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Marco Tamburini

Se la musica ci resta – e quella creata e suonata da Marco Tamburini appartiene quasi sempre alla sfera della bellezza e dell’originalità – si è però travolti dallo sgomento e dal profondo rammarico quando la fine di un’esistenza avviene in modo improvviso e fatale.
Il 29 maggio scorso il trombettista e compositore (nato a Cesena nel 1959) è morto in un incidente in via Zanardi, a Bologna: era su una delle tre moto coinvolte e le sue condizioni sono apparse subito gravissime. La sua vita, purtroppo, si è conclusa all’Ospedale Maggiore del capoluogo emiliano e sembra davvero impossibile che l’esistenza di Marco Tamburini – così piena di iniziative, progetti e “fame di futuro” – si sia interrotta di colpo (il 30 maggio avrebbe compiuto cinquantasei anni). Immediatamente i jazzisti ed i musicisti italiani si sono stretti attorno ai familiari del trombettista. Sulla sua pagina Facebook è apparso il seguente messaggio, firmato dalla famiglia: “Non è bello lo so ma vi scrivo a tutti e siete tanti e ciò mi rende consapevole di quanto Marco sia amato, purtroppo è vero, Marco è in cielo a suonare! La famiglia ringrazia di tutto questo affetto e si stringe nel dolore”.

Da una parte l’immagine delle Parche che, nella religione dell’antica Grecia, avevano il compito di recidere il filo a cui è appesa l’esistenza di ciascuno di noi torna ossessivamente in mente. Dall’altra la musica di Marco Tamburini mi (ci) parla di vita e di arte, di intelligenza e di sensibilità: è una sua lirica, astratta, sognante (“Il suono del vento”, scritta con Stefano Onorati) che si distende nello spazio, un brano che appartiene ad uno dei più interessanti album degli ultimi anni che Tamburini ha realizzato con il Three Lower Colours (Onorati e Stefano Paolini) ed il Vertere String Quartet: “Contemporaneo Immaginario” (Note sonanti, 2011). “Il mio Immaginario – scriveva il trombettista nelle note di copertina – è fatto di suoni, figure e colori che si fondono in atmosfere e ambienti fantasiosi, creando un sound electro-acustico coinvolgente e intenso che vive di contemporaneità. Grazie all’elettronica, usata dal trio insieme al quartetto d’archi, al lavoro di , arrangiamento e soprattutto di improvvisazione, la musica cullerà l’ascoltatore in un viaggio esplorativo attraverso territori sconosciuti e l’aria sarà l’ideale mezzo di trasporto. Senza i miei compagni di viaggio sarebbe stato impossibile volare così in alto e toccare mete impreviste, in un clima irripetibile che rende questo progetto assolutamente… Contemporaneo Immaginario”. C’è molto della filosofia sonora di Tamburini in queste sue parole: la ricerca di un suono trombettistico (e non) che, a partire dalla lezione afroamericana magnificamente assimilata, inglobi ed utilizzi creativamente l’elettronica (come in “Medina”, nell’album citato); la capacità di comporre ed arrangiare unita ad una fantasiosa facilità di “ istantanea” (improvvisazione); l’idea compositiva di creare “ambienti fantasiosi” e “viaggi esplorativi” attraverso la musica; il forte senso del collettivo, il rispetto e la stima per gli altri musicisti; il jazz inteso come musica “contemporanea” e “immaginaria”, nutrita dal passato ma lanciata nel futuro.
Marco Tamburini aveva, peraltro, collaborato in qualità di arrangiatore e trombettista con tanti cantanti pop, un significativo elenco che comprende, tra gli altri, Irene Grandi, Laura Pausini, Fabio Concato, Vinicio Capossela, Raf, Luca Carboni e Lorenzo Jovanotti. Nel 2010 con “Jova” ed il suo trio aveva risonorizzato “Sangue e arena” diretto da Fred Niblo (1922), uno dei più celebri film del cinema muto, con Rodolfo Valentino protagonista nel ruolo del torero Juan Gallardo (dvd, Ermitage/Medusa). La pellicola era stata commentata con musiche improvvisate in diretta sullo scorrere delle immagini (la si trova in “First Take”, Caligola records, 2011).
Del resto è il jazz l’ambito sonoro privilegiato da Tamburini che si diploma al conservatorio in tromba a vent’anni e inizia la sua attività professionale a venticinque nel 1984. Appartiene a pieno titolo alla generazione dei giovani jazzisti che ha rinnovato la scena italiana e si è imposta in quella internazionale, la “nuova onda”. In tre decenni di carriera il trombettista si è esibito in numerose rassegne (da “Umbria Jazz” al “Dubai Jazz Festival”) ed in innumerevoli locali e teatri fino al newyorkese “Birdland”. La bolognese Cantina Bentivoglio gli aveva riservato, nel 2011, una “Carta Bianca” in cui l’artista aveva proposto tre recital: “Canzoni” con Danilo Rea; il quintetto “Isole” (con Stefano Bedetti, Marcello Tonolo, Daniele Santimone, Cameron Brown e Billy Hart) e “Sangue e arena”. Costante anche la sua attività didattica, dal conservatorio di Perugia fino a quello di Rovigo e ai seminari di Siena Jazz, dove era atteso anche per quest’estate. Davvero infiniti i progetti, le registrazioni e le collaborazioni che Marco Tamburini ha seguito e ideato, mantenendo un solido legame con i jazzisti italiani (in particolare con il pianista Marcello Tonolo che si ritrova fin dal primo album del 1991, “Thinking of You”, Pentaflowers) ed una fertile collaborazione con jazzisti americani conosciuti in vari ambiti artistico-didattici.
Se la musica del trombettista ci resta, ecco alcuni tra i più significativi dei suoi molti album. “Trip of Emotion” (NelJazz/Ermitage, 1996) vede in azione due quartetti con ospiti i trombonisti Slide Hampton e Roberto Rossi: raro l’organico con due ottoni solisti in un repertorio quasi tutto di Tamburini.
“Amigavel” (Caligola records, 2003) è in duo con il pianista Marcello Tonolo; i due sono legati, come si accennava, da profonda amicizia fin dall’esperienza della Keptorchestra e della formazione – negli anni ’90 – con Tiziana Ghiglioni e Maurizio “Bicio” Caldura (coetaneo di Tamburini, morto tragicamente nel 1998). L’album è registrato in presa diretta all’Unisono Jazz Café di Feltre e documenta “un legame, il loro, che ha profondi risvolti umani, oltre che musicali” (Claudio Donà).
“Two Days in New York” (Caligola records, 2004) riporta una brillante seduta di registrazione nella Big Apple con il trombettista-leader (e compositore di cinque brani su nove) con ai sassofoni Gary Bartz (e Paul Jeffey in un titolo), il pianista George Cables (sostituito in un’occasione da Tonolo), Ray Drummond al contrabbasso e Billy Hart alla batteria. “Se è vero che (Marco Tamburini) non è nuovo ad esperienze di respiro internazionale – scriveva Paolo Fresu nelle note di copertina – , questo Cd è di certo quello in cui, più di ogni altro, si carica di grandi responsabilità come leader, coinvolgendo alcuni dei più straordinari protagonisti dell’attuale scena jazzistica, con un progetto riccamente arrangiato dove la sua raffinata cantabilità trova un’ancor più piena realizzazione in cinque brani originali, composizioni fresche e ben costruite. (…) “Two Days in New York” è un vero disco di jazz. Non solo perché è suonato con tutto l’amore che Marco ha verso questo linguaggio, ma perché ha al suo interno un ricco e colorato caleidoscopio di mondi che proiettano la sua musica dal presente verso il futuro con la perenne necessità di andare verso il passato, quello dei grandi maestri che sono stati la nostra fonte di ispirazione e con i quali è difficile competere oggi, agli inizi del terzo millennio”. Marco Tamburini era fin dall’inizio (festival di Berchidda, 2001) nell’Italian Trumpet Summit con Fresu, Franco Ambrosetti, Flavio Boltro e : lo si può ascoltare in “Paolo Fresu. Cinquant’anni suonati” (vol.3, repubblica / L’espresso, 2012) mentre esegue un travolgente “Joy Spring” di Clifford Brown, proprio nell’arrangiamento di Tamburini.

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