Parla il abruzzese

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Claudio Filippinifilippini

Claudio Filippini è uno degli astri nascenti del pianismo jazz italiano. Nel 2011 esce il primo cd per la CamJazz, the enchanted garden, registrato in trio con Luca Bulgarelli e Marcello Di Leonardo. , nella presentazione del disco, ha scritto: «Quello che ci racconta in questo cd, le “storie” piene di fantasia e profondità che le sue composizioni e improvvisazioni ci restituiscono, sono dette nella lingua della bellezza», parole che ci sentiamo di sottoscrivere nella maniera più totale. Anche i successivi album ottengono grande apprezzamento sia del pubblico sia della critica sino al recente squaring the circle sempre per la CamJazz. Lo abbiamo intervistato il 9 settembre scorso ed ecco il risultato della nostra chiacchierata.

-Partiamo dall’inizio. Tu sei abruzzese, precisamente…?
Sono nato a Pescara, nel 1982; ho cominciato ad appassionarmi di musica abbastanza presto grazie soprattutto a mia nonna che suonava il pianoforte quand’era piccola; poi dovette smettere per motivi contingenti, allora c’era la guerra. È stata lei ad inculcarmi il pallino della musica, mi faceva ascoltare molti dischi, prevalentemente di musica classica. Fin quando ebbi in regalo da un altro nonno una tastiera giocattolo. Questa tastiera divenne, per i primi anni, il mio giocattolo preferito, finché convinsi i miei genitori a iscrivermi a una scuola di musica. Così, a sette anni, ho cominciato lo studio del pianoforte classico”.

-E il jazz quando e come è arrivato?
E’ arrivato verso i dodici anni quando, oltre alla classica cercavo altre espressioni musicali. Mi è sempre piaciuto suonare a orecchio, tirare giù le frasi dai dischi, dalla televisione. Conobbi un pianista, Angelo Canelli, che mi fece ascoltare i primi dischi jazz e da lì è partito tutto.

-Hai ultimato gli studi classici o ti sei fermato?
No, li ho ultimati onestamente con non poche difficoltà perché in quel periodo andavo ancora a scuola e, dividersi tra conservatorio, scuola superiore e jazz, non era impresa facile. Quando capii che il jazz sarebbe stata la mia strada, in quello stesso momento mi ripromisi che in ogni caso avrei ultimato i miei studi classici. Cosa che ho fatto.

-In che misura questa preparazione classica ti è servita nel campo del jazz?
E’ stata molto utile ma, ad onor del vero, l’ho scoperto solo dopo. I frutti che ti da la musica classica li vedi solo molti anni dopo. Così, tutti quegli esercizi di digitazione e di ricerca del bel suono che avevo fatto da piccolo, e di cui allora non vedevo l’utilità, successivamente mi hanno molto aiutato. La classica ti da una preparazione tecnica ma anche di sviluppo dell’orecchio che è molto importante.

-Qual è stato il momento in cui hai sentito che stavi sfondando nel mondo del jazz?
Non lo so se ancora c’è stato quel riconoscimento che ti porta a dire ‘ce l’ho fatta’. All’inizio, me la sono vissuta come un gioco. Nel 2002, mi sono trasferito a Roma e la mia carriera – per così dire – è iniziata nei jazz-club attraverso le sessions, poi man mano sono arrivati i primi concerti. Uno dei primi musicisti importanti con cui ho suonato nella Capitale è stato Roberto Gatto che mi prese nel suo quintetto per un breve periodo, con lui sono entrato nel giro locale e solo dopo, ovviamente, ho cominciato ad esibirmi anche al di fuori di Roma. Così ho collaborato con altri grossi nomi quali Fabrizio Bosso, Maria Pia De Vito e Giovanni Tommaso.

-Attualmente incidi con la Cam, un’etichetta di tutto rispetto. Come è iniziato il vostro rapporto?
Il rapporto nasce nel 2010 anche se il produttore artistico della Cam, Ermanno Basso, lo conoscevo da qualche anno. Chiamai Ermanno quando stavo registrando delle cose nuove con Luca Bulgarelli e Marcello Di Leonardo, lui mi sembrò subito molto interessato alla musica e così decise di produrci quello che sarebbe stato il mio primo disco con la Cam (the enchanted garden n.d.r.).

-Ma questo non è stato il tuo primo disco in assoluto?
No, la prima volta che sono andato in studio di registrazione è stata nel 1999, in quartetto con Max Ionata al sax tenore e soprano (che pure lui era giovanissimo, io avevo diciassette ani, lui qualcuno di più), Nicola Angelucci alla batteria e Maurizio Rolli al contrabbasso.

-Quindi tutti abruzzesi…
Sì, tutti abruzzesi. Il disco si chiamava zaira e conteneva pezzi originali – in quell’occasione c’era anche la mia prima composizione incisa – e alcuni standard. Sotto certi aspetti, l’esperienza fu traumatica: mi sentivo addosso una terribile responsabilità e temevo che qualsiasi nota sbagliata sarebbe rimasta per sempre.
Poi ti rendi conto che, in realtà, occorre una certa dimestichezza e andando a registrare acquisti un relax diverso. Dischi a nome mio ne ho fatti una decina, gli ultimi con la CamJazz. L’ultimissimo è uscito a maggio di quest’anno sempre con Luca Bulgarelli e Marcello Di Leonardo e si chiama squaring the circle; compendia un po’ i nostri primi dieci anni di attività. E’ un disco di standard ma completamente riarrangiati in cui si evidenzia quell’interplay che esiste fra noi, frutto di un’intesa musicale, e non solo, ormai cementata da molti anni di attività e amicizia.

-Il piacere per la composizione è qualcosa di nuovo o l’hai sempre provato?
“E’ iniziato tardi. A parte quel primo pezzo contenuto nel primo disco cui prima facevo riferimento, ho sempre avuto un timore referenziale nei confronti dei compositori. Non mi sentivo pronto, pensavo che tutto fosse già stato scritto e probabilmente non avevo torto. Poi ti rendi conto che alla fine noi siamo quello che suoniamo ma soprattutto quello che ascoltiamo, per cui qualsiasi nota che sentiamo entra nel nostro background. Adesso non mi pongo più il problema e scrivo con più facilità”.

-Al riguardo avverti oggi una qualche particolare esigenza?
Sì. Dopo aver scritto tanti anni per trio, mi piacerebbe scrivere per un organico più ampio. In realtà, qualche cosa l’ho già fatta, ad esempio mi è stato commissionato di scrivere per sestetto. Mi piacerebbe molto scrivere per fiati e trio.

-Ascoltando i tuoi album avverto una particolare predisposizione per la melodia. Ritieni corretta questa analisi?
“Sicuramente. Io sono italiano e, quindi, melodico puro ma questo dipende molto anche da quanto ho ascoltato da piccolo: molta opera e musica lirica. Per questo la componente melodica è qualcosa di forte in me. Poi con la scoperta del jazz mi sono appassionato anche all’aspetto ritmico, cercando di fondere la mia propensione per la melodia con i ritmi di origine africana di tutto il mondo. Il jazz è una musica che unisce davvero tutte le culture del pianeta.

-Quali sono i tuoi punti di riferimento.
Ce ne sono tanti, sia musicali che umani. La vita è un percorso pazzesco, si impara sempre qualcosa, dal punto di vista musicale ascoltando molti pianisti, dal punto di vista umano cercando di carpire quei piccoli segreti che ci circondano.

-Che significa per te improvvisare?
Lasciarsi andare, comporre al momento, cercare di cogliere il fiume che scorre dentro di noi, in maniera continua. L’improvvisazione significa proprio cogliere questo momento fluido e il ritmo che è dentro ognuno di noi per poi cercare di fissare il tutto su carta. Quasi tutti i pezzi che ho scritto li ho scritti di getto.

-Questo cogliere il flusso che ti scorre dentro e quindi l’improvvisazione ti sorge più spontanea, più facile quando suoni in trio o quando ti esibisci da solo?
Il piano-solo è una dimensione in cui ho avuto sempre qualche difficoltà, perché quando si ha troppa libertà, spesso non si sa da dove cominciare. Però è un discorso che sto sviluppando in questi ultimi anni, tanto che ho registrato un disco che spero uscirà presto. In trio il discorso è diverso. Questo trio in particolare, con Luca e Marcello, è nato proprio in una sera in cui abbiamo improvvisato tutto. Oggi non capita più molto spesso di trovarsi insieme, anche per caso, a improvvisare però è un discorso che mi intriga moltissimo e che spero di portare avanti anche con altre formazioni.

 

-Una domanda che forse non ti riguarda personalmente ma che mi interessa in modo particolare: oggi i dischi non si vendono eppure se ne fanno in quantità industriale. Come mai?
Oggi la tecnologia ci permette di arrivare ovunque. Quindi, anche il ragazzino che suona la chitarra, dopo un mese si fa il suo disco, lo mette su iTunes e ne vende qualche copia. E’ cambiato completamente il modo di fruizione della musica. Io sono ancora legato ai dischi, prendere del tempo per me e ascoltarli dall’inizio alla fine.

Oggi si può vivere di solo jazz?
Credo proprio di sì: io ci riesco, fortunatamente. Però è dura. Bisogna darsi da fare, non aspettare che il telefono squilli ma andare anche a cercarsi le occasioni di lavoro.

-Hai un qualche rapporto con l’insegnamento?
Sì, ho qualche allievo privato ma non insegno in una scuola.

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