Il doppio concerto giovedì 14 maggio alla

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Nel corso della mia oramai lunga attività di cronista jazz, ho sempre considerato parte integrante del mio lavoro valorizzare quei giovani che ritenessi talentuosi, scrivendo articoli, mettendoci – come si dice – la faccia anche a rischio di prendere qualche cantonata nel formulare previsioni poi smentite dai fatti. Per fortuna finora è andata abbastanza bene: è andata bene con Pippo Guarnera, è andata bene con Fabrizio Sferra (fui il primo a segnalarne il talento su un quotidiano a diffusione nazionale), è andata bene con Roberto Spadoni, è andata bene molti anni dopo con Cettina Donato.

Quando nel 2008 venne pubblicato il suo primo album, “Pristine”, ne rimasi molto ben impressionato tanto da scrivere un articolo e intervistarla per un programma televisivo che allora conducevo. In questi sette anni Cettina di strada ne ha fatta molta: è stato da poco pubblicato il suo terzo album, “Third” per l’appunto (BlueArt 120), e viene adesso a ben ragione considerata una delle più belle realtà del nuovo panorama jazzistico nazionale.
La conferma è venuta, se pur ce ne fosse stato bisogno, dalla serata targata “BlueArt Management” svoltasi il 14 maggio alla Casa del Jazz di Roma. La Donato si è presentata con la stessa formazione presente nell’album ( Vito Di Modugno al elettrico, Mimmo Campanale alla batteria e Vincenzo Presta al sax tenore) presentando alcuni brani tratti da “Third”.
Nell’intervista di cui sopra Cettina, rispondendo ad una mia domanda, aveva dichiarato di sentirsi più compositrice che esecutrice; ora non c’è dubbio che l’artista messinese sia dotata di una bella fantasia creativa, non a caso tutti i brani dell’album sono frutto della sua penna… ma anche dal punto di vista pianistico ci è parsa oramai del tutto all’altezza della situazione.

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Perfettamente consapevole dei propri mezzi tecnici ed espressivi, Donato non intende stupire alcuno ma solo seguire al meglio la propria ispirazione: di qui una musica che respira, in cui le pause hanno un peso specifico, in cui mai si avverte la sensazione di un qualcosa in più, di una qualche nota che non sia del tutto necessaria. E questo modo di concepire la musica, la performance, viene ben condiviso dal gruppo nella sua interezza, con un Di Modugno prezioso sia in fase di accompagnamento sia quando si produce in assolo come nel suadente “Apulia” (dedicato alla Puglia terra dei suoi compagni d’avventura), e un Campanale perfettamente a suo agio sia con le bacchette sia con le spazzole, mentre Presta, presente non in ogni brano, aggiunge al tutto un tocco di maggiore incisività.
Il concerto si apre con un pezzo sinceramente toccante per i suoi contenuti extramusicali, un dramma familiare che la Donato racconta così, con estrema semplicità, senza retorica ma che proprio per questo ti colpisce forte, come un pugno nello stomaco: “Giò” è il titolo del brano (che apre anche il CD) ed è dedicato al fratello di Cettina, Giovanni, che è autistico, cieco e muto e che trova le sue modalità di espressione nel suonare, benissimo, il pianoforte; ma la sua malattia lo porta a reiterare brevi nuclei tematici; ebbene Cettina ha preso questi nuclei tematici e ci ha costruito un brano difficile, a tratti spigoloso, dall’andamento ossessivo, nevrotico ma di grande comunicativa… davvero un piccolo gioiellino per quanto sa esprimere.
A seguire, “Crescendo”, innervato dalla presenza di Vincenzo Presta e caratterizzato da un ritmo quasi funky; il terzo brano, secondo lo stesso ordine del disco, è “Apulia” cui abbiamo già fatto cenno, quindi “Freedom” un pezzo, che sottolinea la stessa Donato, è ‘scorretto’ secondo le regole formali dell’armonia ma che funziona comunque benissimo a dimostrazione della vecchia tesi per cui le regole sono là, ma quel che conta, nella musica, è l’orecchio, la musicalità.
Il concerto si chiude, così come il disco, con “Sugar & Paper” dal marcato andamento ritmico, con un Presta in gran spolvero.
E l’occasione ci sembra propizia anche per completare il discorso sull’album che contiene altri tre brani, “Minor blues” in cui la Donato fa sfoggio di un pianismo scintillante, duettando con Di Modugno su tempi piuttosto veloci, “Look at the moon” dal ritmo latineggiante con un Di Modugno impegnato in un altro convincente assolo e “Pentatrio” anch’esso costruito sulla ripetizione di un accattivante nucleo tematico su cui si innestano le improvvisazioni della pianista; ciò che caratterizza questo CD rispetto alle due precedenti esperienze discografiche della Donato è da un lato il fatto che gli otto brani sono tutti suoi, dall’altro che questa volta gli arrangiamenti sono più semplici anche perché l’artista si esprime in trio e in quartetto. Insomma un viaggio attraverso il mondo interiore della Donato che non a caso confessa di aver scritto questi pezzi in occasioni particolari: alcuni durante il soggiorno negli Stati Uniti, altri di ritorno in Italia… ad esempio “Apulia” ritrae un momento particolarmente felice, quello in cui l’artista venne invitata dal maestro Marco Renzi, direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica della provincia di Bari, ad esibirsi per l’appunto con l’orchestra come direttore e arrangiatore… e fu proprio in quella occasione che la Donato conobbe quelli che sarebbero divenuti i suoi partners per “Third”. Insomma un disco affascinante nella sua non banale semplicità.

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Assai godibile anche la prima parte della serata che ha visto sul palco il gruppo del contrabbassista ligure Massimiliano Rolff che ha presentato alcuni brani tratti dal suo ultimo album “Scream!” (BlueArt 117) uscito nel 2014 e che ha raccolto ottimi meritati consensi. A differenza della Donato, Rolff si è presentato con una formazione diversa rispetto al disco: fermo restando Fabio Giachino al pianoforte, Nicola Angelucci veniva sostituito alla batteria da Ruben Bellavia mentre Juan Carlos Caldero alle percussioni lasciava il posto a Marco Fossati.
Il concerto si apre con una succosa medley comprendente “Focus” e Scream theme” e ci vuole davvero pochissimo per instaurare la giusta atmosfera: il ritmo trascinante ottimamente sostenuto da basso, batteria e percussioni, offre a Fabio Giachino l’opportunità di prodursi in uno dei suoi mirabili assolo in modale e il pubblico non fatica a sintetizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda dei musicisti. La musica scorre fresca, fluida, moderna, godibile senza alcuna forzatura, con il leader che evidenzia anche tutta la sua abilità di contrabbassista in possesso di grande tecnica e di grande facilità improvvisativa.
A seguire “Far Away, Your Eyes” un brano dolcemente melodico impreziosito ancora una volta dal leader che inizia disegnando la melodia ottimamente sostenuto da un Bellavia in serata di grazia mentre Giachino conferma vieppiù di essere un eccellente pianista.

Massimiliano Rolff

Devo dire che dopo aver ascoltato il concerto, nonostante l’ora tarda, tornato a casa ho voluto riascoltare il disco e sui primi tre brani cui ho fatto cenno, non ho trovato differenze sostanziali, nel senso che l’organico cambiava ma la valenza della musica restava intatta a conferma del valore intrinseco delle composizioni tutte a firme di Rolff.
Viceversa per quanto concerne l’esecuzione del celebre brano di Mingus, “Bye-ya” , ho maggiormente gradito l’esecuzione discografica così ben caratterizzata da quei mutamenti di ritmo e di atmosfera, dal Brasile allo swing per ritornare al Brasile.
Tornando al concerto, lo stesso è proseguito con “Ton-do” (in bella evidenza batteria e percussioni) e si è concluso con “The space in between” con il leader che si fa valere ancora una volta come solista e con una scrittura che ci regala cambi di atmosfera tanto imprevedibili quanto trascinanti.
E anche in questo caso mi sembra opportuno chiudere completando una breve analisi sull’album. Così come per la Donato, anche in questo caso le composizioni sono di Rolff eccezion fatta per il già citato “Bya-ya” e per “Someone to watch over me” di Gershwin, che chiude l’album, impreziosito da una squisita introduzione del cui fa seguito un sapido intervento del solito eccellente Giachino.
L’album contiene altri due brani, “The shadow of Russel Jones” forse uno dei brani più belli dell’intero album, dedicato a Ahmad Jamal (Frederick Russell Jones era il suo vero nome) e ispirato proprio da alcuni lavori del grande pianista e “Three Golden Paths” caratterizzato ancora una volta da un centrato assolo del leader, supportato dal solo pianoforte con la batteria che si fa sentire solo nelle parti conclusive.
Un’ultima notazione: carissimo Rolff come già detto la sua musica è assolutamente fruibile, ben costruita, venata di inflessioni ora latine ora leggermente funky ora addirittura swing… insomma un mainstream moderno – se mi passate l’ossimoro – ma di sicura valenza… lei è altresì una persona – almeno così l’ho recepita – dolce, gentile, disponibile… allora perché non regalarci, durante i concerti, qualche sorriso in più che mai fa male?

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