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I NOSTRI CD

Enzo Amazio – “Travelogue” – Itinera 026
Enzo Amazio – “ Essence” – Alfa Music 170
travelogueDevo dare atto all’amico Luigi Viva di avermi fatto conoscere questo giovane interessante chitarrista ancor prima che mi arrivassero i due album in oggetto. In effetti, in occasione dell’intervista che molti di voi avranno ascoltato, Luigi mi portò una demo di “Travelogue” invitandomi ad ascoltarla con attenzione. Cosa che feci ricavandone un’ottima impressione, corroborata dal secondo CD “Essence”. In effetti Amazio è chitarrista oramai maturo, in possesso di una propria dimensione stilistica e perfettamente consapevole delle proprie possibilità sia compositive sia strumentali sia espressive. A ciò si aggiunga il fatto che oramai da tempo collabora con il sassofonista Rocco Di Maiolo il che produce un’intesa ben percepibile ascoltando la musica di ambedue i lavori. Ulteriore elemento da porre in rilievo il fatto che tutti i brani– eccezion fatta per “Mille baci” di Francesco Colasanto contenuto in “Essence” – sono frutto della penna di Amazio (quattro in collaborazione con EssenceRocco di Maiolo). Siamo, insomma, di fronte ad un musicista completo, in grado di comporre musica ben strutturata, non banale, alle volte fortemente evocativa e di eseguirla al meglio, senza forzatura alcuna, senza compiacimenti virtuosistici ma ponendo la tecnica al servizio dell’espressività e conservando un costante equilibrio tra parte scritta e improvvisazione. Come amiamo spesso sottolineare, la buona riuscita di un album necessita anche della collaborazione di tutti i musicisti impegnati; anche in questo senso bisogna dare atto ad Amazio di possedere già una personalità da leader avendo chiamato accanto a sé, oltre all’amico di sempre Rocco Di Maiolo, validi musicisti: in “Trevelogue” Francesco Nastro e Francesco Marziani al piano, Aldo Vigorito e Corrado Cirillo al basso e Giuseppe La Posata alla batteria mentre in “Essence” oltre a Marziani troviamo Tommy De Paola al piano, Gennaro Di Costanzo o Corrado Cirillo al basso, Enzo De Rosa o Sergio Di Natale alla batteria e Agostino Mas alle percussioni cui si aggiunge, in veste di ospite d’onore in tre brani, Gabriele Mirabassi naturalmente al clarinetto. E proprio questi tre brani risultano particolarmente ben riusciti con il clarinettista in grande spolvero soprattutto in “1967”.

Nicola Andrioli – “Les Montgolfières” – Dodicilune 332
Les MontgolfieresAlbum sicuramente interessante questo del pianista e compositore brindisino Nicola Andrioli che presenta un organico assolutamente inusuale: un quartetto d’archi di chiama impostazione classica e un quartetto jazz composto, oltre che da lui stesso, da Fabrizia Barresi alla voce, Matteo Pastorino al clarinetto e Hendrik Vanattenhoven al contrabbasso. Quindi niente batteria a sottolineare vieppiù l’intento del leader di costruire un impianto musicale tutto giocato sul rapporto tra jazz e musica colta, tra scrittura e improvvisazione. Obbiettivo assai ambizioso ma di sicuro nelle corde dell’ottetto: in effetti il gruppo, grazie anche ad un repertorio ben strutturato e declinato sostanzialmente attraverso composizioni originali del leader (eccezion fatta per “Crystal Silence” di Chick Corea, porto dal leader in dolce solitudine e “A Scarlatti (K208)” di Domenico Scarlatti) raggiunge il risultato di presentare una musica ibrida, vitalizzata sia da influssi classici sia da pronunce linguistiche sicuramente jazz, che comunque risulta originale e tutt’altro che banale. Da sottolineare al riguardo, la felice scrittura di Andrioli che nel comporre questa serie di bozzetti (un solo brano supera i cinque minuti non raggiungendo i sei) si è preoccupato non solo di ritagliarsi ampi spazi solistici (convincente il suo pianismo solitario in ‘Don Quichote’) ma anche di dare la possibilità ad ognuno di porre ben in rilievo la propria identità solistica, a partire dalla vocalist Fabrizia Barresi assolutamente a suo agio con la pronuncia francese, per finire con il quartetto d’archi ben valorizzato in brani come “Le Flou Tissant la Toile” impreziosito anche da sapidi interventi di Matteo Pastorino e dalla bella voce della Barresi. Particolarmente suggestiva la title-track caratterizzata da un’atmosfera di chiara impostazione impressionista.

Filomena Campus, Giorgio Serci – “Scaramouche” – Incipit 189
ScaramoucheProtagonisti di questo album la vocalist, regista, autrice Filomena Campus e il chitarrista, compositore e arrangiatore Giorgio Serci che dalla natia Sardegna oramai da tempo si sono trasferiti a Londra incontrando grande successo di pubblico e di critica. Non a caso per cinque dei nove brani i testi della Campus sono in inglese e non a caso l’album prima dell’uscita nel nostro Paese, è stato presentato in anteprima nel famoso Pizza Express Jazz Club di Londra. A loro nel CD si aggiungono il percussionista brasiliano Adriano Adewale, il flautista Rowland Sutherland nei brani “Boghe e’ Maestrale” e “Scaramouche” , il Keld Ensemble String Orchestra costituito nel 2010 e presente con esiti eccellenti in “Campidano” e in “Decisions”, l’unico pezzo interamente strumentale, e il grande Kenny Wheeler al flicorno in un solo brano, “Momentum”, che rappresenta una delle ultime registrazioni effettuate dal grande artista scomparso lo scorso settembre. E proprio questo pezzo rappresenta una delle perle dell’album grazie proprio all’assolo di Wheeler così denso e allo stesso tempo esitante, sempre però caratterizzato da quel suono caldo, morbido che da sempre costituisce una delle caratteristiche essenziali del musicista canadese. Però, al di là dell’indubbia valenza degli ospiti, l’album si fonda sul perfetto connubio tra la voce della Campus, godibilissima anche nello scat cui spesso fa ricorso, e le corde di Serci, connubio declinato secondo un preciso filo conduttore: armonizzare, all’interno di un quadro omogeneo, una serie di input derivanti da fonti assai diverse quali la musica colta (interessante al riguardo il contributo del Keld Ensemble String Orchestra e di Rowland Sutherland), la tradizione rurale (si ascolti la splendida poesia di Maria Carta) , universi ritmici lontani dai nostri (le percussioni di Adriano Adewale). Il tutto giocato sul terreno acustico: Giorgio Serci utilizza la chitarra classica, l’oud o la chitarra basso, facendo ricorso alla chitarra elettrica in un solo brano, “ Baltic Spellbound”. In tale contesto, Filomena Campus e Giorgio Serci presentano un repertorio fortemente ancorato alle proprie tradizioni con brani originali (musiche del chitarrista e testi della vocalist). In tutto l’album Filomena e Giorgio evidenziano una intesa perfetta che, come acutamente sottolinea Paolo Fresu nelle note di copertina, “segna in modo profondo quel rapporto tra ancestrale e contemporaneo che da sempre è nella poetica di Filomena e Giorgio gettando, così, ancora una volta, un ponte ideale tra la Sardegna e il mondo”.

Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura – “In maggiore” – ECM 2412
In_MaggiorePaolo Fresu e il bandoneonista Daniele di Bonaventura collaborano oramai da qualche tempo con frutti succosi. Li avevamo ascoltati assieme già in un album del 2007 del Quartetto Alborada e poi in “Mistico Mediterraneo” del 2010, registrato con l’ensemble corale corso ‘A Filetta’, sempre con un livello di empatia davvero straordinario. E questo nuovo album targato ECM non fa eccezione alla regola: tanti minuti di musica intensa, venata da una dolce malinconia, con una grande forza narrativa ad evidenziare, se pur ce ne fosse ulteriore bisogno, quella squisita sensibilità che costituisce uno dei tratti peculiari della poetica sia di Fresu sia del bandoneonista. Il tutto su un repertorio di tredici brani di cui tre firmati da Bonaventura, quattro Paolo Fresu, uno composto da ambedue e cinque tratti da mondi altri come il Brasile di Chico Buarque (“O que serà”) o l’universo melodico di Giacomo Puccini (“Quando me’n vò” tratto dalla Bohème). Comunque, al di là del materiale tematico, ciò che colpisce in questo album è la perfetta intesa cui già prima si faceva riferimento; ascoltando la loro performance, si avverte una sensazione particolare, al limite del contraddittorio: i due suonano in modo molto contenuto, parco si potrebbe dire; non c’è una nota più del necessario e si lavora quasi per sottrazione nel senso che nel loro discorso musicale le pause, il silenzio hanno un ruolo preciso sì da far respirare la musica… eppure lo spazio sonoro si avverte assolutamente completo, nulla manca e i due strumenti, pur instaurando un’atmosfera di assoluta rilassatezza, escludono dal loro orizzonte qualsivoglia altro intervento che risulterebbe fuori luogo, fuori contesto. Ovviamente, per raggiungere un risultato del genere, occorre che i due artisti non solo sappiano intendersi magnificamente ma debbano altresì possedere un bagaglio tecnico di assoluto livello. Paolo Fresu è artista oramai noto ed apprezzato a livello mondiale; di Bonaventura è meno conosciuto ma di concerto in concerto, di disco in disco dimostra sempre più tutta la sua valenza su cui d’altro canto chi scrive mai ha nutrito dubbi.

Giovanni Guidi Trio – “This is the day” – ECM 2403
This is the dayDopo “City of broken dreams”, sempre per ECM, Giovanni Guidi si ripresenta al pubblico del jazz con lo stesso trio completato da Thomas Morgan al contrabbasso e Joao Lobo alla batteria. Subito dopo l’uscita dell’album, il trio è stato impegnato nel tour di presentazione che nel periodo dal 25 marzo al 25 aprile ha toccato Bologna, Vicenza, Napoli, Roma, Ostenda, Ferrara, San Dona’ di Piave, Firenze, Londra, Brema, ottenendo ovunque un significativo successo. In effetti l’album si mantiene su standard di livello grazie alle capacità esecutive del combo e al materiale tematico dovuto tutto al leader, eccezion fatta per tre brani (“Quizas Quizas Quizas” di Osvaldo Farres, “I’m Through With Love” di Livingston-Malneck-Khan e “Baiiia” di Joao Lobo”. Le composizioni di Guidi, come afferma lo stesso pianista, rispondono ad un preciso intento: essere funzionali all’improvvisazione che resta una delle caratteristiche peculiari del jazz. E ascoltando l’album proprio il bilanciamento tra parti scritte e parti improvvisate ne appare una delle caratteristiche più significative. I tre si muovono con grande empatia trovando ognuno lo spazio ideale per esprimersi appieno nell’ambito di un’atmosfera rilassata, pensosa, meditativa, contrassegnata, quindi, da un andamento ritmico per lo più lento. Ciò non significa, però, che qua e là si insinuino momenti di stanca ché il combo sa ravvivare il tutto con incursioni su terreni più accidentati ( si ascoltino “The Debate” e “Migration” ) e soprattutto evidenziando una costante e ben riuscita ricerca sulle dinamiche e sulla qualità del suono davvero eccellente. Per quanto concerne il materiale tematico, particolarmente suadenti il brano d’apertura di Guidi, “Trilly”, dall’andamento classicheggiante, ripreso con variazioni verso la fine dell’album, il lungo “Where they’s lived” sempre di Guidi, il celeberrimo “Quizas quizas quizas” trattato in modo assai originale e il sempre splendido “I’m Through With Love” porto con squisita sensibilità.

Gabriele Oscar Rosati – “Live at the Philarmonic Hall in Arad” – Dodicilune 328
Live in AradIl trombettista Gabriele Oscar Rosati è il classico giramondo della musica: dopo essersi trasferito a Las Vegas a metà degli anni ’90, tra il 2011 e il 2013 ha girato il Nord Europa con il “BraziLatAfro Project” . Ed in questo album lo ascoltiamo proprio con questo gruppo completato da due musicisti rumeni Lucian Nagy (sassofoni, flauto, djembé) e Dan Alex Mitrofan (chitarra synth, elettrica), e un trio ritmico di ungheresi specialisti nel latin, Gabor Cseke (piano), Laszlo Studnitzky (basso) e Csaba Pusztai (batteria). Si tratta del settimo album in quasi vent’anni dalla fondazione di questo progetto, registrato ad Arad in Romania nel 2012. L’album ricalca le orme già tracciate in precedenza vale a dire l’intenzione, da parte del leader, di convogliare in un’unica esperienza, ritmi e modalità che abbracciano grosso modo l’area caraibica e il Sud America. Di qui un crogiuolo di suoni, colori, atmosfere che ben si addicono al progetto; il tutto declinato attraverso un repertorio di otto brani dovuti quasi tutti agli stessi componenti del gruppo, eccezion fatta per “Nostalgia in Times Squadre” di Charlie Mingus. Il sestetto appare rodato alla perfezione a testimonianza dei molti anni trascorsi insieme e il ruolo di Gabriele Oscar Rosati appare determinante sia nell’armonizzare il tutto sia nell’impreziosire la performance del gruppo con sortite solistiche alle volte davvero trascinanti. Ciò detto mi sento, però, di dover aggiungere come, a mio avviso, la ritmica risulti alle volte piuttosto pesante e il sound elettrico un po’ troppo aggressivo.

Stefano Savini – “Musica semplice” – Dodicilune 318
Musica sempliceCome complessità non è sinonimo di qualità così il concetto di semplicità applicato alla musica non sempre da risultati ottimali. In effetti il titolo di questo album vuole chiaramente significare che Savini, nella duplice veste di chitarrista e autore di tutti i diciassette brani contenuti nell’album, si presenta al popolo del jazz con una sorta di manifesto programmatico: fare buona musica in maniera semplice. Ovviamente più facile a dirsi che a farsi anche perché sul concetto di semplicità ci sarebbe molto da dire. Comunque, senza impegolarsi in discussioni di carattere filosofico o estetico resta il fatto che, partendo da queste premesse, il progetto deve essere supportato da un materiale tematico forte, convincente, omogeneo. Ma purtroppo è proprio sotto questo aspetto che l’album presenta qualche punto di debolezza. In effetti dal punto di vista esecutivo, il gruppo si muove bene, con grande intesa supportata da musicisti di livello tra cui spicca il nome dell’altro chitarrista Walter Zanetti; non a caso l’ensemble, ad organico variabile, evidenzia una bella timbrica orchestrale a tratti bandistica, un interessante controllo delle dinamiche, arrangiamenti di buon livello, ottima interazione tra fiati e archi. Invece, come si accennava, il materiale tematico non sempre risulta all’altezza della situazione: a brani ben strutturati, coinvolgenti, suggestivi fanno da contraltare pezzi non altrettanto interessanti sì da far scemare l’attenzione di chi ascolta. Certo, strutturare tutto un album in forma di suite – come crediamo sia stata intenzione di Savini – è impresa piuttosto difficile e di ciò va dato atto al compositore che attendiamo a nuove prove.

Triologos – “Tracce di canti – Traces of Chants” – Slam 562
Tracce di cantiAltro titolo interessante della Slam che si va sempre più specializzandosi nel porre all’attenzione del pubblico e della critica nuovi talenti italiani. Questa volta i prescelti sono il sassofonista (tenore e soprano) Paolo Cerboni Bajardi, il percussionista Bruno Cerboni Bajardi e il contrabbassista Mirco Ballabene che nel 2008 hanno costituito il “Triologos”, rinforzato nell’occasione dal pianista Massimo Bonomo presente in due brani . In questa, che dovrebbe essere la loro prima fatica discografica, i tre presentano un repertorio basato sul folklore di tutto il mondo, a seguire una tendenza che se ben interpreta solitamente produce frutti succosi. E così è anche questa volta. Alle prese con brani tratti dalla tradizione di Pakistan, Italia, Argentina, Siria, Kenya, Ungheria e Giappone il trio si esprime con un linguaggio che, pur restando ancorato ai dettami del jazz canonico, riesce egualmente a penetrare nell’intima essenza dei pezzi senza, quindi, alcunché togliere alla loro pristina valenza. Particolarmente interessante risulta sia il modo di porgere la linea melodica che i tre ricercano sempre e comunque , pur non andando incontro al facile ascolto, sia la tensione assicurata ad ogni brano dal prezioso lavoro di Bruno Bajardi e Mirco Ballabene che costituiscono una sezione ritmica di assoluto rispetto (straordinario il loro duetto in ‘Punay’). Come accennato, in due brani il trio diventa quartetto grazie all’aggiunta del ; ‘Kothbiro’ è di origine africana: introdotto dalle percussioni di Bajardi e dal piano di Bonomo il brano si sviluppa attraverso un centrato intervento del tenore ben sostenuto dal pianoforte mentre nel giapponese ‘Kojo no tzuki’ il linguaggio assume connotazioni decisamente modali con e piano ancora in evidenza.

Luigi Vitale, Luca Colussi – “Stilelibero” – nusica.org 07
Stile liberoAncora una stretta collaborazione tra due musicisti alla base di un nuovo CD: “Stilelibero” con Luigi Vitale (vibrafono, vibrafono preparato con catene, arco da contrabbasso, MXR distortion, Memory boy Electro Harmonix) e Luca Colussi (batteria, sonagli, gong e vari oggetti sonori). Si tratta della settima produzione di nusica.org che si sta sempre più conquistando un posto di rilievo nel panorama discografico italiano grazie alla qualità e all’originalità delle proposte. Vitale e Colussi sono due musicisti già ben noti soprattutto nel mondo dell’improvvisazione che hanno già avuto modo di collaborare in alcune formazioni (sempre per nusica.org hanno registrato “Idea F”, primo disco di XYQuartet); quasi inevitabile, quindi, che nel 2014, alla fine di una lunga giornata di lavoro, abbiano deciso di incidere in duo per trovare il terreno ideale su cui esprimere appieno tutte le proprie potenzialità. E così la musica si dipana, fresca, spesso coinvolgente, a tratti fortemente evocativa, tra questi due poli rappresentati da strumenti spesso dal suono atipico. Ed è proprio la ricerca timbrica e i risultati raggiunti sotto questo aspetto i pregi maggiori dell’album che quindi si fa ascoltare con immutato interesse dal primo all’ultimo minuto. I due artisti riescono a conservare le proprie individualità e a porre sul tappeto tutto il proprio background riuscendo, comunque, a raggiungere un notevole punto di sintesi in cui sono perfettamente riconoscibili gli elementi derivanti da vari mondi musicali, dal jazz al classico, dalla musica moderna al rock. Il tutto giocato sul filo dell’improvvisazione, del buon gusto, senza alcuna forzatura sul piano del suono che alcuni improvvisatori amano trasformare in meri rumori francamente insostenibili. Insomma un album il cui ascolto consigliamo vivamente a chi ancora abbia remore nei confronti della libera improvvisazione.

Attilio Zanchi – “Ravel’s Waltz” – abeat 144
Ravel's WaltzDopo circa vent’anni ritroviamo il contrabbassista Attilio Zanchi responsabile di un progetto discografico. Per questo “Ravel’s Waltz”, registrato dal 2012 al 2014, Zanchi ha chiamato a raccolta una serie di straordinari musicisti con cui ha avuto modo di collaborare cosicché troviamo cinque diversi organici, il Paolo Fresu quintet con Tino Tracanna, Roberto Cipelli e Ettore Fioravanti, l’ARS3 con Mauro Grossi e Mauro Castiglioni, l’Inside Jazz Quartet con , Tino Tracanna, Massimo Colombo e Tommy Bradascio, il Tommaso Starace Quartet con Michele di Toro e Tommy Bradascio, il Barbara Balzan quartet con Gregor Muller e Tony Renold cui si aggiungono in un brano un trio completato da Tommaso Starace e Michele di Toro e in un altro un ensemble più ampio comprendente Giuseppe Emmanuele, Mauro Castiglioni, Felice Reggio, Simone Ronzini, Beppe Caruso, Giuseppe Cattano, Corrado Sambito e Gilberto Tarocco. In repertorio dodici brani scritti in massima parte dallo stesso Zanchi . Insomma una sorta di compilation in cui il contrabbassista ha voluto, in un’ideale galleria, rendere omaggio, principalmente con sue composizioni, e ai suoi autori preferiti e ai musicisti con i quali ha diviso tanti anni di esperienze jazzistiche. Ecco quindi l’apertura dedicata a Ravel nella cui introduzione, dichiara lo stesso Zanchi, sono contenute alcune note tratte dalla “Pavane”; a seguire due sentiti omaggi alla cultura brasiliana con “Chorinando” e “Neruda” che inizia addirittura con la voce del poeta brasiliano. Sentito il ricordo di Giuseppe Verdi con una toccante esecuzione dell’ “Ave Maria” scritta dal compositore di Busseto nel 1889 e con l’original “L’enigma di Verdi”. A Piazzolla è dedicato “Astor” così come “Hermeto” è dedicato a Pascoal mentre “Romanza” è una splendida composizione di Poulenc di cui viene eseguito il secondo movimento dal trio Carlo Guaitoli al piano, Tino Tracanna al sax soprano e ovviamente lo stesso Zanchi al contrabbasso, dapprima nel pieno rispetto della melodia originale e quindi attraverso una parte improvvisata. “Labios de Flores” è un tema di Mauro Grossi dedicato al poeta argentino Juan L. Ortiz mentre a chiudere “Sound of love”, di Zanchi, trae ispirazione da quel “Duke Ellington Sound of love” di Mingus che lo stesso Zanchi dichiara di considerare “una delle più belle ballads mai scritte”. Declinato così l’album potrebbe apparire discontinuo: niente di più errato; l’album conserva una sua coerenza di fondo dovuta sia al filo ispiratore sia, soprattutto, alla maestria di Zanchi nel condurre i diversi organici verso il medesimo obiettivo, vale a dire un jazz caratterizzato da una interessante ricerca melodica non disgiunta da raffinatezze armoniche e timbriche e da una serie di calibrati e pertinenti interventi da parte di alcuni dei migliori solisti che il jazz italiano possa vantare.

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