Auditorium Parco della Musica, 8 maggio 2015

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sigurtà auditorium

Il Jazz è multiforme, ed è semplice definire con quasi certezza all’ ascolto solo cosa NON è Jazz. Poi si ascoltano atmosfere, componimenti, suggestioni diversi tra loro, che sono Jazz, perché ti viene di dire “si, lo è”, oppure che sono al confine con il Jazz e se ne nutrono ma anche lo nutrono.

Fulvio Sigurtà ha presentato all’ Auditorium Parco della Musica il suo nuovo cd uscito per Cam Jazz, “The Oldest Living Thing”, in Trio con il chitarrista Federico Casagrande e con il bassista Steve Swallow, che in questo bel concerto romano è stato sostituito dal giovane londinese Kevin Glasgow. Ciò che ho ascoltato è stata prima di tutto una musica impalpabile e suggestiva, a partire dal timbro incorporeo eppure intenso e vibrante reso dagli intrecci tra chitarra e contrabbasso, sui quali la voce della di Sigurtà si inserisce in modo volutamente discreto e “paritario” rispetto agli arpeggi della chitarra e alle evoluzioni del basso elettrico, anche quando essa è portatrice del tema melodico che caratterizza il brano.

C’è una ricerca costante dell’ equilibrio sonoro, a partire proprio dalla tromba: Sigurtà ha una voce connotata, riconoscibile, una sua vera e propria cifra stilistica, che è data da una specie di indecifrabile intensità rarefatta: mi si perdoni l’ ossimoro, ma è questa la sensazione che si prova ascoltando le sue note lunghe, le sue dinamiche raffinate, caleidoscopiche su volumi mai esagerati. In una gamma tarata tra il pianissimo ed il mezzo forte, tutto ciò che c’è in mezzo ha una varietà ricca e soprattutto chiaramente percettibile di volumi, assottigliamenti ed inspessimenti che cullano chi ascolta ma ottengono il contrario dell’ assuefazione. 
La ricerca del suono di Sigurtà la si incontra nella chitarra di Casagrande e nel basso Glasgow , ed è si, individuale, ma anche corale fra i tre strumenti, che cercano e trovano un bilanciamento perfetto ma mai uniforme o monotono. Sono piuttosto equilibristi leggiadri che procedono compiendo molte evoluzioni, e non certo una prudente e lenta camminata volta al semplice non cadere. Malinconici ma mai angosciosi, casomai toccanti . Delicati ma mai esili, casomai poetici.

Introspettivi ma mai cerebrali, casomai lirici. Un’ ora di concerto soave, leggiadro ma allo stesso tempo intensamente espressivo e pieno di spunti incisivi e persino sgargianti nella loro eleganza.

Perché il Teatro Studio dell’ Auditorium come sempre più spesso accade era praticamente vuoto? Bisogna rifletterci… La musica c’ era, come avete potuto leggere qui sopra. Peccato.

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