Il il 14 marzo al Teatro Studio Keiros di

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Bella atmosfera sabato 14 marzo al Teatro Studio Keiros di Roma: sul palco il trio West Coast di Lanfranco Malaguti alla chitarra con Gianmarco Lanza alla batteria e Marco Loddo al contrabbasso.

Una sessantina di persone a riempire completamente il piccolo spazio di via Padova per ascoltare le musiche del trio; ad un certo punto ho quasi avuto la bellissima sensazione di rivivere le atmosfere del glorioso Music Inn quando, tutti stipati su panche non proprio comodissime, ci si apprestava a sentire il grande di turno.

E anche al Keiros abbiamo in effetti ascoltato un grande musicista. Lanfranco Malaguti è senza dubbio alcuno uno dei più lucidi sperimentatori del mondo jazzistico non solo italiano. Matematico di formazione, ha applicato alla musica la teoria dei frattali con risultati che potete apprezzare ascoltando gli ultimi suoi lavori per la Splasc(H).

Ma, parallelamente a queste ricerche, il chitarrista porta avanti oramai da tempo un trio specializzato nel repertorio West Coast; costituito nel 2001 il combo è completato dal già citato Gianmarco Lanza e da Piero Leveratto alla batteria; con questo organico il trio ha effettuato numerosi concerti a Milano, a Firenze, a Ferrara, a Roma (Casa del Jazz) e ha inciso i CD “The revival of West Coast jazz” e “Trio live per la Splasc(h)” e, in quartetto con Bill Smith, il doppio “Concert for Mirella” per la Mox Jazz.

Al Keiros il trio si presentava per la prima volta con Loddo al posto di Leveratto e, ferma restando la classe di Leveratto, la compattezza del gruppo non ne ha risentito, grazie soprattutto all’intesa tra il chitarrista e il batterista che data dal 1999, quando Lanza era appena quindicenne.

Dopo una breve introduzione del prof. Lanza, il concerto romano si apre con un classico di Henry Mancini, “Days of wine and roses”, inciso da numerosi jazzisti quali, tanto per fare qualche nome, Charles Lloyd, Milt Jackson, Michel Petrucciani… e sul fronte italiano da , Guido Manusardi, Larry Nocella… e dallo stesso Malaguti che l’aveva inserito una prima volta nell’album “Synthetismos”, Splasc(H) H179, registrato nel novembre del 1988 con Fabrizio Sferra (batteria) ed Enzo Pietropaoli (basso), poi in “Trio Live” del 2001 con Gianmarco Lanza e Piero Leveratto. E sin dalle primissime note si ha un’idea precisa di quali saranno le coordinate della serata: la chitarra del leader distilla una serie di singole note, tutte assolutamente pertinenti all’atmosfera che il trio vuol disegnare, alternate a quegli accordi così particolari che da tanto tempo connotano la cifra stilistica dell’artista. E Lanfranco dimostra di essere in uno stato di particolare grazia quando, a cominciare dal secondo brano, il davisiano “Solar”, comincia ad introdurre i pezzi con brevi interventi in solitario che rappresentano una sorta di summa di come va suonata la chitarra jazz.

E il programma si svolge declinato tutto su brani molto noti: così è la volta, nell’ordine, di “All the things you are”, “Alone together” (in cui questa volta Malaguti si riserva la chiusa), “Blues in F” un vecchio brano di Spencer Davis impreziosito da alcune argute citazioni di Malaguti, “Body and soul”, “I remember April” giocato su ritmi latini e “Stella by starlight” impreziosito da un giro armonico particolarmente complesso.

Il pubblico gradisce ed applaude a viso aperto i tre musicisti che continuano a dialogare con grande empatia. Malaguti e Lanza evidenziano ancora una volta quell’intesa cui prima si faceva riferimento: in particolare Lanfranco trae dalla sua chitarra sonorità insolite che qualche volta richiamano quelle dell’organo mentre il batterista, con le spazzole, punteggia il tutto grazie ad una tecnica sopraffina sempre però al servizio dell’espressività: insomma un virtuoso che non suona solo con la testa ma anche con il cuore; dal canto suo Loddo si inserisce perfettamente nel discorso complessivo fornendo un insostituibile supporto armonico ad evidenziare una spiccata personalità sia in fase di accompagnamento sia nelle sortite solistiche .

Dopo “Stella by starlight” il concerto conosce un momento di frattura: fuori Loddo, Malaguti e Lanza si lanciano in una improvvisazione free, interessante ma assolutamente fuori contesto, in cui il chitarrista sfoggia sonorità molto aggressive forse memore di quando da giovanissimo aveva iniziato a studiare la chitarra suonando rock e il batterista che si scatena con le bacchette in un gioco percussivo che comunque conserva una sua logica.

Ma, subito dopo, la serata riprende il suo flusso normale; così, avviandosi alla conclusione, ascoltiamo “Mister PC” il celebre blues in minore composto da John Coltrane nel 1959 dedicato a Paul Chambers; il trio ne offre un’interpretazione degna di nota dopo di che il concerto si conclude con il pubblico in piedi ad applaudire calorosamente.

Immancabile il bis: una versione originale di “Out of nowhere” (Edward Heyman -John Green ) porta ancora con estremo buon gusto.

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