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Che cos’è l’interpretazione? Come voleva Stanislavskij, immedesimazione totale da cui scaturisce l’azione o, per contro, straniamento, secondo la lezione brechtiana?
Con Bruno Canino ci troviamo di fronte ad un grande interprete che sembra compiere il miracolo di sublimare, in un gesto interpretativo autonomo, “il metodo” con il teatro epico. Intendo con ciò dire che egli formula, anche se conoscendolo lo negherebbe recisamente per via dell’umiltà che lo contraddistingue, un’arte pianistica unica, che con rara coerenza recluta eterogenee virtù.
Vi è anzitutto un’attitudine naturale all’intelligenza nella lettura del testo che per lui è punto di riferimento imprescindibile, unita a un altrettanto naturale gusto “sottrattivo” che punta, potremmo dire, all’osso senza dimenticare la carne.
Non è un pianista alla Glenn Gould o alla Rachmaninov, non tende a sovrapporre la propria personalità a quella degli autori che propone; è, più classicamente, rigoroso ma di un rigore naturale, mai polemico.
Lo contraddistingue una consapevolezza estetica che nasce spontaneamente nella temperie culturale dalla quale ha preso le mosse: Bruno Canino è nato nel 1935, ha iniziato a lavorare proprio nel periodo dell’affermazione degli stili d’avanguardia e a molti di quei compositori (Donatoni, Bussotti, Ligeti, Stockhausen, Berio… impossibile elencarli tutti) è stato accanto, non di rado ispirando loro importanti opere pianistiche anche per mezzo del pianistico con Antonio Ballista.
Ma Bruno Canino non è uno specialista: è un musicista. Ho sempre ammirato in lui questa grande capacità di farsi antenna captante del presente, un ruolo cui troppi abdicano e che dovrebbe invece essere, per ciascuno secondo i propri limiti, l’alfa e l’omega di ogni artista.
Uno stile elegante e astratto il suo, che incede con passo leggero ma autorevole, winckelmanniano, quando la passione è evocata senza forzature strappacuore e il romanticismo è depurato dalle numerose incrostazioni, posandosi lo sguardo più sulla struttura che sull’afflato.

Emulo ideale, certo inconsapevole, di Stanislavskij, le sue esecuzioni sono impostate come altrettante recitazioni, confessioni persino, cui egli sa conferire ogni volta un carattere creativo molto personale: impossibile trovare musicista più di lui appassionato e colto. Brechtianamente, per converso, esse “strappano a una decisione”, fanno prendere posizione poiché ascoltando ogni interpretazione si ha l’impressione che in quel momento quel brano possa essere eseguito solo così, in nessun altro modo, e uno sguardo tanto onestamente irriducibile non può non spingere almeno per un istante persino l’ allocco più refrattario a “giudicare” la musica, ad ascoltarla – finalmente – in modo critico.
Se famose sono le esecuzioni di opere contemporanee, brillanti le qualifiche di camerista infallibile e affidabile, ricercato e adorato dai migliori solisti, mitica la lettura a prima vista (comunque la minore delle sue qualità), reputo tuttavia la sua principale dote quella di saper infondere il sorriso del genio alla musica. Questo Lewis Carroll del pianoforte contemporaneo è sempre giovane poiché sa rivelarci la struttura leggera delle cose, e le interpretazioni da lui create somigliano alle case di Lloyd Wright, forme del pensiero che sembrano nascere dalla natura e far l’amore con essa in un abbraccio caldo e confortante.
Queste ‘Goldberg’, pubblicate da Ermitage, possono essere considerate un manifesto della sua arte: acutamente Piero Rattalino osserva come esse possano essere ricondotte all’eloquio della lettura di Kempff, epopea narrata accanto al camino…ma se questo è vero, come io penso, non è che un’ulteriore prova dell’enorme versatilità che caratterizza il nostro interprete, poiché raramente ho ascoltato un’esecuzione più analitica.
Le meravigliose trenta variazioni bachiane, su un’aria dal sapore quasi rinascimentale, sono articolate in 10 gruppi di tre, così strutturati: una libera imitazione, una “toccata”, un canone, dapprima all’unisono, poi alla seconda, alla terza e così via.
L’ultimissima variazione è un “quodlibet”, libera forma canonica dove si intrecciano anche motivi popolari (uno si intitola “cavoli e rape rosse mi hanno sviato”) a raffigurare l’unione di “alto” e “basso” come nella famosa immagine della Creazione di Adamo di Michelangelo. Al termine, come un ricordo, si riesegue il tema, identico nella forma, mutato nella psicologia poiché nel frattempo si è giunti “al loco ove scende la vita ch’al fin cade”.
Versione astratta delle costruzioni dinamiche del Brunelleschi o rappresentazione metafisica della vita dell’uomo? Saggio di perizia algebrica o sontuosa creazione spirituale? Le Variazioni Goldberg non cessano di interrogarci.
L’interpretazione di Bruno Canino restituisce a fondo il valore storico di questa meravigliosa ipostasi, oltre a ricrearne tutta l’emozionante bellezza grazie anche a una sapiente costruzione cromatica. Sotto le sue dita la “Montagna Dorata” svela in questo mondo la propria olimpica natura, con calma e sorridente maestà.
Ascoltate il disco per conoscere uno dei più grandi e amati pianisti del nostro tempo, accogliete nelle vostre discoteche quante più incisioni potete di Bruno Canino, andate ai suoi concerti. Trascorrete quanto più tempo possibile in compagnia di un grande interprete e della sua musica.

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