La cantante romana racconta il suo ” Waitin’ 4Waits “

Foto di Claudio Martinez

 

Raffaela, dicci come nasce l’ idea di reinterpretare un autore particolare come Tom Waits.

Ho sempre amato la musica di Waits.  Mi regalarono un suo disco che ero bimba, e mi colpì moltissimo questa sua voce così calda che mirava dritto alla pancia… poi, parecchi anni dopo, mi capitò tra le mani un libro di sue canzoni con gli accordi:  mi divertii a suonarle e cantarle al piano, a volte anche senza aver ascoltato l’originale ,  e rimasi davvero stupita: ho scoperto che, nascosti dietro quella sua voce inconfondibile, c’erano incastri  melodico/armonici bellissimi, e testi che ti catturavano come fossero la sceneggiatura di un film.

Waits ha una voce inconfondibile che è parte integrante dell’espressività dei suoi brani. Come affronti questa che potenzialmente potrebbe rappresentare  una caratteristica persino paralizzante?

Hai ragione, ma in verità trovo questo l’aspetto più semplice e stimolante: penso che più la tua voce si allontana dall’ originale, più sei costretto a trovare la tua strada. Non volevo, naturalmente, l’imitazione,  anche se in alcuni punti avrei avuto bisogno di un esorcismo: giocando,  mi sono divertita a scendere giù giù timbricamente, “cercandolo,”cerca ndo Waits, e sono usciti suoni curiosi. Alla fine nell’insieme ho scoperto cose nuove della mia voce proprio perché ho giocato con quella libertà che credo sia il più grande insegnamento di Tom Waits.

Quali sono i brani che hai scelto per questo tuo progetto e con che criterio li hai scelti?

Impresa difficile, avevo selezionato circa una trentina di songs, una più bella dell’altra , alcune per le parole che mi avevano colpito molto tipo “All the world is green” e “San Diego Serenade”,  bellissimi testi d’amore,  o “Chocolate Jesus” ed “Ice cream Man”, per la loro ironia. Altre avevano melodie estremamente leggere e stimolanti, come “Telephone call from Istanbul” o “Jockey full of bourbon”: cantandole sentivo quasi i profumi dei luoghi nei quali erano ambientate. La scelta di “Clap Hands “, che è il brano che apre il disco e col quale amo iniziare i concerti,  è arrivata dopo un suggerimento di Massimo Antonietti , il mio chitarrista. Non era semplice darle carattere, con il tipo di organico che ho scelto, ma il testo mi piaceva molto: la denuncia della grande differenza tra poveri e ricchi a New York, raccontata come fosse una  filastrocca torbida.  Nel  disco avrà doppia versione perché mi sono divertita a cantarla sia col quartetto che da sola con i “Bamboo”, un gruppo che suona percussioni “urbane” quali bidoni, catene, ciotole colme di acqua, giocattoli elettronici per bambini: l’effetto è molto divertente, ed era esattamente ciò che immaginavo.
Come dicevo i brani in lizza erano tantissimi ma molti , cantandomeli da sola al piano , non andavano da nessuna parte , rimanevano quasi immobili. Altri invece si aprivano magicamente come scatole segrete, ed allora il gioco è stato quello di entrarci dentro per vedere cosa sarebbe successo.

Tom Waits è difficilmente collocabile in un genere preciso. Quale lato di lui ti ha parlato di più? Il blues, il , la poetica dei testi … su cosa poni l’ accento?

E’ proprio questo suo essere poco collocabile che , secondo me , lo rende affascinante.. nel senso che ha risuonato in me quel miscuglio espressivo che anche io porto dentro da sempre e che mi somiglia. Ho cominciato a cantare a sedici anni il Jazz ed il blues e dunque questo è diventato il linguaggio col quale mi sono divertita ad affrontare tante cose diverse. In Tom Waits ho percepito il desiderio profondo di libertà, di non avere vincoli di nessun tipo . Naturalmente questo può avvenire quando si ha non solo il grande coraggio di essere se stessi,  ma anche una timbrica dalla personalità pazzesca come la sua, che diventa il filo rosso  che unisce, e che  permette di cantare cose solo apparentemente distanti.
Amo molto il suo essere ipnotico cantastorie ma anche questa la sua vena melodica, così affascinante.

Le melodie dei brani di Tom Waits sono effettivamente affascinanti (penso anche solo al suo LP” Blue Valentines” ) . Quanto conta per una cantante una melodia che abbia già di per se una valenza espressiva potente? Sei portata a preservarne  gelosamente il tema giocando creativamente su timbro e dinamiche  o è una base ispiratrice  da cui partire per inventare altro?

Credo che la melodia sia tutto , perché porta in se già un suo mondo armonico sotteso:  grandi musicisti con i quali ho avuto l’onore di cantare , penso a o  Ennio Morricone , mi hanno insegnato che bisogna rispettare profondamente una melodia, perché se è stata scritta così alla base c’è sempre un motivo profondo. Dunque prima di cambiarla bisogna avere la consapevolezza che ogni singola nota l’autore l’ha voluta seguendo un percorso anche sofferto o complesso:  per questo va rispettata e difesa. E’  vero anche che il jazz è improvvisazione ed è interpretazione:  l’importante è esserne consapevoli e variare , secondo il mio modesto parere, solo quando quelle varianti scaturiscono  da un’ urgenza espressiva. Dove improvvisi, e cambi, attiri naturalmente, e sposti,  l’attenzione di  chi ascolta.

 

Chi sono i musicisti che hai scelto per questo progetto?

Ho cercato un organico sospeso di tutte “corde”. Oltre alla mia voce c’è il violoncello di Giovanna Famulari, bravissima musicista che si è messa molto alla prova nel progetto:  è quella  meno abituata al jazz e all’improvvisazione, ma che si è divertita ad usare colori diversi e si è aperta a sperimentazioni varie pur mantenendo la sua grande liricità.  Alla chitarra c’è Massimo Antonietti, mio amico e chitarrista da parecchi anni:  condividiamo l’amore per Waits , anche lui ha il tocco della musica classica ma è un jazzista che ama oltrepassare i propri confini. Al contrabbasso ho voluto Andrea Colella, bravissimo musicista pugliese, che oltre ad avere un bel suono è molto creativo e ha dato un contributo davvero speciale al tutto. Ho scelto di non mettere la batteria perché volevo che la pulsazione ritmica , che riportasse i musicisti al centro di tutto, fosse sottintesa,  e la stessa per tutti. Questo ci ha costretti a cercare e cercarci molto, rimanendo davvero uniti . Nel disco ho voluto degli ospiti , tanti ospiti , tredici!!!  Volevo fosse una festa , volevo che ogni brano avesse il suo mondo il suo suono: d’altronde è il primo disco a mio nome dopo ventisette anni di musica e piu di venti dischi in progetti di altri, e mi sono assunta totalmente la responsabilità delle scelte che ho fatto, forse controcorrente, ma che mi rendono  felice .
Ho avuto la fortuna di avere Antonello Salis alla fisarmonica , Gabriele Mirabassi al clarinetto, Michele Rabbia alla batteria, proprio loro che considero i tre “folletti” del ,  quelli che hanno avuto secondo me più di altri il coraggio di portare avanti un linguaggio trasversale, legato si al jazz, ma anche alla tradizione e dai quali ho imparato sicuramente il valore della “libertà” .
Nel disco sono stati davvero strepitosi, si sono dati ed affidati completamente mettendo molta energia e soprattutto cuore , elemento fondamentale quando si suona in un disco non nostro, e che per giunta si registra in una giornata o due . Poi c’è Alessandro Gwis al pianoforte ,in un brano bellissimo che abbiamo suonato anni fa insieme per la prima volta. Volevo che mettesse il suo mondo incantato in “The briar and the rose” e c’è riuscito. Poi in “Alice” e “San Diego serenade” c’è un musicista speciale per me perché lo considero il mio “fratello” della musica: Gabriele Coen,  che ha suonato sax soprano e clarinetto basso . Io e Gabriele siamo cresciuti insieme,  suoniamo insieme da 23 anni, che non sono pochi,  e ci tenevo che fosse anche lui in “Waitin’4Waits”. Il bimbo che si sente all’inizio di “Alice” è Adriano, suo figlio di 5 anni,  e al pianoforte  c’è Domenico Capezzuto, anche lui amico da tanto col quale ho condiviso molta musica e che ha messo il suo tocco poetico e la sua grazia espressiva. In “You can never hold back spring” ,uno dei brani piu recenti scritto da Waits per la colonna sonora di “La Tigre e la neve”, ho voluto ricreare un suono antico e ho registrato da sola con Marco Loddo al contrabbasso , musicista che adoro per la sua solidità e capacità espressiva rara, e Massimo Pirone al trombone, che riesce ogni volta a farmi fare un tuffo nel passato col suo timbro inconfondibile. Poi , come ti dicevo i Bamboo , giovani percussionisti divertenti e creativi: registrare con loro è stata un’esperienza magica, rarefatta, particolare.

Che sapore  ti ha lasciato questa esperienza?
La cosa fantastica è che di quasi tutti i brani ho scelto la prima take che era quasi sempre la migliore, e non ho sovrainciso nulla  . La musica su disco la immagino e la sento così, perché credo che la musica registrata debba essere una foto del moment. Non amo , di indole , le cose troppo costruite. Mi piace l’attimo,  l’istante,  la prima impressione, che spesso è quella giusta. Mi viene in mente Pedro Salinas che dice “Non ho bisogno di tempo per sapere come sei , conoscersi è luce improvvisa..” Ecco, la musica per me è “luce improvvisa”.

Il disco non è ancora uscito ma tu hai già portato questo progetto un po’ in giro. Come è andata?

Molto bene devo dire. Il primo concerto è stato questa estate, eravamo emozionatissimi perché comunque provavamo da qualche mese, ma non avevamo idea del risultato sul pubblico . So che me la dovrò vedere con gli appassionati di Waits, che sanno tutto a memoria e che , naturalmente , non sono semplici da conquistare.  Chi non lo conosce poi, al contrario, ha meno riferimenti che non se sentisse uno standard jazz. Eppure il risultato dopo questi  concerti che abbiamo portato in giro fino ad ora è stato incredibile, perché è venuto fuori un “essere” particolare, che ha una vita sua e che è arrivato diretto a chi lo ascolta. A dicembre avremo l’Auditorium Parco della musica alla Sala teatro Studio Borgna:  sono davvero emozionata .

Quando uscirà ufficialmente il disco e quante date hai in programma, così lo diciamo ai nostri lettori?

Spero presto , è tutto pronto manca la copertina! Abbiamo registrato il 5 e 6 ottobre, live, in due location diverse. Il tutto è stato mixato da Francesco Sardella, bravissimo sound engineer di Jesi,  che da adesso in poi , dopo il crowd funding autonomo , mi affiancherà nella produzione con l’etichetta “Rara records” . Per adesso faremo la Notte dei Musei a Palazzo Braschi il 21 novembre  con organico rimescolato , poi il 6 dicembre sarò ospite insieme a Massimo Antonietti del “Jazz Club” a Torino in una serata dedicata a Tom Waits che si chiama “Happy Birthday Mr.Waits”. Il 21 dicembre come ti dicevo l’Auditorium di Roma con ospiti Gabriele Mirabassi e Michele Rabbia,  e  l’11 marzo una data speciale su Tram Jazz . Per il resto ho delle proposte anche all’estero e sto cercando di organizzare il  tutto.
Se pensi a te come cantante, come ti piace pensarti?  Come ti definisci così , senza ragionarci troppo?

Libera:  da brava acquario ho bisogno di sentire che tutto si può fare. Non amo sentirmi costretta o imbrigliata in qualcosa e mi piace cercare di dare forma alle idee che ho nella testa , e le idee che ho nella testa sono tante . Il prossimo disco vorrei fosse in italiano e  ho già cominciato a scrivere… mi piace molto scrivere testi, e credo che nel momento in cui componi musica tua trovi davvero l’essenza di te e la tua vera natura . Vediamo che succede..sarà un altro viaggio.

Grazie e in bocca al lupo, attendiamo l’ uscita ufficiale!
Viva il lupo!!! Grazie a Te!

 

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