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I NOSTRI CD

Marcella Carboni – “Still Chime” – abeat 540
Still CimeAlbum assolutamente godibile non fosse altro che per la presenza di due artisti eccellenti sia per la sagacia strumentale sia per il coraggio avuto nell’imbracciare ed affermare due strumenti che nel campo del jazz hanno sempre goduto di poca popolarità: l’arpa e l’armonica. E a questo punto molti avranno già capito che si sta parlando di Marcella Carboni e Max De Aloe. In effetti oggi l’arpa-jazz in Italia è rappresentata quasi unicamente da questa gentile artista la cui disponibilità e bravura abbiamo avuto modo di constatare personalmente nel corso di una breve ma fruttuosa collaborazione. Max lo conosciamo da tanto tempo e mai abbiamo nascosto la stima che nutriamo nei suoi confronti per il modo assolutamente originale con cui affronta ogni brano, ogni partitura, indipendentemente dalle difficoltà esecutive. In questo album il gruppo è completato dalla vocalist Francesca Corrias , dal contrabbassista Yuri Goloubev e dal batterista e percussionista Francesco D’Auria. A ben vedere, eccezion fatta per D’Auria, gli altri tre si conoscono abbastanza bene: Carboni e la Corrias avevano collaborato una decina d’anni fa quando iniziarono una carriera che le avrebbe portate lontano; la stessa Carboni e Max De Aloe hanno di recente firmato assieme l’eccellente album “Pop Harp”. Logico, anche se non del tutto scontato, il fatto che in questo “Still Chime” si avverta immediatamente una bella intesa tra i cinque specie quando dalla pagina scritta si passa all’improvvisazione, vissuta da tutti come un momento particolarmente creativo. In quest’ambito è d’obbligo segnalare l’assoluta globale aderenza al progetto: dalla Carboni che disegna con la sua arpa melodie di rara intensità, a De Aloe che non si limita ad un gioco di preziosi contrappunti disegnando cromatismi di grande suggestione, da Goloubev davvero magistrale sia per il sostegno incessante e preciso sia per gli interventi solistici a D’Auria che sa trovare il giusto colore per ogni brano… a finire con la Corrias vocalist dalle mille possibilità, in grado di ben eseguire brani dalla più diversa connotazione.

Barbara Casini – “Uma Mulher” – Philology 470.2
Uma MulherBarbara Casini è considerata all’unanimità una delle migliori interpreti italiana di musica brasiliana e questo album ne è l’ennesima conferma. Così come è la conferma delle possibilità compositive della vocalist dal momento che accanto ad alcune perle della musica brasiliana figurano ben otto suoi original. Per affrontare questo variegato repertorio, la Casini si presenta alla testa di due formazioni, due trii composti rispettivamente da Alessandro Lanzoni (piano), Gabriele Evangelista (contrabbasso) e Bernardo Guerra (batteria) l’uno e Seby Burgio, Marco Siniscalco e Enrico Morello l’altro. Ovviamente le atmosfere sono diverse: il con Lanzoni è più squisitamente jazzistico mentre quello con Burgio si avvicina più al sound brasiliano. Comunque si potrebbe dire, ricorrendo alla matematica, che l’ordine dei fattori non modifica il prodotto.. ovvero sia con l’uno sia con l’altro gruppo la Casini conserva una propria ben precisa individualità caratterizzata soprattutto dall’eleganza e dal rigore con cui la vocalist affronta le diverse partiture. Ed è questa una caratteristica che la Casini ha saputo coltivare nel tempo e che oggi la pone ai vertici del canto jazz italiano, unitamente a poche altre elette. Dell’album in oggetto particolarmente convincenti appaiono le interpretazioni di due brani brasiliani, “Cartomante” di Ivans Lins e Vitor Martins e “Rana de nuvens” di Danilo Caymmi. Quanto alle composizioni della Casini, le stesse si fanno apprezzare sia per la struttura spesso anomala, sia per il bel connubio tra linea melodica e andamento ritmico; da ascoltare con particolare attenzione la title track, il brano più intimista e soffusamente malinconico dell’intero album e la splendida e delicata ballad “Respira piano” impreziosita dal di Lanzoni a far da cerniera tra i due interventi vocali della leader. .Una menzione la merita pure l’unico brano con i testi in inglese della stessa Casini, “Life Reassurance” di Paolo Silvestri.

Collettivo T. Monk – “Ugly Beauty” – honolulu records
UglyForse mai come in questo periodo assistiamo ad una messe di omaggi a Thelonious Monk; eppure c’è ancora qualcuno che si sveglia la mattina e chiede: ma ha ancora senso eseguire la musica di Monk così come quella di Ellington o di Coltrane? Domanda francamente stupida…anche perché non si sente alcuno che si chiede se sia ancora il caso di eseguire la musica di Bach. Ciò detto non si può non apprezzare il lavoro svolto dal Collettivo T. Monk ovvero un organico di dodici elementi sorto nel 2013 per iniziativa del chitarrista e arrangiatore Dario Trapani, in cui spiccano tra gli altri i nomi di Andrea Dulbecco al e Francesco Lento alla tromba. Registrato nel gennaio del 2014, l’album presenta un repertorio incentrato prevalentemente su brani di Monk, cui si affiancano pochi original e alcune composizioni di Coltrane e Joe Henderson. L’album parte subito forte con una bella interpretazione prima del brevissimo “Abide with me” di William Henry Monk ( organista e musicista di chiesa nonché compositore e editore musicale vissuto in Inghilterra nel XIX secolo) quindi di “Teo” di Monk in cui ascoltiamo una serie di assolo tutti perfettamente centrati: Francesco Lento alla tromba, Nicolò Ricci al sax tenore, Dario Trapani alla chitarra, Riccardo Chiaberta alla batteria. E la sapienza degli arrangiamenti è tale che in ogni brano c’è spazio per gli assolo dei vari musicisti che hanno così modo di farsi apprezzare. A nostro avviso, la carta vincente dell’album è da ricercarsi proprio da un lato nella perfetta aderenza degli arrangiamenti alle possibilità espressive dei singoli e dall’altro alla compattezza dell’organico che si muove con grande disinvoltura anche di fronte a partiture di certo non facilissime. Partiture che ci riportano i vari brani in una veste che pur aderendo all’originale è tuttavia caratterizzata da sicura originalità ad esempio nella strutturazione degli unisono dei fiati così come nella ricerca timbrica.

Riccardo Del Fra – “My Chet, My Song” – parco della Musica Records
My Chet, My SongE’ con immenso piacere che vi segnaliamo questo album uscito da pochi giorni. Protagonista un musicista italiano che ha reso grande il nome del jazz italiano in quel di Parigi, piazza notoriamente non proprio facilissima: Riccardo Del Fra. Alla testa di un quintetto comprendente Airelle Besson alla tromba e flicorno, Pierrick Pedron al sax, Bruno Ruder al pianoforte e Billy Hart alla batteria, cui si aggiungono la “Derutsche Filmorchester Babelsberg” con primo violino Torsten Scholz, Del Fra indirizza un sentito omaggio a Chet Baker, artista con il quale, a partire dal 1979, ebbe modo di collaborare per ben nove anni. Ora, conoscendo il fascino, l‘ammirazione, l’affetto che Chet suscitava nei “suoi” musicisti, è facile immaginare che tipo di musica un artista sensibile come Del Fra possa proporci. Una musica ricca di tante cose, suggestione, pathos, sincera commozione, tenerezza, un pizzico di dolce malinconia nel ricordare l’amico scomparso… Una musica declinata attraverso sei tra i brani favoriti da Chet e tre composizioni originali di Del Fra magnificamente arrangiati ed orchestrati dallo stesso contrabbassista. Ed è proprio qui il pregio maggiore dell’album, vale a dire nella capacità di Riccardo Del Fra di penetrare a fondo nella natura di ogni brano, catturarne l’intima essenza e riproporcelo attraverso la sua personalissima visione con arrangiamenti di largo respiro che consentono a tromba e sassofono di inserirsi alla perfezione nel tappeto sonoro costruito dagli archi. E questo tipo di lavoro viene lucidamente illustrato dallo stesso Del Fra laddove afferma che nell’arrangiare questi brani, ha seguito la sua inclinazione a “comporre all’interno di schemi musicali abituali e a inserirvi sorprese… per esempio creando introduzioni ‘con cassetti’, concependo interludi, inventando nuove sequenze armoniche per l’improvvisazione”. Il tutto senza la benché minima forzatura, senza che l’ascoltatore avverta il peso di una qualsivoglia inutile sovrastruttura anche se spesso la musica, dolente nella sua essenza, ti commuove sinceramente. E questa sensazione di pathos, coniugato con una estrema delicatezza, la si avverte immediatamente, sin dal lungo brano d’apertura, “I’m A Fool To Want You” di Wolf, Heron e Sinatra. E a proposito del repertorio, è davvero difficile segnalare qualche altro titolo anche se personalmente molto abbiamo apprezzato “Love for Sale” caratterizzato , dopo da una splendida introduzione degli archi, da un imprevisto cambio di atmosfera; notevole, sempre in questo pezzo, l’assolo di Airelle Besson, cui spettava forse il compito più difficile dovendo suonare lo stesso strumento di Chet. Ebbene Airelle se l’è cavata alla perfezione, mai dando l’impressione di voler scimmiottare Baker ma eseguendo ogni pezzo alla sua maniera, con grande sensibilità e tecnica sopraffina. Eccellente anche il comportamento di Pierrick Pedron (lo si ascolti soprattutto in “But nor for me”) mentre sull’eccellenza della sezione ritmica questa volta davvero i nomi parlano da soli: Bruno Ruder , Billy Hart, Riccardo De Fra il quale ci ricorda, nel caso ce ne fossimo dimenticati, che resta uno dei più grandi contrabbassisti che il jazz odierno possa vantare

Armanda Desidery – “blackmamba” – fo(u)r 418
BlackmambaPiù volte abbiamo evidenziato la scarsa attinenza tra i titoli dei CD e la musica che vi si ascolta; questo album ne è un classico esempio: “blackmamba” evoca atmosfere esotiche, l’Africa più misteriosa, le foreste amazzoniche…e invece nulla di tutto questo. La pianista Armanda Desidery, ben coadiuvata da Giulio Martino al sax tenore e soprano, Gianluca Brugnano alla batteria e Antonio De Luise al contrabbasso presenta un jazz canonicamente inteso. Il “black mamba” (il serpente nero), come spiega la stessa artista nelle note di copertina, è la paura ancestrale della morte, del buio di tutto ciò che non capiamo e che ci spaventa. Allo stesso tempo, però, rappresenta la crescita…”. L’album, quindi, rappresenta il tentativo di esprimere in musica il risultato di un viaggio interiore ricco di emozioni. Ora, al di là delle intenzioni espresse dalla pianista, l’album si fa apprezzare per le notevoli doti della Desidery che si propone nella duplice veste di compositrice ed esecutrice . In effetti l’album presenta undici originals scritti con perizia, senso della costruzione e buona varietà di atmosfere senza che ciò si traduca in mancanza di omogeneità. Anzi, la conoscenza di più linguaggi porta la pianista ad esprimersi con pertinenza e disinvoltura nei diversi terreni che decide di esplorare, siano essi più marcatamente melodici o impreziositi da improvvisazioni. E al riguardo, oltre il pianismo della leader, va sottolineato l’apporto immaginifico di Giulio Martino particolarmente brillante in “Aries” mentre De Luise si fa apprezzare con l’ archetto nella “Intro blackmamba”. Quanto alla Desidery, come già accennato il suo pianismo si dipana , con tocco prezioso e buon controllo della dinamica, attraverso tutti i brani anche se particolarmente centrato ci è parso il suo dialogo con Martino in “Un giorno qualunque” impreziosito da una bella linea melodica.

Claudio Filippini – “Squaring the Circle” – CamJazz
SquaringTheCircleVi piace il classico trio pianoforte-batteria-contrabbasso che interpreta al meglio alcuni classici del songbook americano? Se la risposta è affermativa, questo è un disco da non perdere… anche se, francamente, ci sentiamo di consigliarlo a tutti gli appassionati di jazz, indipendentemente dalle loro specifiche preferenze. In effetti Claudio Filippini con questo album centra diversi obiettivi: innanzitutto dimostra di aver raggiunto un livello di maturità tale che gli consente di presentare in maniera originale brani celeberrimi ora stravolgendone l’armonia (“Impressions”), ora quasi giocando con l’elettronica (“Round Midnight”, “Stolen Mments”) , ora limitandosi – si fa per dire – a rispettare del tutto gli originali (“Autumun Leaves”, “Jitterburg Waltz”). In secondo luogo evidenzia le sue squisite capacità di arrangiatore sofisticato e mai sopra le righe; di qui in ogni brano il giusto spazio lasciato all’improvvisazione che ben si amalgama con la pagina scritta, in un alternarsi di sfumature alle volte leggiadre alle volte più intimiste che rispecchiano l’animo dei musicisti . In terzo luogo si pone, di diritto, tra i migliori pianisti che oggi frequentano il pur variegato panorama del pianismo jazz italiano…e non solo. Infine
festeggia nel migliore dei modi il decennale del suo trio con i fidi Luca Bulgarelli al basso e Marcello Di Leonardo alla batteria; e che i tre suonino assieme da molti anni lo si capisce fin dai primissimi istanti dell’album: la musica risuona fresca, allo stesso tempo sofisticata e spontanea, con una cura per i piccoli dettagli che fa di ogni pezzo un piccolo gioiello a formare una collana di grande musica. Di qui la difficoltà di indicare qualche brano in particolare anche se molto abbiamo apprezzato le esecuzioni del coltraniano “Impressions” per la bontà dell’arrangiamento, di “Jitterburg Waltz” soprattutto per il tocco di Filippini e “What A Wonderful World” un pezzo certo non irresistibile che nelle mani del trio diventa godibilissimo.

Roberto Gatto Quartet – “Sixth Sense” – Parco della Musica Records
sixthsenseAncora un bell’album targato “Parco della Musica”; protagonista Roberto Gatto alla testa del suo quartetto completato da Francesco Bearzatti al sax tenore e clarinetto, Avishai Cohen alla tromba e Doug Weiss al contrabbasso. In programma un repertorio variegato comprendente standard ed alcuni originals. Il risultato è assolutamente positivo; nel corso di un’intervista rilasciataci qualche tempo fa, Gatto dichiarava di vivere la musica non solo e non tanto come batterista ma anche come compositore “… è un’urgenza – affermava – che ho sempre avuto, quindi ho scritto sin dal mio primo album nell’83, migliorando, spero, col tempo, approfondendo la materia”. E non c’è dubbio che Gatto la materia l’abbia approfondita assai bene dal momento che le tre composizioni contenute in questo album denotano una frequentazione con la pratica compositiva che oramai ha raggiunto un eccellente livello. Non a caso questi suoi brani non alterano minimamente l’equilibrio del CD in cui, come si accennava, figurano celebrati standard di grandi jazzisti quali Dave Brubeck (“Sixth Sense”), Ed Blackwell (“Togo”), Mal Waldron (“Dees’ Dilemma”), Duke Ellington (“Black and Tan Fantasy”), Charles Mingus (“Remember Rockefeller at Attica”) e Horace Silver (“Peace”). Dal punto di vista esecutivo, il quartetto piano-less evidenzia una bella compattezza; i quattro si muovono come all’unisono, spinti da uno stesso obiettivo: fare una musica che corrisponda alla loro concezione. Di qui un unicum sentire coniugato sia attraverso i solo della splendida front-line con Avishai Cohen e Francesco Bearzatti in gran spolvero, sia attraverso i collettivi con Gatto e Weiss a spingere continuamente. In tal senso assolutamente preziosa l’opera di Gatto che dimentica di essere il leader per mettersi a disposizione del progetto, con quel senso ritmico e del tempo che tutti abbiamo imparato ad apprezzare nel corso degli anni.

Dimitri Grechi Espinosa – “Angel’s Blows” – ponderosamusic&art 129
angel's blowValutare questo album alla luce di parametri solo musicali è impresa quanto meno fuorviante. In effetti dischi per solo sax ce ne sono stati a sufficienza, ma “Angel’s Blows” è assolutamente diverso: qui ci troviamo di fronte a qualcos’altro, qualcosa di diverso che include la sfera spirituale di questo artista nato a Mosca ma naturalizzato italiano. Come afferma lo stesso musicista, questi brani per solo sassofono sono “preghiere sonore” registrate nel Battistero di San Giovanni di Pisa nel marzo del 2014 e coronano un sogno, “riportare la musica alla sua originaria funzione di dialogo con il Sacro, nel quale superare differenze di credo, distanze culturali e incontrare così se stessi e gli altri nella conoscenza dell’unità che lega l’intero ordine cosmico”. Non a caso l’intero progetto si chiama “Oreb” , cioè l’altro nome del monte Sinai in cui Mosé incontrò Dio mentre i vari brani presentano titoli estremamente esplicativi come “La Sua Maestà”, “L’Altissimo”, “L’Onnipotente”, “L’Assoluto”. Obiettivo raggiunto? Capite bene che partendo da queste premesse, la risposta è demandata ad ogni singolo ascoltare, ognuno potrà valutare, all’interno del proprio io, se la musica ascoltata l’ha colpito talmente tanto da avvicinarlo a quel senso di unità cosmica che Grechi Espinosa richiama apertamente. Per quanto ci riguarda, possiamo dire che l’album corona degnamente lo studio che da molti anni Dimitri persegue circa il rapporto tra suono e spazio sonoro; il suono del sax viene straordinariamente riverberato dalle pareti del battistero mentre le cellule tematiche disegnate da Grechi Espinosa si avvicendano creando atmosfere sempre più coinvolgenti. Insomma se siete pronti ad aprire il cuore oltre che le orecchie, questo è un album che vi darà grandi emozioni.

Carmine Ioanna – “Solo” – Bonsai Music 40501
soloioanna-210x210Esibirsi da soli con il proprio strumento è sempre impresa particolarmente difficile… nell’ambito del jazz lo è ancora di più quando lo strumento è la fisarmonica, ancora oggi da molti (troppi) considerata inadeguata ad esprimersi con linguaggio jazz. Ebbene, a quanti avessero ancora di questi preconcetti, l’ascolto dell’album in oggetto risulterebbe particolarmente utile. Il fisarmonicista avellinese, dopo anni di intensa e proficua gavetta, sembra aver raggiunto un eccellente livello di maturità che gli consente di esprimersi con piena consapevolezza e soprattutto con un linguaggio personale al cui interno confluiscono i numerosi input che hanno contribuito a formare la sua personalità artistica: dalla musica albanese derivante dal nonno per l’appunto di origini albanesi (si ascolti “Arra”) alla musica folkloristica della sua terra, dal jazz al valse musette (“A Paris” con la sempre toccante tromba di Luca Aquino). Ebbene Ioanna si muove all’interno di questi territori con estrema competenza e il fatto di esibirsi prevalentemente da solo fornisce un ulteriore spessore ad una bella prova di efficacia strumentale. E che Ioanna conosca alla perfezione il suo strumento è corroborato dal fatto che quando si trova a dialogare in due brani rispettivamente con il clarinetto di Francesco Bearzatti (“Jumpy Giamp”) e la tromba di Luca Aquino (“Sunset”) il risultato è sorprendente: la fisarmonica fa come un passo indietro e si pone al servizio degli illustri ospiti fornendo loro la possibilità di esibirsi con quella classe e quella lucidità che da tempo abbiamo imparato ad apprezzare. Ma non basta, ché Carmine si presenta anche come compositore dal momento che dei nove brani contenuti nell’album ben sette sono sue composizioni, tutte ben strutturate, scritte in modo da lasciare spazio all’improvvisazione e soprattutto, almeno dal nostro punto di vista, lontane da quelle atmosfere tanguere che oggi troppo spesso imperversano nei dischi di fisarmonica.

Lara Puglia – “Heart and Mind – Joni Mitchell Project” – Notami 011
Heart and MindDavvero difficile commentare questo album; in effetti lo stesso può essere considerato almeno da due punti di vista. Se lo si confronta con il modello originario, il raffronto non può che essere impietoso dal momento che l’arte della Mitchell è praticamente irraggiungibile. Ma forse non è questa la prospettiva migliore ché anzi bisogna dare atto a Lara Puglia di grande coraggio nell’aver affrontato un repertorio estremamente difficile che l’avrebbe esposta a confronti da cui non poteva che uscire sconfitta. Viceversa, se si prescinde dalla Mitchell, allora l’album acquista una sua propria valenza grazie alle doti canore e interpretative della Puglia e dei suoi compagni d’avventura, vale a dire Roberto Monti alla chitarra elettrica e Fabio Casali alla chitarra acustica. Quindi un organico assolutamente atipico che, muovendosi in buon equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione, riesce a evidenziare le valenze, anche testuali, insite nei brani portati al successo dalla Mitchell, ivi compresi tre pezzi tratti da “Mingus” l’album inciso da Joni con il geniale contrabbassista, sicuramente uno dei veri capolavori della vocalist. In tale arduo contesto, la cantante emiliana, come accennato, riesce a trasmettere quel certo tipo di atmosfera, intimista, raccolta, prediletto dalla Mitchell, senza per questo cercare di imitarla ché il risultato sarebbe stato letteralmente grottesco. Anzi la Puglia mostra di conoscere bene tutti gli universi musicali che la circondano, dal pop d’autore al jazz, dalla musica latina a quella celtica, in un crogiuolo di input che vengono ricondotti ad unità per un progetto sicuramente originale e stimolante.

Massimo Urbani – “Live in Chieti” – Philology 469.2
Live in Chieti '79Molti anni sono passati da quando è scomparso quello che, a detta di molti, va considerato il più luminoso talento che il jazz italiano abbia mai espresso. Ebbene, pure a distanza di così tanto tempo, ascoltare un album di Massimo Urbani è sempre un’esperienza sotto molti aspetti entusiasmante. Ed è così anche questa volta: l’album, registrato dal vivo il 9 giugno del 1979 alla Villa Comunale di Chieti ci restituisce un Massimo Urbani alla testa di un quartetto di assoluta eccellenza, completato da Franco D’Andrea al pianoforte, Attilio Zanchi al contrabbasso e Giampiero Prina alla batteria. In programma quattro standard (“Invitation”, ‘You don’t know what love is’, ‘Milestones’ e ‘Cherokee’) e un original di Franco D’Andrea, ‘No Idea of Time’. All’epoca di queste registrazioni Massimo aveva ventidue anni ma era già musicista maturo, in grado di esprimersi su livelli altissimi e sempre con assoluta originalità. Il suo fraseggio torrenziale così emozionante, la foga espressiva che caratterizzava ogni suo assolo, la straordinaria padronanza strumentale, la carica di swing, la facilità improvvisativa, l’estrema lucidità nel costruire l’assolo… ecco tutte queste caratteristiche che hanno connotato l’arte di Urbani le troviamo compiutamente espresse nell’album in oggetto. Ogni brano è un piccolo gioiello da ascoltare con la massima attenzione e da valutare con attenzione specie in un tempo in cui vengo contrabbandati come stelle di primaria grandezza musicisti che al cospetto sembrano dei pallidi dilettanti. Ma tant’è! Un’ultima notazione: accanto a Massimo, si ha l’opportunità di ascoltare uno strepitoso D’Andrea che nel suo piano-solo – il già citato ‘No Idea of Time’ – evidenzia come già allora fosse un pianista tra i migliori in assoluto, in grado di compendiare in diciannove minuti di musica, la sua completa conoscenza di tutto l’universo pianistico jazz.

Roberto Zanetti Trio feat. Pietro Tonolo – “Minor time” Dodicilune 323
minortime_ebLa presenza del tenorsassofonista Pietro Tonolo giustifica di per sé, l’attenzione da dedicare questo album a firma del pianista Roberto Zanetti coadiuvato da Luca Pisani al contrabbasso e Massimo Chiarella alla batteria. L’ album, registrato nel 2012, fa seguito a “My Monk” del 2010 e segna un’altra tappa nella maturazione di Zanetti. Contrariamente all’album del 2010, ovviamente ispirato dalle musiche di Monk, questa volta Zanetti cambia decisamente strada e ci propone un repertorio di otto composizioni originali di chiara impronta mainstream e un “traditional”. Le composizioni di Roberto appaiono tutte ben strutturate e disegnate in modo tale da lasciare spazio ad ogni singolo musicista. Così ad esempio in “Gran Torino” abbiamo modo di apprezzare la carica di swing del trio con Luca Pisani in particolare evidenza; netto cambio d’atmosfera con “Chiarotta Mood”, un ‘lento’ giocato sostanzialmente su un lungo e meditato assolo di Tonolo; su ritmi funky-latineggianti “Easy Time” mentre “Guadalupe” è impreziosito prima da una convincente improvvisazione di Tonolo accompagnato da contrabbasso e batteria e successivamente da un centrato assolo del leader prima della ripresa collettiva del tema. A chiudere “Big Apple” introdotto da un assolo di contrabbasso e quindi sviluppato dall’intero combo con Pisani e Tonolo ancora in splendida evidenza. Da quanto sin qui detto, risulta chiara l’importanza di Pietro Tonolo che interviene nei primi due brani “Waltz Experience” e “In the Heaven” al sax soprano per imbracciare il sax tenore solo a partire dalla terza composizione “Gran Torino”. Ma, ad onor del vero, è tutto il gruppo che funziona bene; la band veneta appare ben strutturata e del tutto funzionale al progetto voluto dal leader a costruire una musica di buona fattura.

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