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Foto di Maurizio Zorzi

Foto di Maurizio Zorzi

 

Conosco Paolo Fresu oramai da una trentina d’anni e, anche se non ci incontriamo spesso, ogni volta che lo rivedo ritrovo il Fresu di sempre vale a dire un artista straordinario, che con la sua tromba ha toccato i cuori di tantissimi amanti della musica, ma soprattutto un uomo integro, mite, dolce, disponibile al colloquio…un uomo che è rimasto sempre fedele a sé stesso nonostante il successo planetario. Il tutto impreziosito da una lucida capacità di analisi che avrete modo di apprezzare anche in questa intervista raccolta nel dicembre del 2015.

Partendo da un paesino della Sardegna, tu hai saputo conquistare – non solo metaforicamente – tutto il mondo musicale. La tua vicenda è in qualche modo paradigmatica nel senso che quando si ha talento prima o poi si arriva anche se si parte da situazioni molto difficili, o è la classica eccezione che conferma la regola?
Penso un po’ tutte e due perché da un lato il talento sicuramente c’era – anche se non penso di avere un talento straordinario – dall’altro, come tu dici, la situazione da cui mi sono evoluto non era certo tra le più facili. In quegli anni, parliamo di trentacinque anni fa, la Sardegna era molto più isolata di oggi e Berchidda, il mio paese natale, era una sorta di isola nell’isola per cui la situazione in cui vivevo è stata anche uno sprone a fare, a fare meglio , uno sprone a diventare quello che sono adesso. Insomma è difficile rispondere a questa domanda nel senso che puoi arrivare anche se non hai molto talento e viceversa puoi restare al palo anche se sei eccezionalmente talentuoso. Entrano in gioco molti altri fattori, ci vuole anche una buona dose di fortuna; ad esempio, quando io mi sono affacciato nel mondo del , e parliamo dei primissimi anni Ottanta (ricordo che la mia prima uscita ufficiale la feci nell’82 con un’orchestra di giovani diretta da Bruno Tommaso), in quel periodo, dicevo, non c’erano trombettisti. C’erano i trombettisti della vecchia generazione, Valdambrini, Fanni… quelli delle orchestre della Rai e poi c’era Enrico (Rava n.d.r.) che si muoveva in direzioni più moderne, ma non c’erano giovani . Un altro trombettista della mia età (classe 1961 come me) era a Torino, Flavio Boltro, ma nessuno conosceva lui come nessuno conosceva me, ci siamo incontrati a Roma nell’84 quando io vinsi un premio come miglior giovane jazzista italiano – manifestazione allora organizzata da Adriano Mazzoletti – ci siamo stretti la mano come colleghi che venivano da lontano. Ma eravamo gli unici… oggi come ben sappiamo, la situazione è completamente cambiata: ci sono moltissimi trombettisti bravi. Allora, ripeto, essendo gli unici trombettisti era molto più facile: mi chiamavano dalla Sardegna per venire a fare dei concerti in Continente … come ti dicevo il primo lo feci con Bruno Tommaso il quale credette immediatamente in me, poi nell’83 mi chiamò Paolo Damiani per ROCCELLANEA ( assieme a Fresu e Damiani in quell’album c’erano Gianluig Trovesi sax alto e clarinetto basso, Giancarlo Schiaffini trombone e Ettore Fioravanti batteria n.d.r.) e poi Giovanni Tommaso, il cugino di Bruno, con il quale negli anni successivi ho suonato diverse volte facendo parte anche del quintetto con Massimo Urbani. Come vedi tre bassisti che da leader ti chiamavano per suonare con loro perché non c’erano trombettisti. E io mi chiedevo: ma perché chiamano proprio me? Ci saranno bravi trombettisti a Roma e a Milano… E probabilmente c’erano, solo che forse il fatto che non avessi studiato in modo canonico, il fatto di venire dalla Sardegna mi davano quel pizzico di originalità di fondo che veniva apprezzato. Per cui penso che nel mio caso specifico tutto sia stato da una parte fortuito dall’altra una convergenza di vari elementi. Sicuramente capacità, sicuramente talento… ma anche voglia , caparbietà, ostinazione e, come si diceva, una certa dose di fortuna altrimenti in quegli anni dalla Sardegna si usciva con molta, molta difficoltà.

In questo preciso momento ti senti più realizzato come uomo, come artista o in ambedue le vesti?
Per la mia scala di valori spero di essere realizzato in primis come uomo, senza ombra di dubbio, perché se non mi sento realizzato come persona, in questo preciso momento come padre, non riuscirei a fare la musica che voglio. Se quando salgo sul palco non mi riconosco con me stesso quello che faccio non ha molto senso… la musica è vita, è emozione, è trasmettere un’emozione e se quando suono non mi sento realizzato come uomo capisci bene che non posso raccontare alcunché…tutto suonerebbe artificioso. Poi naturalmente mi sento realizzato anche come musicista, ma se mi sentissi realizzato solo come artista e non come uomo, per me sarebbe una disfatta, terribile, tanto più che in questi ultimi venti anni ho cercato di legare alla musica tutto ciò che le sta attorno… o se preferisci il contrario . SE oggi sono quello che sono lo devo in massima parte alla musica, la musica è al centro di una serie di problematiche che vanno al di là e che sono di drammatica attualità proprio in questi giorni. E questo l’ho appreso con il tempo. Ad esempio, quando ho iniziato ad organizzare il Festival di Berchidda avevo ben chiari gli obiettivi da raggiungere ma non ne conoscevo le potenzialità, così, man mano, facendo musica ho scoperto quanto la musica stessa potesse diventare un fattore importante di crescita, di arricchimento, di aggregazione… insomma ho scoperto come le arti – nel mio caso la musica – possano divenire dei linguaggi incredibili che rivestono un ruolo sociale, politico, nell’accezione migliore del termine. Tutto questo ci riporta alla prima affermazione e cioè il linguaggio artistico inteso come linguaggio sociale e politico postula che prima ci sia una coscienza politica e sociale che appartiene all’uomo per cui, se non c’è questo , la musica non ha senso. Insomma le due cose devono coincidere, devono camminare assieme, autoalimentarsi altrimenti il discorso cade.

Una domanda un po’ strana, ma siccome a me capita, te la faccio senza pudore: ti capita di piangere ascoltando musica?
Certo che sì, mi capita spesso. Mi capita di piangere mentre suono e non mi vergogno a dirlo. Certo, si può piangere ma si può anche ridere… l’importante è che si faccia musica avendo qualcosa dentro, soprattutto per uno come me che ha passato i cinquanta. In uno scritto che mi venne chiesto dalla « Nuova Sardegna »in prossimità dei miei cinquant’anni, nel febbraio del 2011, quando mi apprestavo a fare un giro di concerti lunghissimo in Sardegna, ebbi modo di affermare che non è sufficiente soffiare dentro una tromba, ci vuole qualcosa di più profondo. L’abbiamo detto prima: per me la musica è sostanzialmente emozione… se non c’è emozione è come se l’intera impalcatura crollasse, priva di fondamento.

Quanto ha influito sulla tua musica l’essere sardo?
Francamente non ho una risposta certa al riguardo. Credo che abbia influito molto; sono contento di essere sardo e non potrebbe essere altrimenti; quando ho qualche progetto – in realtà sempre meno – in qualche modo legato alla mia terra vuoi per il repertorio , vuoi per le varie commistioni che sono state fatte con i cantanti , con la musica polifonica vocale che è un po’ la musica caratteristica della Sardegna, questo elemento può venir fuori. Ma quando suono la mia musica ‘quotidiana’ , quando suono ad esempio con Ralph Towner non c’è alcun riferimento voluto alla musica sarda.. eppure, alla fine del concerto, c’è sempre qualcuno che viene a dirmi ‘in quel pezzo ho sentito le sue origini sarde’. Evidentemente qualcosa vien sempre fuori indipendentemente dalla mia volontà: io sono sardo, sono profondamente legato a questa cultura, parlo benissimo la lingua per cui alla fine, qualche tratto della mia personalità molto sardo, si trasmette in quello che suono e il pubblico lo percepisce.

Questo evidente attaccamento alla tua terra, mi spinge a farti un’altra domanda: tu passi molto del tuo tempo lontano dalla Sardegna; ti pesa questa lontananza?
Direi proprio di no, così come non mi pesa la lontananza dall’Italia. E ciò per due motivi. Il primo è che sono sempre abbastanza presente, seppure non fisicamente, con la Sardegna: in quello che faccio, nei rapporti che tengo con la famiglia, con gli amici, con agli amici pittori, scultori, poeti tutta gente che in Sardegna fanno qualcosa di notevole con il linguaggio dell’arte… e poi c’è il Festival di Berchidda. In secondo luogo perché sono oramai trent’anni che giro il mondo per cui mi sono abituato. Se dovessi soffrire di nostalgia sarebbe davvero un bel guaio. L’obiettivo, per me, non è quello di tornare a casa ma di essere sempre a casa mia anche quando ne sono fisicamente molto lontano . D’altronde in ogni posto ci sono molte cose belle e altre che non ci piacciono ma bisogna accettarlo. Quando vado fuori vivo quello che devo vivere.

Attualmente le due maggiori isole italiane, Sardegna e Sicilia, continuano a sfornare talenti jazzistici in quantità industriale nonostante le oggettive situazioni di difficoltà in cui entrambi i territori si trovano. Come te lo spieghi? E’ solo un insieme di casualità o c’è qualcosa di più profondo?
No, non credo ci sia casualità. Non riesco a individuare un fattore specifico. Una qualche spiegazione potrebbe forse essere trovata nel fatto che l’Italia è un Paese lungo in cui i centri di irradiazione della cultura sono sparsi per tutto il territorio. Se facciamo un paragone con la Francia, vediamo che lì la vita culturale è accentrata su Parigi, Lione e forse qualche altra città. Da noi no; anche i lembi estremi del territorio come per l’appunto la Sicilia e sotto molti aspetti la Sardegna, hanno una storia, un portato culturale che ancora oggi è in grado di dire qualcosa di nuovo, di interessante. Certo, per lungo tempo queste periferie sono state trascurate, bistrattate, e la risposta è stata una grande energia creativa: la gente ha voglia di mettersi in gioco… il fatto che, ad esempio, faccio un Festival a Berchidda è perché quel festival , con quel tipo di obiettivi, con quel tipo di impostazione, si può fare solo lì…organizzarlo che so a Roma o a Firenze non avrebbe senso: un concerto a Berchidda diventa un avvenimento, e quindi si creano un’energia, un’attenzione che non si creerebbero in altre città dove di eventi ce ne sono diversi. Come dicevo, da questo punto di vista l’Italia è un Paese molto frastagliato e però la risposta è poi questa: pochi Paesi possono vantare un ventaglio di proposte culturali come quelle che può mettere in campo il nostro Paese, ciò vale per il jazz ma penso valga bene o male per tutte le forme artistiche. Voglio precisare, per quanto riguarda più specificatamente il jazz, che non sto entrando nel merito cioè non voglio dire che la proposta jazzistica italiana sia meglio di quella francese o tedesca ma sfido chiunque a dire che l’Italia non è il Paese dove si fa più jazz, dove le proposte sono più diversificate in termini di repertori , di generazioni etc..etc…Poi, tornando alla tua domanda, non bisogna dimenticare che la Sardegna e la Sicilia sono due isole immerse nel Mediterraneo per cui hanno ancora forte una grande tradizione popolare: esiste una musica ancora viva, esiste una musica più radicata che in altre regioni italiane, esiste una musica che comunque si sta muovendo, si sta evolvendo . Se trent’anni fa poteva sembrare difficile trovare una qualche relazione tra il jazz e la musica tradizionale, oggi è facile trovarla: se ci pensiamo bene il jazz nasce proprio come musica popolare, agli inizi aveva una funzione che era fortemente popolare … poi è cambiato, è diventato una musica di ricerca, una musica dura perché doveva dare delle risposte anche a dei dubbi, a delle problematiche forti che c’erano negli Stati Uniti. Oggi, che ci siano in Sardegna tanti musicisti, che in Sicilia ci sia comunque un pubblico piuttosto vasto per questo genere musicale, nonostante la crisi imperante, ecco, tutto ciò deriva dal fatto che il pubblico trova nel jazz questa relazione tra quella che è la genesi di questa musica, la sua originaria funzione e quello che oggi è diventata. Mi chiedo solo se questa relazione tra il jazz e la musica popolare sia ciò che spinge molti giovani verso questa musica…francamente non lo so. Però, per quanto riguarda la Sicilia, non è un fatto di oggi: ci sono stati nel passato, e ci sono oggi, un sacco di musicisti eccellenti provenienti dalla Sicilia che hanno fatto fortuna altrove. Per la Sardegna il discorso è un po’ diverso in quanto prima dalla mia terra si emigrava meno. Quindi probabilmente in questa cultura mediterranea c’è una sorta di forza, di spinta che per una serie di motivi fa emergere tutta una serie di nuovi talenti. Ci sono molti giovani che suonano bene e che non si sa da dove siano usciti….voglio dire che in queste terre c’è un humus, una forza interiore che forse viene dalla ‘perifericità’ … probabilmente questi stessi giovani vissuti a Roma o a Milano non avrebbero avuto la stessa energia.

Con le tue parole, hai toccato due argomenti che mi interessano molto: i Festival e i giovani. Trattiamoli separatamente. In questi ultimi anni, ad onta della grave crisi economica, i Festival di jazz hanno continuato a proliferare nel nostro Paese. Non pensi che forse sarebbe meglio farne di meno ma meglio strutturati specie sotto il profilo dei cartelloni, ad evitare che nei diversi Festival compaiano sempre gli stessi nomi?
Sono assolutamente d’accordo: in un momento in cui le energie economiche scarseggiano, i Festival di jazz sono decisamente troppi. Se ci deve essere un Festival del Jazz, specie oggi, come dici tu deve essere ben strutturato e soprattutto deve presentare un qualche collegamento con il territorio altrimenti ci si riduce ad una inutile passerella già vista ma soprattutto già ascoltata. Ogni Festival dovrebbe avere una sua specificità, una sua particolarità e ripeto un legame con il territorio in cui si svolge altrimenti è del tutto inutile. E torno a quanto dicevo in precedenza: in un Paese ricco di proposte culturali differenziate come l’Italia non è possibile organizzare tanti Festival che poi si riducono tutti ad un medesimo programma, a presentare cioè quasi lo stesso cartellone. Insomma organizzare un Festival significa organizzare anche un percorso che preveda tutta una serie di iniziative…dovrebbe sostanziarsi in una sorta di viaggio attraverso la storia, attraverso la cultura del territorio dove si svolge…non è la stessa cosa che organizzare un concerto in teatro dove la gente va, paga un biglietto e la storia finisce lì. Con un Festival, parola che dovremmo usare con meno facilità, l’impegno deve essere diverso, più gravoso. E così anche l’artista deve porsi in relazione con tutto ciò e dare qualcosa che magari in altre situazioni non riesce a dare. E il discorso, come sottolineavi tu, è ancora più drammatico ed attuale in un momento in cui sul concetto di cultura c’è una certa confusione, con sconfinamenti nel campo culinario ad opera di un ben noto ministro… non si capisce bene quanto la cultura dia e quanto eventualmente tolga…ammesso che si possa accettare che la cultura possa togliere alcunché.

Ed ora parliamo dei giovani; credi che il jazz si possa insegnare? Se si, non credi che le scuole di jazz, oltre l’indubbio merito di formare dei bravi musicisti, abbiano però la grossa responsabilità di immettere sul mercato tutta una serie di giovani che poi difficilmente troveranno dove suonare?
Anche questa volta sono perfettamente d’accordo con la tua analisi. Io per molti anni ho pensato che il jazz non si potesse insegnare nonostante io stesso fossi insegnante a Siena, nel luogo cioè dove avevo appreso dei rudimenti che poi sono risultati fondamentali. Ciò per dire che conosco la doppia veste di insegnante e di discente. Poi ho iniziato dei seminari in Sardegna che dopo venticinque anni ho deciso di lasciare per fare posto a qualcun altro. In definitiva credo che, andando a scuola di jazz, puoi apprenderne il linguaggio, puoi imparare le scale, puoi impadronirti di tuto ciò che sta attorno a questa musica…ma poi diventare musicista è altra cosa. E ciò vale anche per la musica classica anche se c’è una didattica più storicizzata. Però ho sempre pensato che il jazz si potesse insegnare nel senso che ad esempio, partecipare a dei seminari ti permette di entrare in contatto con determinati personaggi, di parlare con loro di musica , di concerti, di esperienze vissute e tutto ciò potrebbe accelerare il percorso formativo dell’alunno. Ecco io sono andato a Siena anche perché sapevo che lì avrei incontrato l‘amico Rava o l’amico Fasoli e avrei avuto la possibilità di condividere le mie esperienze con una ventina di ragazzi senza sentirmi solo. Morale: penso che oggi il jazz si possa anche insegnare, ma insegnare nel senso di aiutare l’allievo a raggiungere al più presto una consapevolezza di sé da un canto e dall’altro a sviluppare tutto ciò che sta intorno alla musica sì da trasformare il musicista in artista che è cosa leggermente diversa. Detto ciò sono totalmente d’accordo sul fatto che il rischio che stiamo correndo è che queste scuole fanno sì che questi ragazzi diventino musicisti i quali non trovando lavoro diventeranno anch’essi insegnanti in una sorta di circolo vizioso che non giova ad alcuno. E la situazione deve tener conto anche dei numerosi allievi che frequentano i corsi di jazz nei Conservatori. Insomma il numero dei musicisti cresce in maniera esponenziale ma dubito che poi troveranno adeguate occasioni di lavoro…e così ci si rifugia nell’insegnamento con le conseguenze cui prima si accennava.

Leggendo la tua biografia, i libri su di te abbiamo appreso le tue non felici esperienze con il Conservatorio. Credi che adesso la situazione sia cambiata?
Credo proprio di sì. E’ indubbio che oggi il jazz sia considerato una forma artistica per cui c’è sempre più contatto con la musica colta: i musicisti della musica classica hanno bisogno dei musicisti jazz così come i musicisti jazz hanno bisogno dei musicisti ‘classici’. Le distanze tra questi due mondi si sono notevolmente accorciate. Tieni poi presente che nei Conservatori stranieri non si studia solo la musica, ma si studia anche la danza … e tutta una serie di discipline vicine e penso che questo sia molto importante. Vedere dei ragazzi che suonano Bach e che poi magari frequentano i corsi di jazz è una cosa molto bella perché la musica va vista, va vissuta nella sua totalità. Più si conosce e più si ha la possibilità di guardare meglio cosa si può fare. Non tutti possono diventare jazzisti, non tutti per temperamento possono tenere i piedi in due scarpe… poi è necessaria, per molti, una scelta. Intendo dire che magari una prima parte del percorso formativo la si può compiere avendo riguardo per queste due forme musicali in quanto si ampliano le conoscenze e il fatto che all’interno dei Conservatori stiano crollando certe barriere mi sembra un fatto estremamente positivo.

Hai appena fatto cenno ad altre forme artistiche vicine alla musica e non credo che la cosa sia casuale… nel senso che in realtà, oltre ad occuparti di jazz, scrivi anche per il teatro, il , la danza; a quali di queste espressioni artistiche ti senti più vicino?
In questo particolare momento al cinema, un po’ per affinità, un po’ per passione, un po’ perché in questi anni è stata la cosa che ho fatto … se penso agli ambiti extra concertistici il cinema è quello che ha assorbito le mia maggiori energie. E casualmente in quanto io non sono certo un compositore di colonne sonore … mi piace farlo… mi appassiona. Probabilmente perché vedi le cose dall’esterno … quando scrivi per una scena, non sai cosa succederà, non sai se effettivamente la musica risulterà ben collegata alle immagini se prima non vedi il tutto. Quando ho scritto per il teatro o per la danza l’ho fatto sempre coinvolgendo me stesso in un rapporto che è sempre diretto con il palcoscenico, spesso con me in scena. Quando scrivi per il cinema, scrivi una cosa a casa che poi viene montata con le immagini e che successivamente tu vedrai comodamente seduto in poltrona… e questo fa la differenza perché riesci a vedere le cose con quella distanza che è propria dello spettatore. Le guardi in maniera più selettiva, diversa dal concerto o dalla pièce teatrale.

Come valuti la tendenza, oggi in atto, di alcuni prestigiosi cantautori ‘pop’ di transitare nel mondo del jazz?
Il fenomeno non è certo nuovo… nel passato ci sono stati esempi celebri… basti pensare a Mina con Toots Thielemans in un programma televisivo o la Vanoni che ha fatto un disco con Herbie Hancock e Michael Brecker…. E sicuramente ce ne sono altri che in questo momento non ricordo. Comunque penso che ciò derivi dal fatto che il jazz venga sempre più considerato qualcosa di importante, di prezioso, di inarrivabile per cui tutti vogliono poter dire ‘anch’io faccio il jazz’ come se fosse un punto d’approdo o comunque una sorta di medaglia da appendere al collo. Certo c’è poi chi lo fa bene e chi lo fa meno bene. Una volta il jazz entrava nella musica pop per metterci la ciliegina: il brano era pronto, mancava un assolo e si chiamava il jazzista; oggi è forse il contrario.

C’è un musicista, un artista, un uomo che senti di dover ringraziare magari per una parola giusta detta al momento giusto?
Personaggi che dovrei ringraziare ce ne sono davvero tanti… ma se proprio devo sceglierne uno, direi Bruno Tommaso. Come ti dicevo è stato il primo a credere nelle mie possibilità, a spronarmi, a insegnarmi un sacco di cose… e poi Bruno è stato per me una sorta di maestro e non solo dal punto di vista musicale. Lui ha sempre mantenuto una sua coerenza straordinaria. Man mano che si cresce, che si conosce meglio la vita, le tue valutazioni sulle vicende, sugli amici, su chi ti sta attorno fatalmente cambiano. Ebbene con Bruno Tommaso no: io lo stimo oggi esattamente come lo stimavo e apprezzavo quando l’ho conosciuto, una trentina d’anni fa.

Tu hai suonato davvero davanti alle platee più disparate: qual è il pubblico con cui ti senti più a tuo agio… ammesso che ci sia?
No, il pubblico è bene o male lo stesso dappertutto. Non c’è una situazione che a priori si possa definire ottimale. Magari vai a suonare in un bel teatro, ti aspetti una serata meravigliosa e invece non scatta l’alchimia necessaria. Viceversa vai in un piccolo locale, senza pretese e scatta quella scintilla che rende magica una serata. Questo appartiene un po’ al mistero della musica, questa sua imprevedibilità…Ecco, ad esempio, per me suonare a Berchidda è sempre un’esperienza straordinaria… e non tanto quando si suona in teatro ma in ambienti diversi, magari sotto una quercia… allora si avverte un’energia straordinaria che in altri luoghi più paludati non si ritrova. Invece, se devo dire, indicare un continente in cui mi trovo più a mio agio, questo è senza dubbio l’Africa… non solo per la musica, ma per il modo di essere, di pensare di quei popoli.

C’è un tuo album cui senti di appartenere maggiormente? E senti di aver realizzato, raggiunto tutti i tuoi sogni?
No, non c’è un mio album cui mi sento di appartenere particolarmente. Oramai ho inciso un centinaio di dischi a mio nome e non ce n’è uno che mi sia più caro rispetto agli altri, in quanto ognuno rappresenta un momento particolare del mio percorso artistico. Invece, ascoltando queste registrazioni, posso dirti immediatamente quello che non mi piace. In genere le cose che faccio per ultime sono quelle che mi piacciono di più in quanto sono quelle nuove, in cui magari accadono cose inaspettate. Quanto ai sogni non è che ce ne sia uno in particolare, che so, suonare con questo o quel musicista… no, nulla di tutto questo! Il sogno è quello di andare avanti producendo musica di qualità … anche perché tutte le cose che ho fatto in questi anni, i vari gruppi che ho messo su sono nati in modo piuttosto casuale e non come raggiungimento di un obiettivo, come esaudimento di un sogno specifico. In questo senso sono piuttosto fatalista… le cose accadono, senza che ci sia un preciso intendimento. Come ti dicevo, tutti i miei gruppi, ivi compreso il quintetto, e le collaborazioni meglio riuscite – penso a quelle con Uri Caine e con Omar Sosa- sono esperienze nate in maniera assolutamente casuale.

E , dato che tu stesso vi hai fatto cenno, vorrei chiudere questa nostra chiacchierata parlando del tuo celebre quintetto italiano; questo gruppo è una delle formazioni più stabili forse dell’intera storia del jazz; qual è il segreto di questa longevità e cosa rappresentano ancora oggi per te questi straordinari compagni d’avventura?
La ricetta è semplice: il rapporto umano, anzi, userei un termine ancora più forte, l’amicizia. Noi stiamo assieme da trentadue anni e ci lega qualcosa che passa ben prima della musica, grazie ad un eccezionale equilibrio che si è creato tra quanto accade sul palco e quanto si vive al di fuori del palco. Con questi straordinari compagni ho trovato un’intesa che è ancora oggi ben salda… così quando suono con gruppi diversi, ben conscio del fatto che ogni storia fa parte a sé, cerco in qualche modo di ricreare quel clima che vivo all’interno del quintetto. Tieni presente che proprio con questo gruppo ho avuto modo per la prima volta di suonare la mia musica e sono cose che non si dimenticano. Ancora oggi quando mi ritrovo con Roberto (Cipelli pianoforte n.d.r.), Tino (Tracanna sax n.d.r.), Attilio (Zanchi basso n.d.r.) ed Ettore (Fioravanti batteria n.d.r.) stiamo bene , ci divertiamo e questo non ha prezzo.

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