ricerca melodica cui si accennava in apertura sia per il senso della struttura sempre ben presente. Il tutto completato da una indubbia capacità tecnica dei tre con un Maggi in grado di costituire sempre un preciso punto di riferimento armonico, un Forestiere in possesso di un drumming preciso, propulsivo e allo stesso tempo discreto e soprattutto un Mastronardi pianista di eccellente levatura. Lo si ascolti, tra l’altro, in “Inner-Phony”, altra traccia in piano solo: all’interno di un fraseggio spesso improvvisato è possibile individuare echi di musiche “altre” a dimostrare la profonda conoscenza della materia da parte di un artista cui è facile prevedere un futuro luminoso.

Giovanni Mirabassi – “No way out” – CamJazz 7884-2
No way outGrande eleganza, raffinata esecuzione, composizioni di livello: queste le tre componenti che fanno di “No way out” un album di rilievo. Giovanni Mirabassi non è certo un novellino: lo ricordiamo ancora giovanissimo a fianco di Chet Baker e Steve Grossman e poi in quel di Parigi dove ebbe modo di farsi apprezzare tanto da aggiudicarsi il “Django d’Or” e il “Victoires du Jazz” nel 2002. Quindi un artista maturo che con questo album aggiunge un’altra perla al suo già ricco curriculum. Alla testa del suo solito trio completato da Gianluca Renzi al contrabbasso e Lukmil Perez alla batteria, il pianista di Perugia ha invitato, questa volta, il celebre vibrafonista Stefon Harris a rinverdire una formula –piano, vibrafono, batteria e contrabbasso- che nel mondo del jazz ha già conosciuto eccezionali interpreti. Comunque, al di là di qualsivoglia paragone, il quartetto si muove con grande leggerezza evidenziando, innanzitutto, una profonda intesa tra pianoforte e vibrafono: come si può ascoltare fin dal primo brano i due strumenti dialogano, si intersecano, si rincorrono, si contrappuntano in un gioco di rimandi sempre vivace, fresco, intrigante, con una particolare ricerca sulla timbrica che conferisce all’esecuzione quell’eleganza cui prima si faceva riferimento. Dal canto loro Renzi e Perez supportano magnificamente i due compagni con un gioco ritmico leggero, essenziale ma sempre pulsante. Quanto ai brani in programma, tutti e otto sono frutto dell’inventiva di Mirabassi e si fanno apprezzare per il loro lirismo, una bella cantabilità, una forte capacità comunicativa e in alcuni tratti una poetica romantica seppur mai sdolcinata. Ciò detto è difficile indicare qualche pezzo in particolare anche se personalmente preferiamo la title-track e “What was that dream about” caratterizzato dapprima da un lungo e incalzante assolo di Harris seguito a ruota da quello di Mirabassi mentre la sezione ritmica evidenzia un Renzi in stato di grazia. Un ultimo consiglio: se volete apprezzare appieno questo quartetto non fermatevi al primo ascolto: rimettete il CD nel lettore e ogni volta scoprirete qualcosa di nuovo.

Mauro Ottolini Sousaphonix – “Musica per una società senza pensieri Vol.1” – Parco della Musica Records
musica-per-una-societa-senza-pensieri-vol-1-ottolini-mauro-cd-4807942Difficile e sotto certi aspetti imbarazzante recensire questo album. Come spesso capita con album tematici, la bontà del progetto non sempre corrisponde alla bontà della musica. In questo caso l’idea guida è condivisibile: partendo da una vecchia foto ritrovata nei locali dello stabilimento Galvan, a Borgo Valsugana, in Trentino Alto Adige, Ottolini si è impegnato in una attività di ricerca alla riscoperta della vecchia “Orchestra senza pensieri” ritratta per l’appunto nell’istantanea. Immaginando che questa banda, nel suo lungo viaggio, avesse incontrato diverse realtà in ogni angolo del mondo, Ottolini riporta il tutto alla realtà dell’oggi e ci conduce in un immaginifico viaggio attraverso le musiche di tutto il mondo per ritrovare – usiamo le stesse parole di Ottolini – “una musica che ci consenta di comunicare con gli altri quando le parole non bastano, una musica che raccolga dentro di sé tutto il paesaggio sonoro della civiltà in cui viviamo, dai suoni della pietra a quelli del mare”. Di qui dodici brani cantati in 12 lingue (più il pezzo d’apertura strumentale) in cui si mescolano atmosfere folk, jazz, improvvisazione e musica contemporanea. Coerentemente i Sousaphonix utilizzano strumenti di altre tradizioni musicali, quali conchiglie, sassofoni di bambù, flauti shinobue, le “pietre sonore” di Pinuccio Sciola, gli strumenti artigianali sardi di Mondo Usai. Ma la musica è all’altezza del progetto? Francamente non proprio. Prescindendo dalla qualità delle composizioni e delle esecuzioni (ché il gruppo è sicuramente ben rodato e in grado di esibirsi su alti livelli) l’album manca di omogeneità: alla fine dell’ascolto si resta piuttosto perplessi dal momento che non si è riusciti a trovare quel filo rosso che dovrebbe unire tutti i brani. E questo discorso vale anche per il gruppo: alle volte si ha l’impressione di ascoltare due organici completamente diversi. Insomma ottime intenzioni ma solo discreta realizzazione!

Mario Raia – “Bird Calling” – Itinera
Bird callingLa Big Band diretta a Mario Raja è una sorta di istituzione per il jazz romano: costituita nel 1988, si proponeva di riunire alcuni dei più bei nomi del jazz nazionale. Non a caso di questa storica formazione hanno fatto parte, nel corso degli anni, artisti importanti quali , Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, Enzo Pietropaoli, Danilo Rea, Flavio Boltro, Stefano Di Battista, Gavino Murgia , Gabriele Mirabassi. Così, anche nella formazione odierna, non mancano musicisti di assoluto livello come i sassofonisti Daniele Tittarelli e Carlo Conti, il trombettista Claudio Corvini e il pianista Pietro Lussu. In questo “Bird Calling” Raja si è volutamente ispirato ad una sorta di incontro tra Charlie Parker e Igor Stravinsky , due straordinari artisti del XX secolo, che tanto hanno dato alla musica. Di qui, come afferma lo stesso Raja, l’intento di usare “negli arrangiamenti una scrittura più sinfonica che da big band”. Obiettivo raggiunto? Direi sostanzialmente di sì; certo coniugare lo spirito di Stravinsky con quello di Parker è impresa particolarmente ardua dato il diverso mondo musicale che i due frequentavano anche se le comunanze indubbiamente esistono. Comunque Raja è oramai direttore, arrangiatore compositore in grado di affrontare anche le sfide più ardue, dato il bagaglio di esperienze cha ha accumulato in tanti anni di attività e l’indubbio talento che lo ha contraddistinto sin dagli inizi. Così nel cd Raja ha modo di evidenziare appieno le sue capacità sia come compositore (l’album comprende dieci brani originali, cinque dei quali composti proprio da lui) sia come arrangiatore: si ascoltino, a quest’ultimo riguardo, le rivisitazioni delle due composizioni di Steve Lacy – “Utah” e “Esteem” – e quella di “Pleasure Is All Mine”, brano per sole voci della cantante islandese Björk. Particolarmente suggestiva la title track composta dallo stesso Raja con dei pieni orchestrali di indubbio fascino e un centrato assolo di Daniele Tittarelli al sax alto.

Umberto Viggiano – “Primo movimento” – Dodicilune 324
Primo movimentoAnche nel mondo del jazz assistiamo ad una sorta di corsi e ricorsi; adesso è la volta della cosiddetta “musica gipsy” ovvero di quello stile che si vuol far risalire al grande Django Reinhardt, uno dei più grandi musicisti jazz che il Vecchio Continente abbia espresso. Interprete il chitarrista, nonché specialista di ud, Umberto Viggiano alla testa di un trio con Vincenzo Cristallo alla chitarra ritmica e Gianfilippo Direnzo al contrabbasso. L’album si può dividere in tre parti ben distinte . In una Viggiano si rifà esplicitamente al suo grande ispiratore proponendone quattro brani; in un’altra si pone come interprete di standard come “Coquette”, “Tenderly” e “Joseph Joseph; nella terza, infine, presenta ben cinque brani di sua composizione. Questo repertorio così variegato quanto e come incide sull’unitarietà dell’album? In effetti qualche discrasia si nota; in particolare quando interpreta le composizioni altrui, soprattutto quelle di Django, Viggiano mostra una verve particolare evidenziando una perfetta padronanza dello “stile manouche” nel senso che non si limita ad imitare pedissequamente stile e sound del modello, ma cerca di farlo proprio e quindi di filtrarlo attraverso la sua sensibilità di musicista del 2000. E devo dire che ci riesce senza ombra di dubbio. Ugualmente molto ben riuscite le riproposizioni degli standard, in particolare di “Tenderly”. Il discorso cambia quando interpreta le proprie composizioni: in questo caso si avverte qua e là qualche concessione all’autocompiacimento, qualche momento in cui l’artista ama forse un po’ troppo far vedere quanto è bravo… anche se bravo lo è sul serio. Ed è bravo anche nella scrittura ché i suoi brani sono tutti di notevole livello quanto a struttura e materiale tematico: si ascolti, al riguardo, la splendida title-track.

Luigi Vitale Ensemble – “Elephas” – Musicavitale 002
Luigi Vitale (vibrafono e marimba) è musicista attivo soprattutto nell’area del Nord-Est. Personalmente lo avevamo già apprezzato ascoltandolo in alcuni album di Massimo De Mattia e Nicola Fazzini; adesso Vitale si presenta con il suo secondo album da leader coadiuvato da Gianni Virone ai sax soprano e tenore, Alessandro Fedrigo al basso acustico, Luca Carrara alla batteria e percussioni (componenti “storici” del suo quartetto) cui si aggiungono, nell’occasione, Walter Vitale al sax contralto e clarinetto e Laura Zigaina al flauto e ottavino. L’album si articola su dieci composizioni tutte firmate dal leader che ha così modo di evidenziare una buona capacità di scrittura esplicitata anche attraverso un fitto dialogo tra i fiati (si ascolti al riguardo “Camelò”) . Solide le strutture, buono il bilanciamento tra scrittura e improvvisazione, eccellente il sound complessivo del combo. Ed è forse questo il pregio maggiore del CD: suggestivo l’impasto sonoro determinato dalla front-line e dagli strumenti del leader che si apprezza sin dalle primissime note della title-track caratterizzata altresì da una dolce cantabilità. Cantabilità che si ritrova in tutto l’album ad evidenziare una certa predilezione di Vitale per lunghe linee melodiche. Interessanti anche certe scansioni ritmiche nonché il ricorso, mai eccessivo, a forme di stop and go a generare tensione, risolta il più delle volte da opportuni interventi dei fiati, tutti e tre all’altezza della situazione. Il tutto supportato da un eccellente lavoro della sezione ritmica con Luca Carrara sempre propositivo (si ascolti l’intro a “Il proiezionista”) e Alessandro Fedrigo solido e preciso come sempre (eccellente il suo assolo in “Il gallo canta ancora”). Dal canto suo Vitale sia al vibrafono sia alla marimba dimostra quel gusto e quella preparazione tecnica che avevamo già apprezzato nei titoli di cui in apertura (tra i tanti suoi assolo vi segnaliamo quello di “Supposizioni”).

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