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Scrive Metastasio nel libretto delle “Cinesi”, musicato da Gluck: ”Chè quel che si fa bene, è sempre nuovo”. Tale massima l’apporrei a guisa di sottotitolo sulla copertina di questa recente uscita discografica di Jean-Francois Antonioli per l’etichetta klanglogo.

Pianista svizzero con al suo attivo numerose incisioni dedicate in particolar modo ad autori di area francofona (Cras, Honegger, Debussy) con i quali dimostra particolari affinità culturali e direi estetiche, egli governa con l’intelletto dita davvero capaci di servire la musica.

Vorrei soffermarmi su questo punto. Il professionismo è una gran cosa e bisogna suonar di tutto, se si è pianisti. Cionondimeno uno dei meriti dei migliori artisti, quelli dal pensiero più elaborato (penso a Pollini e Michelangeli) consiste anche nel saper scegliere il proprio repertorio con oculatezza.

Antonioli ha un suono pianistico corrispondente alla propria estetica d’impronta post-simbolista, nella quale il timbro non è soltanto evocatore di immagini atte a suscitare libere associazioni di pensiero, ma categoria ben precisa del racconto musicale.
Come a dire: quella determinata frase può essere suonata sì in tanti modi, ma soltanto in funzione di “quel” preciso colore non perderà il proprio significato!
Il , ben lo sappiamo, non è strumento molto ricco timbricamente ma, per converso, dimostra di possedere una camaleontica capacità imitativa se a guidare le dita vi sono un cuore e un’intelligenza vigili, come avviene in questo caso. Il come nessun altro “immagina” la musica.

Questo pianista è nemico giurato dell’effetto, dei lenocinii. Vuole che la musica risplenda per la propria forza autonoma che egli con arte richiama alla vita; i suoi mezzi del resto, in tale ottica sottratti all’esibizione, finiscono con l’emergere ancora di più.
Prendiamo a esempio Chopin: siamo qui di fronte a uno Chopin purificato, non asettico.
Il polacco del resto era uomo riservato, schivo. Faceva riferimento a Bach e al contrappunto, anche se viene considerato, a torto, uno dei compositori meno contrappuntistici ma il fatto è che il “suo” contrappunto, come quello di Schumann per altre vie, è privo di macchinismo, “bruciato”: invisibile, ma presente come l’anima a guidare le azioni del corpo.

La Ballata è un componimento poetico che affonda le proprie radici nella letteratura popolare. Fondata sul meccanismo della ripetizione, tipico della tradizione orale, mostra perspicue affinità con la musica, che pure ha bisogno di reiterazioni per agganciarsi alla memoria.
Chopin ne scrive quattro, e in esse ripropone la forma letteraria assai fedelmente, riempiendola di suoni anziché di parole e trascurando i riferimenti contenutistici.

Avviene lo stesso anche nelle splendide quattro Ballate op. 10 di Johannes Brahms con l’eccezione della prima, quella “ossianica” tratta esplicitamente da un’antica ballata scozzese, “Edward”, che rappresenta il dialogo serrato tra una madre e il figlio che finisce col confessare l’omicidio del padre. Brahms, lo si diceva in altro luogo, nasce dal cervello di Minerva e la sua musica è già prepotentemente matura in queste opere giovanili, che potrebbero anche essere quelle del commiato.
La pertinenza stilistica con la quale Antonioli conduce la narrazione è, anche con questo autore, encomiabile.

Termina il Cd la deliziosa “Ballade” di Gabriel Fauré.
Se volessimo stilare una classifica dei compositori più sottovalutati, e non soltanto in Italia dove amiamo eccellere in simili cose, Fauré potrebbe correre per le prime posizioni. Potremmo parlare addirittura di un ‘caso’ Fauré per l’assenza della sua musica dalla pratica concertistica, scandalosa considerata la bellezza delle opere.

Quest’ampia composizione, che esiste anche nella versione per pianoforte e orchestra, si attiene all’eloquio di Chopin, la cui Barcarola sembra venire evocata nell’ampia coda, ma di suo Fauré ci mette quella spiccata raffinatezza armonica, il gusto per le modulazioni ambigue, quella perfetta dosatura di melodia e accordi che fanno la cifra inconfondibile della sua musica e la rendono simile a un frutto molto gustoso, o a un uccello esotico variopinto.
Il pezzo, nel quale l’idea tematica iniziale è convogliata in un flusso continuo attraverso vari procedimenti di rigenerazione melodica e armonica, potrebbe essere stato scritto per le qualità pianistiche di Antonioli che ci regala anche qui un’esecuzione prodigiosa nel ricreare tutti i valori espressivi che sostanziano questa musica.

Nel disco apprezzerete molte altre cose, ad esempio con quale naturalezza l’interprete restituisce il celebre tema della chopiniana ballata op 23: se penso a quali torsioni kamasutriche (non necessariamente però portatrici di godimento) viene spesso piegato questo incipit!
Ammirerete oltre a ciò con quale ‘aisance’ vengano azzeccati i tempi nel loro avvicendamento, grazie a una visione nobilmente tradizionale. E godrete, inter alia, della coda della Ballata op. 52, altrove simile a un lungo rombo di guerra: qui, finalmente, la musica è portata sul di una concitazione logica, intelligibile e non per questo meno sconvolgente nel suo affacciarsi verso l’Enten-Eller della ragione, in un clima quasi espressionista.

Ogni ripresa di opere così famose ripropone, inevitabilmente, il confronto, che però può risultare un esercizio sterile. Diremo soltanto che le interpretazioni di Jean-François Antonioli giungono vicino al cuore del cuore di questi lavori. Ascoltarle è un piacere del quale vi invito a non privarvi. Coloro che le apprezzeranno, e presagisco che saranno in molti, potranno rivolgersi con fiducia anche ad un altro suo recente CD chopiniano per la stessa etichetta, con i Preludi, la Fantasia in fa minore e la Barcarola. Oltre naturalmente alle incisioni cui accennavo all’inizio, che costituiranno altrettante scoperte .

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