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Si era credo nel 1987. A Torino, passando di fronte a un negozio di dischi che ora non c’è più, il mio sguardo cadde su un doppio CD: erano i primi, non tutti ancora possedevano il lettore, io compravo ancora gli LP…altri tempi. Era “Il clavicembalo ben temperato, primo libro” di Bach. Guardo il nome del e chi ti vedo?…ohibò, Keith Jarrett!
Molto incuriosito acquistai subito il disco e rimasi colpito dalla qualità del pianismo di Jarrett, ma anche e sopratutto dalla serietà con la quale egli affrontava il testo bachiano, senza quelle stranezze o arbitrarietà che il genio del suo narcisismo avrebbe potuto concedersi e che certamente il pubblico di buon grado gli avrebbe perdonato. Invece: rigore, e poi ancora rigore.

Negli anni successivi Jarrett, onusto di allori tributati dal mondo del , avrebbe visto accrescere la propria fama grazie al suo iconico “Standards ” e a concerti solitari nei quali spesso l’artista si prende i rischi maggiori e raggiunge i risultati più interessanti. Sarebbero aumentate le sortite nell’ambito classico, limitate però quasi esclusivamente alla discografia e raramente al palcoscenico.
Non sempre, personalmente, le sue scelte mi hanno convinto del tutto. Ad esempio le Variazioni Goldberg, realizzate al clavicembalo, mi sembrano, ancorché corrette, un po’ generiche nel fraseggio e nella realizzazione degli abbellimenti e troppo uniformi nella scelta dei tempi; il suo Mozart, con l’orchestra diretta da Dennis Russel Davies, risulta un po’ troppo serio e tetragono, con poche differenziazioni timbriche.
Con buona pace delle mie osservazioni, però, va detto che con le suddette realizzazioni Jarrett compie una vera, ammirevole operazione culturale mettendo al servizio della musica la sua enorme fama e così avvicinando alla cosiddetta “classica” molti appassionati della sua arte jazzistica. Altro che Lang Lang e Bocelli!
Dopo una recente, bella realizzazione delle Sonate di J.S.Bach per violino e pianoforte con la violinista newyorchese Michelle Makarski, Keith Jarrett licenzia per ECM, e in occasione del suo settantesimo compleanno, un disco “live” con due Concerti del Novecento per pianoforte e orchestra: quello di Samuel Barber, del 1960-62 e il terzo di Bartók, lasciato incompiuto nel ’45, e completato nelle ultime 17 battute dall’amico Tibor Serly. Sono lavori entrambi in tre tempi, accomunati anzitutto dal fatto di essere stati concepiti in terra americana ma anche parzialmente dal linguaggio, improntato a un vitalismo ritmico e che armonicamente fa ancora riferimento alla tonalità.

Con Barber ci troviamo formalmente entro il perimetro classico: il primo tempo si apre con un’ampia perorazione del solo pianoforte, cui segue un Allegro appassionato sostanzialmente in forma- sonata.
L’estensore delle note, Paul Griffiths, sostiene che qui post-serialismo e tardo romanticismo sembrano incontrarsi, ma a me a dire il vero questa musica pare piuttosto una superfetazione del verbo hindemithiano.
Il secondo tempo, che deriva da una precedente Elegy per flauto e pianoforte, è un interludio lirico e trasognato dove il flauto dapprima, l’oboe e gli archi poi, vanno intrecciando sofisticati arabeschi che perpetuamente decorano una semplice quanto memorabile melodia senza mai sovraccaricarla. L’ultimo tempo, una sorta di Toccata molto ritmica solo temporaneamente placata da due oasi liriche poste al suo interno, sembra imparentato con certo jazz sinfonico (Grofè, Gershwin) ma, rinchiuso nelle alchimie di un movimento ostinato, fa pensare anche a Prokofiev, specie nell’episodio iniziale e in quello finale.
L’opera giunge a compimento, dopo una serrata coda, con un accordo-deflagrazione che scatena l’applauso, prolungato e interamente documentato nella registrazione, di un pubblico entusiasta.

Riferendosi a Béla Bartók, sempre Paul Griffiths osserva come per quest’ultimo l’incontro con l’America, dove emigrò nel 1940, significò anche l’incontro con “la terra del jazz”. E’ vero, fu in contatto con alcuni grandissimi musicisti come Benny Goodman, per cui scrisse i “Contrasti”, ma direi che in fondo quest’arte gli rimase fondamentalmente estranea.
In quest’ultimo periodo della sua vita, purtroppo infelice a livello personale, vede la luce, oltre a questo terzo concerto per pianoforte e orchestra, anche l’opera sua più famosa, il “Concerto per Orchestra” scritto per Koussevitzky. Lo stile è ora caratterizzato da una semplificazione della forma e del linguaggio armonico, con un recupero della tonalità nel segno di una neo-classica trasparenza: una prospettiva lontana da lavori realizzati soltanto alcuni anni prima, come ad esempio il quarto Quartetto per archi o il secondo Concerto per pianoforte e orchestra.
Il cuore di questo terzo è lo stupendo movimento centrale, ‘Adagio religioso’ dove si avverte l’influenza di Aaron Copland così come il vagheggiamento di larghi spazi ed orizzonti. I due movimenti estremi, il primo e il terzo, sono egualmente felici nell’ispirazione quanto dotati di propulsiva energia. Negli episodi fugati del tempo conclusivo troviamo, a mio giudizio, alcuni tra i migliori esempi del Bartók contrappuntista.

Keith Jarrett, nella sua pubblicazione “classica” più felice, suona davvero bene, con slancio, proprietà stilistica e la consueta padronanza tecnica. Un pianismo brillante, improntato, più che alla ricerca di seduzioni timbriche, alla chiarezza e alla scrupolosità della resa del dettato ritmico: visione esteticamente perfetta per questi due capolavori.
Il concerto di Barber viene eseguito con la Rundfunk-Sinfonieorchester Saarbrücken diretta da Dennis Russel Davies; quello di Bartók con la New Japan Philarmonic Orchestra diretta da Kazuyoshi Akiyama, compagini e direttori impeccabili.
A guisa di accordo finale, il pianista si congeda dall’adorante pubblico nipponico (e da noi) con un aromatico “Tokyo encore”, appropriato e assai gradito. Applausi a pioggia.

Vi invito a procurarvi anche il bellissimo “Creation” che esce in contemporanea sempre per ECM e racchiude alcune improvvisazioni solitarie raccolte durante concerti tenuti a Tokyo, Toronto, Parigi e Roma.
…ed anche lo stupendo libro fotografico “Keith Jarrett, un ritratto” di Roberto Masotti (Arcana), davvero indispensabile.
Auguri Keith, per i tuoi settant’anni.

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