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classica

In Italia Henri Dutilleux, che nacque nel 1916 ad Angers, non è eseguitissimo né conosciuto dai più. Non troppe, benché molte siano prestigiose, neppure le incisioni delle sue opere. Ascoltai il pianista svizzero Jean-François Antonioli, con cui ebbi il piacere di studiare tanti anni fa, suonare – benissimo – alcuni Preludi: pezzi di grande atmosfera.
Subito dopo la scomparsa, avvenuta nel 2013, il nome di Dutilleux assurse nuovamente agli onori – si fa per dire – della cronaca, non purtroppo per la musica ma a causa di un pasticciaccio degno di quello gaddiano… Nel novembre 2013 mi pare, il sindaco di Parigi decise di negare il permesso alla posa di una targa commemorativa sull’edificio presso il quale il musicista abitò. Ciò in base a un’accusa risibile di collaborazionismo fondata sul fatto che Dutilleux ebbe a scrivere, nel 1942, in pieno regime di Vichy e in un momento di ristrettezze economiche, le musiche di commento per un innocuo documentario sportivo. Unanime fu la sollevazione del mondo culturale (Jack Lang si disse “abasourdi”) di fronte a tale sciocca esibizione di giacobinismo giacché, lungi dall’essere stato nazista, Dutilleux fu al contrario, come molte testimonianze comprovano, uno strenuo oppositore del nocivo morbo germanico. Successivamente il Comune ammise il proprio errore, la targa venne finalmente apposta e noi fingemmo di consolarci per il fatto che non solo in Italia trovansi politici, per così dire, dalla fronte inutilmente spaziosa.

Questo disco pubblicato nel 2013 da Deutsche Grammophon mi ha dato l’occasione di riascoltarlo e sono rimasto, come sempre, incantato.
Musica “piena di grazia”, mossa su fondali marini dai mille colori su cui si dischiudono epifanie di luce e dove, come esotiche farfalle, sventolano le proprie ali colorate miriadi di figure erranti. I colori sono i personaggi principali, quasi con funzione tematica, dei suoi racconti: e una rete di prospettive, intersecata con altre reti, si svolge dal gomitolo della sua immaginazione sotto i nostri occhi con smaliziata naturalezza. In simile reticolo scorgiamo, come riflessa, anche la complessità del tempo che viviamo, le nostre città, anime, vite. Un’arte non astratta, misteriosamente palpitante, con la quale possiamo colloquiare. Dotato di tecnica brillante anche sul versante contrappuntistico (risultò vincitore del Prix de Rome nel 1938), con una predilezione per il calligrafismo, Dutilleux confeziona opere dal gusto quasi orientale che si collocano, esteticamente, quasi tra Ravel e Boulez, pur se da questi diversissimo. Come Ghedini o Busoni, fu un avanguardista isolato, praticante le tecniche più aggiornate (le fasce microtonali, la musica elettronica) ma restio ad aderire ad alcun dogma proprio o altrui.Scritto su commissione dei Berliner Philharmoniker, dedicato a Dawn Upshaw e Simon Rattle, poi rivisto con l’aggiunta di un nuovo finale scritto per il soprano Barbara Hannigan che qui ascoltiamo nella sua meravigliosa interpretazione (nessuno come lei sa dare calore alla musica d’oggi), il ciclo “Correspondances” allude all’ omonima poesia dei ‘Fleurs du Mal’ ma, su un altro piano, anche al fatto che due dei testi utilizzati (tradotti in francese) sono scambi epistolari: una lettera di Aleksandr Solženicyn agli amici Mstislav Rostropovich e Galina Vishnevskaya, un’altra di Vincent van Gogh al fratello Teo. Queste due lettere intrecciano con gli altri testi (un’ode al dio Shiva scritta dall’indiano Prithwindra Mukherjee e due poesie di Rainer Maria Rilke) un dialogo sotterraneo basato su nuove e più nascoste corrispondenze di senso, cui Dutilleux fa corrispondere una musica raffinatissima, da “trobar clos”, avvolgente come la più sensuale seta indiana. Nel terzo movimento “ à Slava et Galina ” appare una citazione dal ” Boris Godunov ” di Modest Musorgskij; nel sesto, “de Vincent à Theo”, si citano “Les illuminations “di Benjamin Britten, analogo capolavoro ispirato a Baudelaire.
Le corrispondenze sembrano inseguirsi all’infinito in un’opera che può a ragione dirsi perfetta forma musicale di simbolismo inverato.

Ancora da Charles Baudelaire derivano i cinque movimenti per violoncello e orchestra “Tout un monde lointain” (Enigme, Régard, Houles, Miroir, Hymne) il cui titolo è tratto da un verso della ‘Chevelure’ (sempre dai Fleurs ) ove si raffigura ” l’Asia languida, l’Africa cocente, un mondo lontano… “. Fu lo stesso dedicatario Rostropovich a stimolarne la e ad eseguirlo in prima assoluta nel 1970 al festival di Aix-en-Provence.
Qui è all’opera, in modo sottile e direi quasi invisibile, un altro procedimento frequente in Dutilleux, quello della libera variazione; ad esempio nel primo movimento, “ Enigma”, che procede dalla nebbia alla luce. Si tratta di variazioni non soltanto strutturali, ma timbriche e atmosferiche, che conferiscono al pezzo un aspetto cangiante e seducente.
Le difficoltà per il solista sono scabrose, qui però il violoncellista tirato a cimento è Anssi Karttunen, che si dimostra ben all’altezza del compito oltre a rivelare non secondarie qualità interpretative.

Per finire, ascoltate  “The shadows of time” (1997), grande affresco in cinque episodi per orchestra con tre voci di bambini, che può essere considerato il testamento spirituale di Dutilleux. Particolarmente commoventi a me sembrano le reminiscenze raveliane dell’ultimo toccante movimento, ”Dominante Bleue?”, sorta di astratta pavana dove è la mente a ballare da sola.

L’ottima Orchestre Philarmonique de Radio France è diretta con la consueta perizia da un compositore-direttore, Esa-Pekka Salonen, il quale non soltanto è il professionista riconosciuto in tutto il mondo, ma anche uno dei più convinti avvocati della grandezza del Dutilleux. Arte non ricchissima di titoli per via del suo perfezionismo, ma vertiginosa quanto a profondità.
Il presente CD è l’introduzione ideale alla musica di un artista generoso e grande esploratore dell’anima.

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