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Artista di grande spessore, vocalist che si è fatta apprezzare anche al di fuori dei confini azionali, Rosalba Bentivoglio è rimasta fortemente legata alla sua terra. Di qui una scelta tanto impegnativa quanto, dal punto di vista artistico, non del tutto gratificante: restare nella propria terra, continuare a vivere nella natia Catania. Qui, ovviamente, ha proseguito la sua attività di jazzista a tutto tondo, affiancando una intensa attività didattica.
L’abbiamo intervistata di recente affrontando tutta una serie di tematiche molto delicate e abbiamo trovato una donna, un’artista intelligente, coraggiosa, ben consapevole delle proprie motivazioni, che n on ha alcun timore ad esprimere in modo chiaro, inequivocabile, le proprie idee.

-Come pensi sarebbe stata la tua carriera se avessi lasciato Catania, la Sicilia?
Intanto ti dico che qui in “provincia” risulta essere un plus valore il fatto di vivere o di rientrare dopo aver vissuto all’estero (o anche solo in nord Italia); ciò che viene da “fuori” dà più lustro, e forse non abbiamo ancora dismesso la famosa valigia con cui i nostri genitori partivano cercando riconoscimenti e fortuna fuori dal proprio Paese e magari rientrare poi con accento “estero” per essere ricollocati in modo più consono. Infatti se noti le varie presentazioni di musicisti siciliani, guarda caso, hanno tutti residenza all’estero. Comunque io ho vissuto un periodo a Parigi e in Germania a Monaco e devo dirti che si lavora bene e tutto procede in base alle tue capacità artistiche, cioè l’opposto di quello che avviene da noi. Il Jazz in Italia soprattutto in Sicilia è ancora lontano dalle nuove prospettive musicali a cui da tempo si accenna o più timidamente si cerca di parlare, forse più per un atto dovuto che per convinzione vera e propria. Della parola “difficoltà” ultimamente ho fatto il mio punto di forza; cercando di evitare l’autocommiserazione. In un Paese come il nostro in cui l’unica forma d’arte è l’apparire e dove certezza è la mancanza di strutture, di professionalità e competenze; l’indifferenza poi, completa il quadro, soprattutto per chi ha fatto delle scelte diverse. Io ho bisogno del mio luogo, dell’energia che sprigiona l’Etna e a cui spesso attingo come forma d’ispirazione. Io ho scelto di continuare a vivere a Catania, in Sicilia, per affermare me stessa nel luogo d’origine e perché sono legata alla mia terra, al mio mare, e al mio vulcano. Certo oggi questa scelta fatta anni fa mi sta stretta, penso che il vivere all’estero mi avrebbe dato di più e sarebbe stato più utile alla mia carriera; Catania, la mia città è risultata essere avara con me, con chi si è sacrificata per essa per rappresentarla al meglio.

-Come si è evoluto il Jazz nell’isola?
Come sai sono stata presidente per la Sicilia orientale dell’organizzazione ASMJ (Associazione Siciliana Musicisti Jazz) associazione nata dalla scissione dall’AMJ a livello nazionale perché non ci sentivamo ben rappresentati, comunque dopo poco tempo e dopo aver prodotto 2 cd , il progetto è naufragato; ma in quel periodo ho toccato con mano le reali necessità e disagi dei musicisti isolani, e primo tra tutti la latitanza delle istituzioni, mentre un secondo e non sottovalutato problema è quello degli organizzatori, che a volte coincidono con la figura di musicisti e che purtroppo tengono un’egemonia di potere forte e formano quadrato verso quelli che vengono visti come outsider. Da un punto squisitamente stilistico invece, credo che si cominci ad avere (oserei dire timidamente) l’esigenza di rinnovarsi (nel rispetto di alcuni parametri culturali che oggi si attenzionano più di ieri). Francesco Cafiso ad esempio ha dato una particolare valenza al jazz in Sicilia e pur essendo molto giovane ha bruciato molte tappe, maturando esperienze con gli artisti giusti e nei luoghi idonei. Forse non dovrebbe restare in Sicilia, la Sicilia orientale è bella ma forse lo lega troppo, io lo vedrei più a New York, Parigi o ad Oslo, luoghi più giusti per un artista come lui, tra l’altro ancora giovane, ed affiancarsi ad artisti e collaboratori interessanti e soprattutto innovativi nei suoni . Per le onorificenze, le targhe e le direzioni artistiche c’è ancora tempo. Con Francesco ci siamo sempre ben rappresentati sul palco, abbiamo avuto una lunga collaborazione con l’Orchestra jazz del Mediterraneo di Catania. Certo che oggi nell’era dell’informatica e con le nuove tecnologie a nostra disposizione è stato possibile uno scambio e una informazione a cui prima non eravamo abituati. E’ vero anche che la facilità di approdare e usufruire di tecnologia ha creato uno spazio antitetico al reale sviluppo creativo in cui il mezzo, la macchina, prende il sopravvento sull’intelletto umano. Quindi si dice che in Sicilia un’evoluzione o crescita nell’ambito jazzistico è avvenuta, anche se credo sia sempre sotto le briglie delle esigenze commerciali, dove i nomi o i cartelloni contano più del reale sviluppo di un intelletto artistico. Chi come me da anni si occupa di ricerca e contaminazioni non trova un mercato o interesse capace di sostenerli.

-In Sicilia esistono realtà diversificate che fanno capo a molte realtà locali; secondo te esiste una buona collaborazione o, come sostiene qualche tuo collega, ognuno va per i fatti suoi?
Rispondo subito con un no, non credo che in Sicilia esista una buona collaborazione tra le varie realtà dell’isola, ognuno ha il proprio giro di artisti e, come dicevo prima un piccolo gruppo di musicisti-organizzatori creano egemonie; ma credo che un problema simile esista anche fuori dal nostro territorio come ad esempio Roma che risulta essere una città chiusa, non ci si esibisce se non sei nel giro giusto, ad esempio sai che in tanti anni di attività io non sono mai stata invitata ad esibirmi alla Casa del Jazz ? La mia esibizione a Roma ( a parte la partecipazione a trasmissioni musicali radiofoniche in Rai, con Tony Scott e la conduzione di Adriano Mazzoletti) io ho cantato al .

-Il mondo del jazz è stato, tradizionalmente maschilista…cosa puoi dirci al riguardo con specifico riferimento alla realtà siciliana?
Che i pregiudizi nel rapporto tra musicisti sono tutt’oggi presenti; esiste di fatto una discriminazione tra musicisti maschi e musiciste femmine, le femmine vengono viste più come vocalist che devono stare li sul palco in bella mostra a cantare e fare soffrire (musicalmente) i musicisti che le accompagnano. Diciamo che le donne non vengono viste come musiciste e compositrici complete al pari degli uomini, ma sono, anche se spesso più brave dei maschi, un orpello, un abbellimento al gruppo composto da maschi.

-Tu sei una eccellente vocalist … ma anche una compositrice di vaglia; qual è tra i due il vestito che ti senti meglio addosso?
Ambedue, perché quando compongo penso già al canto, mi esprimo con il canto, ma la composizione è la mia espressione interiore; l’intelletto, il sogno, che poi il fuoco del canto concretizza. La voce è l’unico legame tra silenzio e parola e come nei suoni invisibili di Italo Calvino voglio avere sufficiente simbolicità per andare a ricostruire quelle relazioni sommerse; interessante perciò mettere in scena tanto la sperimentazione che avviene nell’ambito colto, come ricerca sul linguaggio, anche visivo, quanto liberi passi che vengono presi nel territorio delle spericolate improvvisazioni vocali. Un bagliore rende limpido e visibile colore e forme, ed è in quest’attimo, intensa ed ispirata che libero me stessa nel non tempo.

-Come si svolge il tuo percorso compositivo?
Così come lo scrivere un libro per un filosofo è un atto del tutto personale, allo stesso modo per me è la realizzazione della mia musica nella quale la mia visione e l’utilizzo del linguaggio non viene inficiato da speculazioni commerciali, ma rappresenta sempre ciò che sono e penso in “questo momento”, fondamentalmente su un’ispirazione, una traccia sulla quale lavoro e inserisco l’armonia, mentre in altre seguo un determinato passaggio armonico che può fare scaturire una melodia evocativa. Altre volte è l’evocazione stessa, anche visiva o una emozione vissuta ad ispirarmi e da li scattare la scintilla compositiva. A volte le composizioni le completo con un testo, altre le lascio libere di vagare. Se dovessi descrivere con un’immagine il pensiero delle mie composizioni mi ritrovo trascinata in un vortice di suoni e colori che in modo forte e diretto mi fanno rivivere i colori e le composizioni di W.Kandinsky. Equilibri dinamici quelli che traccio in musica, così come Kandinsky traccia in pittura. La ricerca è un atteggiamento verso un qualche cosa, una tradizione, un linguaggio, un luogo, delle convenzioni. I suoni, come macchie di colori contrastanti ma in perfetto equilibrio fra loro , è così che nelle mie composizioni musicali inserisco un intelletto compositivo. Percio’ la maggior parte delle mie composizioni sono senza parole, con atmosfere minimaliste, e la voce e’ utilizzata come strumento che prende spunto per le proprie sonorita’, dalla natura e da suggerimenti ritmico-musicali da radici fonetico-linguistiche della mia cultura. Sono alla ricerca di una sinestesia in musica. Utilizzo la voce come un sintetizzatore vocale umano per reinventare la tecnica e l’arte del cantare ad ogni mia nuova composizione. Sviluppo elaborazioni di nuove vocalità che rievocano immagini da sogno e si snodano in susseguirsi d’invenzioni creative, di spazi sonori, di tempi, colori, citazioni letterarie. La mia è una musica estremamente evocativa. Equilibri dinamici sono quelli che cerco in musica ed utilizzo il linguaggio musicale per esprimere me stessa. Una “musica nuova” tipizzata da sperimentazione vocale proveniente da dimensioni oniriche e surreali che esprima la metafora della vita.
I Luoghi di Eolo, In the Wind he comes e Cieli di marzo si muovono con moods cangianti come gli stati d’animo ed il vento ne è il collante.
Il vento nell’essere come rinnovamento, “soffio” come corrente di vita, afflato di energia, filo conduttore che unisce il corpo umano all’universo, e il linguaggio canto implica una visione del mondo in cui non esiste più alcuna differenza tra microcosmo e macrocosmo.

– Tutti ti riconoscono una grande sensibilità interpretativa non disgiunta da una tecnica molto solida. Come sei giunta a questi risultati? Quali le tappe fondamentali della tua formazione?
Sin da bambina ho provato grande attrazione per il canto. Col passare del tempo è diventata una necessità esprimermi con la voce. E’ soprattutto attraverso questo mezzo che oggi cerco di realizzarmi. Nel jazz si ritrova quella libertà di espressione. L’ascolto di Someone to watch over me di George Gershwin col testo di Ira Gershwin, cantato da Sarah Vaughan ha fatto scattare in me la molla che è diventata una vera passione per il canto jazz. Giovanissima ho avuto esperienze rock e pop (westCost con Joni Mitchell) per poi indirizzare la mia passione verso il jazz, passando per il canto lirico in conservatorio. Poi quello che conta ( e che gli allievi oggi comprendono poco) è cantare, quindi tanta ma tanta esperienza sul palco, dove avvengono incontri, scontri e collaborazioni. L’arte è un percorso paritetico alla vita, non si sa quando comincia ma si sa che non finisce mai.

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-Hai mai pensato di abbandonare la strada del canto per intraprenderne un’altra?
Scherzando si, a volte presa dalla rabbia dell’incomprensione (succede anche questo) dico non canto più, adesso mi metto a dipingere, cosa che mi piace tanto fare, poi magari mentre dipingo mi viene un’idea mi passa un pensiero musicale e mi ritrovo con le mani sporche di colore ad olio a correre subito al piano per mettere giù un appunto di note e che magari poi mi assorbe giorni e giorni interi di composizione. La verità e che non ho mai pensato di abbandonare il canto. Devo dirti che una volta ho affrontato questo quesito con il filosofo Manlio Sgalambro, dopo cena a casa mia ci siamo ritrovati a parlare di questo, e lui mi diceva che un filosofo non può mai smettere di essere se stesso e con tutte le sue contraddizioni, perché deve porsi tante domande, alcune delle quali non troveranno risposta, ma è proprio in quel lasso spazio-temporale che sta la Vita.

-Qual è il tuo rapporto da un canto con la tradizione jazz, dall’altro con le musiche “altre”, in special modo le musiche del Mediterraneo e quelle appartenenti all’area colta contemporanea?
Nel corso della storia del canto jazzistico, le voci legate alla grande tradizione nera, hanno cercato un potente equilibrio tra emozionalita’, forza ritmica e virtuosistica eleganza di modulazione della frase. Quelle più a fondo calate nell’estetica del jazz vero e proprio, da Billie Holiday a Betty Carter, hanno seguito il ritmo e la melodia, come enunciazione melodico-lirica. Da diversi anni in Europa altre voci spesso da una prospettiva diversa rispetto alle radici e alla cultura afro-americana di questa musica, hanno tracciato strade innovative, avventurose, muovendosi lungo i confini tra Jazz ed espressioni “colte” contemporanee. A questo proposito posso dirti che ho voluto e organizzato proprio quest’anno un incontro tra musicisti e cantanti jazz, sul tema “Il Jazz oggi oltre i confini afroamericani”. Io personalmente vengo da un’esperienza artistica vissuta a confronto con le poetiche più dense e profonde della tradizione del canto jazz e questo è ciò che insegno nei Conservatori; ma oramai da anni l’Europa si è appropriata di un linguaggio musicale : il Jazz , che nasce già alla radice come contaminazione, e questo sembra essere la giusta traccia e base fondamentale per costruire un mondo di suoni per una “musica nuova” che si sprigioni dallo spirito jazz per poi trovare realizzazione con un intelletto europeo. I tempi sembrano maturi per ottenere il massimo da ciò che abbiamo studiato e suonato negli ultimi cinquant’anni. L’Arte di comporre istantaneamente con l’improvvisazione come libertà compositiva, e dove i silenzi sono l’anima delle note.
Questo piace molto ai giovani studiosi ed è un punto di forza per questa musica ,con particolare riguardo quindi all’improvvisazione che è l’aspetto più interessante che lega il jazz all’Arte contemporanea e fa di questo stile musicale il più importante e innovativo del secolo appena trascorso. Contemporaneo significa anche spostare ciò che sembra inamovibile, diversamente non sarebbe esistito neanche il jazz. Io, come compositrice e cantante, da anni mi muovo in quest’area di sperimentazione musicale e vocale che risulta essere coincidente con le nuove proposte e nuove tendenze europee e nord americane attuali; esempio di artisti che si muovono in quest’area sono: i pionieri Miles Davis,Jan Garbarek, Tamja, Meredith D’Ambrosio, Norma Winstone, Carla Bley, Kenny Weleer,John Assel, Meredhit Monk, alle più recenti Sidsel Endresen, Maria Schneider, Susanne Abbueh, Ingrid Jensen, Gretchen Parlato. Ho privilegiato infatti la musica colta contemporanea nord-europea con diafani colori etnici ma sempre con chiari riferimenti jazzistici .

-Molti tuoi colleghi stanno portando avanti una ricerca nell’intento di affermare un sound del sud anche in campo jazzistico. Come valuti questa posizione?
Limitante e circoscritta, cioè che tende a chiudere, penso che ognuno di noi esprimendosi artisticamente metta dentro una composizione ciò che è nell’animo e penso che le etichettature non facciano bene alla musica .

-Nelle tue performances, che ruolo gioca l’improvvisazione?
Fondamentale; la VOCE è lo strumento che ha più possibilità di evoluzione e di involuzione; mentre altri strumenti musicali a volte scompaiono nel giro di qualche generazione, la voce rimane una costante in tutta la storia della musica e dell’essere umano. Senza tecnica però non si può esprimere nulla, o quasi; senza tecnica neppure un grande artista può essere veramente tale. La tecnica à liberazione perché conduce alla padronanza assoluta e al dominio del proprio strumento. Un trillo, un filato, uno smorzato, uno scat, e soprattutto l’agilità, non si improvvisano, ma sono il risultato di anni di studio ben compiuto con rigore e tenacia, ed è con questa tecnica che faccio le mie improvvisazioni vocali, con il controllo della giustezza dell’intonazione, del fiato, cose che mi consentono di darmi ad acrobazie e di garantire una complicità perfetta, armonica e ritmica, tra la mia voce e gli strumenti che mi circondano. L’improvvisazione è il fuoco pulsante del jazz, ciò che ho da dire ora, adesso in quest’attimo io sono così. E’ filosofia di vita vissuta ora in questo istante, né prima né dopo. Si trascrivono anche in partiture, si studiano le improvvisazioni, esistono materie che io insegno e sono: Improvvisazione, e Letteratura dello strumento, nella quale si studiano le improvvisazioni non per copiare ma per dare agli studenti la possibilità di capire come altri si siano espressi. Io ho pubblicato una dispensa su alcune mie composizioni e la utilizzo per fare capire agli studenti come si scrive e come si improvvisa nel jazz. L’improvvisazione è il momento magico di un brano perché ogni musicista improvvisa e mentre lo fa comunica agli altri sia sul palco che a tutti gli ascoltatori il suo mood, che porge con il linguaggio Musica.

-Tu presti la tua voce ad organici molto diversi: dal duo a formazioni larghe; qual è il contesto in cui meglio ti trovi?
Come tu ben sai io ho preso parte come vocalist e compositrice in diverse formazioni orchestrali; in qualità di voce solista, fin dagli anni Ottanta dai tempi della Big Band di Catania, la City Brass Orkestra, poi nella Big Band di Gerry Hies a Monaco in Germania, sino alla OMC, Orchestra di Musica Contemporanea di Palermo diretta da Gaetano Randazzo, con la quale ho inciso un cd nel ’97 ; mentre dal 2005 sono stata la cantante solista dell’Orchestra Jazz del Mediterraneo, sono stata anche la cantante solista dell’Orchestra Jazz del Conservatorio A. Corelli di Messina con la quale orchestra ho eseguito anche brani di mia composizione. Credo che l’orchestra abbia bisogno di artisti che sviluppino una struttura comune all’ensemble senza mai esprimere a fondo sé stessi, ma cercare un punto comune e con poche possibilità di interscambi tra i singoli, (alcuni dissentono da questo, ma io la penso così). Credo sia invece l’arrangiatore e o il direttore (che in genere coincidono con la stessa persona) ad avere maggiore possibilità nel realizzarsi. Personalmente preferisco le formazioni più ristrette perché è proprio in queste che si sviluppa maggiormente l’intesa con il singolo creando complicità, e avvalendosi dell’improvvisazione come mezzo estemporaneo d’espressione musicale e vocale come succede tra la mia voce e la voce dei fiati di Paul Mc Candless, o con il piano di Art Lande in cui le voci degli strumenti si rincorrono e poi si fondono all’unisono.

-Quali sono le “voci” che ami di più ?
Ma, sai, le voci sono tante e ne apprezzo tante, anche solo per alcune caratteristiche e peculiarità, certo che importanti sono quelle che ti fanno rileggere il percorso storico della musica jazz come Billie Holiday, Sara Vaughan (detta Sassy o the divine) Anita O’Day , Carmen Mc Rae, Jon Hendricks, Mark Murphy, Mimì Perrin oppure voci più attuali come Tamja, Meredith D’Ambrosio, Norma Winstone, Meredhit Monk, Sidsel Endresen, Susanne Abbueh, Ingrid Jensen, Gretchen Parlato, Bobby Mc Ferrin, Aziza Mustafa Zadeh, Kurt Elling ed altre ancora, ognuna con caratteristiche diverse ma sempre interessanti.

-Vuoi parlarci delle tue esperienze “estere” ?
Si certo, prima tra tutti Parigi, città nella quale mi sono trovata molto bene e in cui stavo mettendo radici, ho vissuto lì un bellissimo periodo suonando in vari , al Tour de Babel e all’Istituto di Cultura e producendo il mio primo cd TRANSPARENCES credo fosse il 1989/’90 . Molte mie composizioni le ho composte durante il mio “periodo parigino”. Mi sono esibita in concerti negli Emirati Arabi, in Grecia, Francia, Inghilterra, Spagna, Belgio, Svizzera, Germania, Canada, ma trovo Parigi aperta, grande città, grande fascino . L’incontro e la frequentazione con Mimì Perrin dei Double Six, è stata incredibilmente importante mi ha arricchita molto, grande donna e grande cantante. Nello stesso periodo ho conosciuto e frequentato Aldo Romano, anche lui grande musicista jazz. Una sera mi sono incontrata con una giovane cantante la quale anche lei si esibiva in duo nei parigini e, ricordo ancora il nostro incontro al New Morning, il suo nome era sconosciuto, come il mio, ma felici ambedue per questo incontro e di scambiarci pareri e conoscenza musicale, mi ricordo come fosse oggi quando le dissi che io ero siciliana di Catania e le ho detto che sarei ritornata per un periodo a Catania, parto domani le dissi, e lei sbigottita mi fa: ma io domani suono a Catania, ci vediamo? sono andata al suo concerto, il suo nome é Noa.

-Hai collaborato con molti importanti artisti: quali di questi musicisti ricordi con più affetto, anche dal punto di vista umano?
Paul Mc Candless, è il musicista col quale ho lavorato e collaborato più di ogni altro, grande musicista e grande amico, collaboriamo dal 1989 quando ancora nell’aria la musica degli Oregon aleggiava e creava mondi nuovi e tutti da scoprire, grande e bellissima collaborazione che permane tutt’oggi con Paul McCandless, col quale abbiamo scritto dei brani a quattro mani e in alcuni brani tra i suoi più famosi nel realbook, io ho scritto il testo, come in Moon and Mind , registrato poi sul mio cd
A PERFECT LINE. Ti sembrerà strano ma il ricordo più pregnante e forte l’ho avuto con un’artista che ho personalmente conosciuta una sola volta: Betty Carter, la quale la sera del concerto fuori dai camerini, sedute tutte e due, da sole, in un cortile fuori dal teatro dov’eravamo e dovevamo esibirci, non posso dimenticarlo, guardandomi negli occhi e con una profonda tristezza dentro, dopo una bellissima e intima chiacchierata, prima che io salissi sul palco, come fossimo grandi amiche mi sono ritrovata con lei a cantare i suoi brani più famosi e ad accennare i miei, al termine mi dice: << è bello sapere che il mondo improvvisamente e in qualunque parte di esso si mostri in modo così toccante come il nostro canto di stasera >> ed io…mi sono commossa. Quella sera, poco dopo, salita sul palco mi sentivo forte e anche se trattenevo ancora le lacrime ho incanalato tutta l’energia che avevo dentro, dal cuore alla testa e alla gola e le mie corde hanno vibrato come non mai.

– Tu affianchi all’attività sul campo una intensa attività didattica: insegnare cosa ti dà e cosa ti toglie?
Personalmente mi sono formata tecnicamente prima con esperienze pop , rock, west coast e poi con lo studio del canto classico presso il conservatorio, e poi con le mie esperienze e contatti ho sviluppato una tecnica particolare che include alcuni sviluppi di tecnica del canto orientale, soprattutto nell’uso della respirazione e degli armonici di risonanza. Attualmente dirigo l’Accademica di Alto perfezionamento nel Canto Jazz a Catania che rivolge la propria attenzione allo sviluppo dell’improvvisazione. Sono docente effettivo di Canto Jazz nel Conservatorio “Domenico Cimarosa” di Avellino dove insegno al triennio e biennio oltre che Prassi esecutiva e repertorio anche Improvvisazione, Tecnica di lettura estemporanea e Letteratura dello strumento Canto, al Conservatorio Musicale “V. Bellini” di Palermo per triennio e biennio sono docente di Prassi e improvvisazione, presso il Conservatorio “A. Corelli” di Messina insegno Prassi e improvvisazione, in questi conservatori ho avviato i corsi, insegno, e faccio seguire il mio programma di studi, quindi in effetti sono tre cattedre contemporaneamente, che mi impegnano tanto ma in questo particolare momento della mia vita sento il bisogno e l’obbligo di trasmettere ad altri le mie conoscenze maturate in ben otto lustri di attività artistica che continuo a svolgere con concerti a Dresda, tra breve a Parigi ad Avellino, a Catania, Ragusa ecc. ma sento il bisogno di comunicare con i giovani musicisti/cantanti per cercare di trasmettere loro il mio sapere artistico. Certo questa intensa attività didattica mi toglie un pò di spazio per l’attività artistica, ma io sono fatta così, mi lancio in ogni nuova avventura. In questo nuovo anno accademico lascerò qualcosa. Io reputo fondamentale essere partecipe in una scuola che, come nelle illustri botteghe d’Arte, permetta all’allievo di sentire e percepire la vicinanza artistica del maestro per meglio acquisire oltre che la tecnica, in base alle proprie capacità, anche le intuizioni e le percezioni della sensibilità del Maestro. Il Jazz, stile musicale che nasce in America ma dallo spirito di libertà degli africani, in tempi relativamente vicini a noi, ne subisce uno sviluppo parallelamente alla contaminazione della società moderna. La forza sta nella capacità del singolo studente a non pensare al Conservatorio come ad un punto d’arrivo ma che serva da insegnamento e crei quella giusta tecnica e linea di condotta che poi, usata nel modo corretto insieme alle doti naturali, aiuti a raggiungere il proprio scopo. Purtroppo devo dire che gli studenti (in generale ma non tutti ) seguono poco e male il percorso Universitario (sottolineo che i Conservatori oggi sono Università a tutti gli effetti e rilasciano lauree). Gli studenti mancano del rigore necessario ad affrontare con serietà e dedizione il percorso formativo coincidente con l’attività artistica da loro liberamente scelta. Non bisogna mirare al pezzo di carta o al voto, che non serve a niente, l’attività artistica si fa sul campo, con cultura, cognizione tecnica, nella società e solo se hai qualche cosa da dire, se mancano questi presupposti e contenuti non si approda a nulla; quindi quello che mi sento di consigliare è maggiore maturità nelle scelte, rispetto, impegno e dedizione, e tanta, ma tanta umiltà.

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– In conclusione, qual è il tuo album cui sei maggiormente affezionata?
Credo poterti rispondere TAJA, con Paul McCandless e Art Lande o A PERFECT LINE con Alberto Alibrandi e Paul McCandless o, perché no l’ultimo del 2014 ONLY LIGHT BLUE;tutti mi emozionano, e meno male, perché senza emozione non si fa musica. Grandi soddisfazioni ed emozioni sono state l’aver calcato i palchi di internazionali in varie parti d’Europa, con grandi artisti al mio fianco che, insieme a me davano vita alle mie composizioni.

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