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Giampiero Rubei

La scomparsa di non ha colto di sorpresa il mondo del jazz: da tempo non stava bene, lo si vedeva, ed una ripresa compiuta, totale non arrivava. Egli stesso negli ultimi tempi diceva di non sentirsi al meglio. L’anno scorso un ricovero in ospedale; a metà marzo ancora un ricovero e quindi l’esito fatale.

Come sempre accade in questo nostro meraviglioso e ipocrita Paese, all’indomani della sua dipartita abbiamo letto solo pezzi elogiativi. Tutti hanno fatto a gara a sottolineare gli indubbi meriti che Giampiero aveva acquisito come protagonista del jazz nazionale e romano in particolare. Così è stato ricordato come a lui si dovesse, nel 1984, l’apertura di quel jazz-club – l’Alexanderplatz di via Ostia, nel quartiere Prati – che nel breve volgere di qualche anno sarebbe divenuto uno dei locali più importanti dell’intero Paese, una sorta di tempio del jazz da cui, non a caso, sarebbero transitati i più importanti jazzisti internazionali tra cui ci piace ricordare Chet Baker, Chick Corea, Wynton Marsalis, Benny Golson, Michel Petrucciani, Michael Brecker, Joshua Redman, Joe Lovano… Per non parlare dei musicisti “nostrani” che proprio all’Alexanderplatz hanno avuto modo di mettersi in luce e che hanno continuato a frequentare anche da artisti affermati; l’elenco è lungo, troppo lungo per cui basta citare i nomi di Stefano Di Battista, Ada Montellanico, Roberto Gatto, , Antonello Salis, Riccardo Fassi, Mario Raja, Nicky Nicolai… e non a caso molti di questi, unitamente ad alcuni “veterani” quali Marcello Rosa e Gegè Munari, erano presenti ai funerali svoltisi il 4 aprile scorso.

Ma l’attività di Rubei nel campo del jazz non si ferma certo al club di via Ostia; a lui vanno attribuite molte intense estati jazzistiche a Villa Celimontana così come a lui va il merito di aver organizzato quella manifestazione conosciuta sotto il nome di “Jazz italiano a New York” con cui fece conoscere i musicisti italiani agli appassionati della Grande Mela. Ma non basta ché fu proprio Rubei a promuovere, tramite una grande jam session a Villa Celimontana, la raccolta fondi per la ricostruzione del Museo della Storia del Jazz di New Orleans dopo le distruzioni dell’uragano Katrina del 2005. E poi c’è stato, in questi ultimi tempi, il periodo in cui ha diretto la Casa del Jazz con alterne fortune.

L’ambiente romano conosceva bene questi fatti e così quando l’Alexanderplatz attraversò un momento di estrema difficoltà finanziaria, furono in molti a mobilitarsi per salvarlo.

Come dicevamo, tutti questi elementi sono stati ben lumeggiati negli articoli scritti in ricordo di Giampiero, ma quando era in vita le cose andavano ben diversamente. Rubei era personaggio scomodo, spigoloso, non conosceva l’arte della diplomazia e per le sue posizioni “politicamente poco corrette”, era fortemente osteggiato (per usare un eufemismo) da buona parte dell’ “intellighentia” nostrana che si occupa di jazz sempre con insopportabile spocchia. Era un uomo di destra e non se ne vergognava… anzi. E la stessa cosa accadeva tra i musicisti: molti lo stimavano, ma molti altri – soprattutto quelli politicamente impegnati – lo criticavano apertamente… salvo poi andare a suonare nel suo locale. E questa storia mi ricorda qualcosa d’altro che però non è il caso di menzionare in questa sede.

A questo punto consentitemi di concludere parlando, come si dice, “per fatto personale”. I rapporti tra me e Rubei mai erano stati particolarmente calorosi: non ci univano la fede politica o una certa visione del jazz. In particolare sono anni che non vado all’Alexanderplatz in quanto non mi piace il modo in cui si può ascoltare musica in quel club e ho fortemente criticato gli ultimi allestimenti di Villa Celimontana per il troppo spazio fisico dato alla ristorazione a scapito di quanti volevano andare solo per ascoltare i concerti. Non solo: quando Rubei, nel 2011, fu nominato direttore della Casa del Jazz fui tra i pochissimi – e sottolineo pochissimi – ad esprimere le mie perplessità in pubblico durante la conferenza stampa in cui si annunciava tale nomina e successivamente a scrivere un duro articolo sostenendo l’inadeguatezza di Rubei a capo di una struttura pubblica per un evidente conflitto di interesse.

Insomma Rubei avrebbe avuto tutte le ragioni quanto meno per ignorarmi come collaboratore della Casa del Jazz; invece nel luglio dello stesso anno mi arrivò una telefonata proprio da Giampiero proponendomi di proseguire quelle “Guide all’ascolto” che avevo iniziato sotto la direzione di Luciano Linzi. E’ stato l’inizio di una bellissima collaborazione che si è protratta per tutto il periodo in cui Rubei ha diretto la Casa del Jazz e che si è declinata anche attraverso alcune serate nell’ambito del festival estivo.

Traetene voi le conclusioni… da parte mia non credo di dover altro aggiungere.
Ciao Giampiero… e buona musica!

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