Je m’en vais où ma pensée s’en va

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berio

“Coro” di Luciano Berio (Imperia, 24 ottobre 1925 – Roma, 27 maggio 2003) è una vasta composizione di un’ora di durata, concepita per grande coro e orchestra entrambi di 40 elementi. Prima caratteristica degna di nota è che, nella disposizione scenica, ogni cantante siede accanto ad uno strumentista dell’orchestra. Non si tratta solo di spettacolo, è la metafora a livello visuale dello spirito del componimento: la di una compenetrazione profonda tra le reciproche modalità di articolazione strumentale.
Non di rado elementi del coro e dell’orchestra sono chiamati a sortite solistiche, nelle quali un ruolo importante è affidato al concertante. “Coro” composto tra il 1974 e il 1976 per il Westdeutscher Rundfunk di Colonia e dedicato a Talia Berio, riprende contatto col canto popolare che, in maniera esplicita, era già stato alla base di “Folk Songs” (1964) e di “Questo vuol dire che” (1969).
Precisa l’autore:” In “Coro” non vengono citati o trasformati canti popolari veri e propri (a eccezione dell’episodio VI, dove viene usata una melodia croata, e dell’episodio XVI, dove riprendo una melodia dai miei Cries of London) ma, piuttosto, vi vengono esposte e talvolta combinate assieme tecniche e modi popolari diversissimi fra loro, senza riferimento alcuno a canti specifici.
In “Coro” è la funzione musicale di quelle tecniche e di quei modi che viene continuamente trasformata. Non si tratta dunque solo di un coro di voci e di strumenti ma anche di un coro di tecniche diverse che vanno dal Lied alla canzone, dalle eterofonie africane (come le ha analizzate Simha Arom) alla polifonia.” I testi pure si pongono su due livelli distinti e complementari: un sostrato popolare fatto di canti d’amore e di lavoro su cui poggia una narrazione epica, costituita da versi di Pablo Neruda (“Residencia en la tierra”).

L’unicità di quest’opera, forse il capolavoro di Berio, sta nel fatto che il suo nucleo poetico non risiede tanto nel materiale tematico quanto nella mescolanza delle tecniche espressive adottate. Pertanto, “Coro” può definirsi anche, e qui risiede la sua grande individualità, una grande Regia Sonora, che amplifica il lamento mondiale espresso dai testi. “Città sonora”, per usare ancora le parole dell’autore, novello universo linguistico come era stata, nella sua deflagrante epifanìa, la primordiale Nona Sinfonia di Beethoven (senza con questo voler intrecciare paragoni che si spingano oltre), cammino autonomo lungo il dorso della contemporaneità sulla rotta di un sentiero vergine.
C’e qualcosa di Hieronymus Bosch in questa composizione, e di Francis Bacon: collegamenti e contrapposizioni tra elementi diversi, provenienti da universi lontanissimi, ma anche un gusto per la deformazione che si spinge sempre però in direzione drammatica, mai grottesca o parodistica. “Coro” è quindi un’ ipotesi di composizione. Simile città, parente stretta di quelle invisibili di Calvino, non esiste, pertanto tutti possono abitarvi: basta immergersi nell’ascolto per trovarci calati nelle sue vie e tra le sue piazze.
Dal punto di vista dell’orchestrazione, e da quello armonico, il lavoro è sontuoso; si potrebbe addirittura affermare che il carattere melodico più pregnante di questa musica sia proprio la sua consustanzialità con l’armonia benché ciò possa risultare, me ne rendo conto, paradossale. Intendo dire che, diversamente da “Folk songs” là dove le canzoni si imponevano semplicemente per se stesse, qui esse non possono disgiungersi nemmeno per un attimo dall’abbraccio con il mosso, doloroso sfondo sonoro creato dal compositore.

In “Coro” le melodie sono sempre misure da colmare. Se “Coro” è una città, come città va visitato e allora tocca al visitatore scegliere: c’è chi preferisce un’indagine concentrata, come seguendo una mappa, analizzando i testi al fine di cogliere tutti i madrigalismi. Altri preferiranno farsi distrarre dai colori, seguendo un percorso ondivago, capriccioso. Altri ancora ameranno visitare negozi di antiquariato nei quali troveranno miriadi di citazioni da altre musiche e stili, moderni e antichissimi, come immersi dentro un vortice temporale. Certo, va detto: si tratta di musica che andrebbe più di altre ascoltata dal vivo. E’ un gusto che si assapora meglio senza la mediazione di uno strumento meccanico; qualcuno potrebbe obiettare che ciò vale per tutte le opere, è lapalissiano, comunque sia ascoltate il disco ma non perdetevi un  con questo capolavoro, ammesso che lo troviate sul vostro cammino. Non fatevi intimorire dalla complessità del linguaggio, date fiducia a questa musica. Essa ha il potere di restare.

L’ edizione qui consigliata, per DG, è quella curata dall’autore, registrata benissimo ed eseguita meglio proprio dalle compagini di Colonia cui fu destinata. La suggerisco doverosamente in primis, anche se potete trovarne altre buone, come ad esempio quella Decca degli anni ’90 diretta da Riccardo Chailly.

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