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Stefano Amerio 3 Luca D'Agostino

In pochi anni è riuscito a raggiungere livelli di assoluta eccellenza tanto che il suo studio è oramai conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo. Stefano Amerio è il protagonista di questa sorta di sogno dei tempi d’oggi, un personaggio che, ad onta del successo ottenuto, è rimasto quello di sempre: gentile, disponibile ma soprattutto innamorato del suo lavoro. Ecco, in particolare, ciò che pensa del suo lavoro e della situazione del più in generale.

-Partiamo da lontano: di solito ci si avvicina alla musica per suonarla, eseguirla. Tu hai scelto un’altra strada; come mai?
“In parte musicista lo sono: ho studiato pianoforte 5 anni ed ho suonato con vari gruppi della mia regione per diversi anni come tastierista. Poi la passione per l’audio e il dover fare da tecnico/tastierista mi ha portato inevitabilmente a scegliere la strada delle tecniche di registrazione. E’ stato molto naturale”.

-Vogliamo spiegare, soprattutto ai profani, in che cosa consiste il tuo lavoro?
“Il mio lavoro è simile, per analogia, a quello del fotografo. Fisso su un supporto un “attimo fuggente”, in questo caso la musica, affinché chiunque possa ascoltarla, goderne e vivere delle sensazioni: il tutto con massima qualità e soprattutto grande passione”.

-Quello del fonico, di ingegnere del suono è un mestiere che si impara sui libri o sul campo?
“Io ho studiato su libri americani, in lingua inglese, perché all’epoca (25 e più anni fa), non si trovava nulla in Italia, e poi sul campo: l’esperienza sul campo è fondamentale e dico sempre che se non avessi avuto dei Maestri come Marti Jane Robertson, Roger Nichols e Al Schmitt non avrei potuto capire tante cose”.

-Oggi il tuo studio è tra i più accreditati al mondo; che impressione ti fa? L’avresti mai detto che un giorno avresti raggiunto tali traguardi?
“Quando credi in qualcosa e vuoi raggiungere degli obiettivi che ti sei prefissato, penso sia tutto possibile. Basta crederci e avere al tuo fianco una famiglia che condivida le tue scelte e ti assecondi. Per me è stato così. Un piccolo aiuto iniziale, un anno di tempo per dimostrare che non era un gioco ed eccomi qua! Non è stato facile ma grande è la soddisfazione, come è grande il sacrificio… Alla fine è la grande passione che mi ha dato la spinta! Senza sacrificio, passione e determinazione non credo sarei riuscito a raggiungere questi traguardi. E poi una cosa è stata vincente: la ricerca della qualità senza compromessi!”.

-Quali sono stati i passi attraverso cui sei giunto alla meravigliosa realtà odierna?
“Aperto lo studio nel 1990, ho iniziato registrando un pochino di tutto. Poi ho iniziato a registrare sempre di più cose acustiche finché nel 1996, grazie alla fiducia di Glauco Venier ho registrato il mio primo disco di jazz e da li è partito tutto. Dopo Glauco è arrivato U.T. Gandhi, batterista storico dell’allora Electric Five, che portò Enrico allo studio come ospite. Enrico rimase stupito nel sentire la sua tromba così bella che iniziò a voler registrare tutto quello che poteva da me, e nel 2003 mi portò Manfred Eicher ed ECM a Cavalicco (Udine) per il disco Easy Living. Lo studio era ancora primordiale e dissi ad Enrico che non mi sentivo pronto per accogliere un’etichetta così importante e nota per la qualità sonora delle registrazioni. Ma insistette e da allora sono uno dei fonici da loro accreditati. Ringrazierò sempre Enrico per la grande fiducia: è un grande!”.

-Il tuo è un lavoro anche tecnico: per raggiungere risultati ottimali quanto è importante il macchinario e quanto chi tale macchinario è chiamato a gestire? Ti faccio un esempio: oggi nella Formula 1 è davvero arduo dire se è più importante la macchina o il pilota fermo restando che ambedue devono essere di assoluta eccellenza per emergere…
“Il macchinario è importante, ma è sempre chi conduce il mezzo che fa la differenza.
Puoi avere strumenti potentissimi e fare disastri inenarrabili… La sensibilità e il gusto estetico in questo lavoro è tutto. Dopotutto stiamo parlando di un lavoro che si relaziona con l’estetica del suono”.

-Non avverti il pericolo che l’avvento di tecnologie sempre più sofisticate in fase di registrazione, dove praticamente tutto è possibile, si uccida o quanto meno si limiti fortemente la creatività dell’artista?
“La tecnologia aiuta moltissimo, ma va usata con estrema intelligenza e buon gusto.
E spesso vedo artisti che farebbero meglio a studiare il proprio strumento e comporre piuttosto che perdere del tempo a “provare” software di registrazione. E’ giusto che il musicista abbia un pizzico di conoscenza di tecniche audio, ma ad ognuno il proprio mestiere. Io faccio il tecnico del suono ed il musicista deve fare il musicista, scrivere bella musica, che poi io registro con qualità. E così si fondono due mondi paralleli”.

-Molti temono che l’avvento dell’MP3 possa determinare, se non lo ha già fatto, un calo dell’attenzione verso la qualità dell’ascolto; cosa ne pensi?
“Purtroppo il danno è stato fatto! Le nuove generazioni ascoltano soprattutto MP3, YouTube, Spotify ecc. dove l’audio è veramente terribile. Per fortuna c’è ancora qualcuno che vuole ascoltare prodotti di qualità e la mia idea è sempre la stessa: registrare sempre alla massima qualità!”.

Stefano Amerio foto Luca D'Agostino

-Quando effettui una registrazione, preferisci un produttore che interferisca o qualcuno che ti si affidi completamente?
Il vero produttore non interferisce, ma si cura dell’aspetto artistico. Quando lavoro con etichette discografiche in cui c’è un produttore, faccio davvero il lavoro di tecnico che si prende cura del lato tecnologico e della registrazione, mentre in altre situazioni mi viene chiesto un parere e con grande delicatezza esprimo il mio pensiero o quando serve cerco di dare una mano nel far capire dove c’è da migliorare o dare una parola di incoraggiamento per raggiungere il risultato voluto. Il lavoro del fonico è anche psicologico, perché l’artista davanti al microfono diventa molto vulnerabile e quindi va rassicurato e sostenuto”.

-Si parla spesso del sound ‘Blue Note’; oggi di quale sound si può parlare senza tema di smentite?
“Per me non c’è un suono Blue Note, ECM o quant’altro. Per me c’è un bel suono e basta. Quando ascolto se c’è bella musica, ben suonata e ben registrata che mi emoziona, quello è il suono”.

-Cosa ha significato per la tua carriera lavorare anche per la ECM?
“Lavorare con ECM e soprattutto con Manfred Eicher è un’esperienza unica.
Principalmente per i grandi musicisti con cui vengo a contatto e poi per il grande entusiasmo che Manfred mette in ogni produzione: vive per questo e lo si sente!
Ed è un grande privilegio imparare dalla grande esperienza che ha. Mi ha dato fiducia e mi ha fatto crescere molto in questi anni di collaborazione, acquisendo e perfezionando il mio modo di ascoltare e quindi migliorandomi moltissimo nella ricerca del bel suono e del messaggio emozionale che deve essere catturato. Mi sento molto fortunato a lavorare al suo fianco e la cosa che maggiormente mi lusinga è la grande fiducia che sempre mi da nella preparazione delle registrazioni, la scelta dei microfoni, il loro posizionamento ecc. Un vero rapporto tra professionisti!”.

-Se non sbaglio un “tuo” album ha ottenuto una nomination ai Grammy Awards…
“Orgoglioso e felicissimo della nomination per il disco ECM “DISTANCES” di Norma Winstone al fianco di Klaus Gesing e dell’amico Glauco Venier. Registrato e missato nel mio studio, rimane un lavoro che mi porterò per sempre nel mio cuore”.

-Lavorando con moltissimi musicisti, hai trovato delle differenze profonde nel modo di approcciare il lavoro in studio?
“Certamente: qualcuno arriva con le idee molto chiare, qualcuno ha solo un’idea che poi sviluppa in studio, ma spesso da un’idea musicale chiara cercano logicamente di affinare e migliorare il materiale per poi registrarlo con la giusta cura. E’ un po’ come ricopiare dalla brutta in bella copia un tema”.

-Ricordi in particolare un album che hai “lavorato” e che ti è rimasto particolarmente nel cuore?
“Il primo album di jazz non si scorda mai: L’Insium di Glauco Venier e poi ce ne sono moltissimi tra i 1500 e oltre che ho registrato”.

-E un musicista?
“Kenny Wheeler: un musicista straordinario che si esprimeva con la musica e non con le parole. Una persona splendida che mi ha conquistato. Durante la registrazione del brano “Love’s Theme from Spartaco” dell’album “IT TAKES TWO” (Cam Jazz), Kenny non suonò il tema perché si commosse e al termine della take, uscì dalla sala dicendo che se avesse suonato avrebbe rovinato il brano… Immenso!”.

-Come mai, tra mille cose da fare, hai sentito l’esigenza di creare un’etichetta discografica.. fermo restando che purtroppo i dischi non si vendono?
“L’etichetta nasce dal desiderio di dare voce ai musicisti del Friuli, che da sempre hanno dovuto uscire dai confini regionali per trovare un’etichetta che li promuovesse e li aiutasse a divulgare la loro musica. E’ un enorme sacrifico, ma cerco di combattere questo momento in cui tutto sembra essersi fermato. Purtroppo la tecnologia del download è stata la rovina di tutto un sistema che si finanziava con la vendita dei dischi. Ora purtroppo tutto è decaduto. Qualche copia la si vende ai , ma sono talmente poca cosa che il ricavato forse riesce a malapena a coprire le spese di produzione. Non è un bel momento e questo genera una grave crisi del settore”.

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