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Paul Bley

Non si può certo dire che questo 2016 sia iniziato sotto i migliori auspici per il mondo della musica. Nel giro di pochissimi giorni se ne sono andati il e compositore canadese Paul Bley (il 3 gennaio) e il compositore, pedagogo, direttore d’orchestra francese Pierre Boulez (il 5 gennaio). La loro età avanzata (83 anni l’uno, 90 l’altro) e lo stato di salute non proprio florido lasciavano presagire quanto è accaduto… ma il fatto che ci abbiano lasciati quasi contemporaneamente ci induce a sperare che il nuovo anno non prosegua su questi ritmi… anche perché di musicisti anziani ce ne sono tanti ma ancora perfettamente in grado di regalarci qualcosa di buono!
Bley e Boulez, due straordinari personaggi, accomunati, oltre che dalle iniziali (P. B.), da una grande, grandissima passione per la musica, per la , passione che li ha portati a raggiungere vette per cui la loro memoria resterà indelebile nella storia delle arti al di là di qualsivoglia etichetta.
Certo, per il resto, erano personalità diverse, con modalità espressive diverse, con risultati musicali diversi….
Ho avuto la fortuna di conoscere Paul Bley nei primissimi anni ’80 e in quelle poche volte in cui ho avuto l’opportunità di parlargli mi hanno sempre colpito la sua lucidità di analisi, la sua capacità di guardare al passato per andare avanti, alla ricerca sempre di qualcosa di nuovo. Ed anche per questo Bley rimane uno dei più grandi pianisti che la storia del jazz possa vantare.
Scevro da qualsivoglia cliché o manierismo, il suo pianismo risulta essenziale, anche se coinvolgente per l’efficacia del tocco, la capacità di creare tensione, la valenza ritmica sempre presente anche se spesso non evidenziata, come se viaggiasse sottotraccia e avesse perciò bisogno di un ascolto più attento del normale.
Caratteristiche queste che si avvertono, anche se in maniera diversa, in tutti i suoi oltre cento dischi, a partire dai primi album degli anni cinquanta fino all’ultima registrazione effettuata nel 2008 a Oslo, e da cui è tratto l’eccellente album “Play Blue” pubblicato nel 2014 dalla ECM, album che ci restituisce un Bley ancora in forma perfetta, in grado di evidenziare appieno la sua arte pianistica. Arte la cui influenza è stata enorme non solo sui pianisti di jazz ma su tutta l’evoluzione di questo genere musicale: Bley è stato, infatti, uno dei pochissimi capace di trovare delle modalità espressive assolutamente originali che pur guardando al futuro non rinnegassero il passato.
Pierre Boulez

Del tutto diverso, come si accennava, l’itinerario artistico di Pierre Boulez. Nato a Montbrison, un piccolo comune situato nel dipartimento della Loira nella regione del Rodano-Alpi , Boulez viene a ben ragione considerato uno dei grandi sperimentatori e ricercatori nel campo della musica contemporanea. Il suo impegno, in tal senso, è stato costante tanto da portarlo alla costituzione, nel 1974, dell’Istituto di ricerca e di coordinamento acustico-musicale (Ircam). Così come costante è stata l’idea di inserire brani di compositori ‘contemporanei’ nei programmi dei grandi teatri, in quanto, spiegava, “Lo scopo della musica non è di esprimere sentimenti ma di esprimere la musica”.
Ma chi leggendo queste poche note dovesse credere che Boulez, in questa ansia di rinnovamento snobbasse il passato sbaglierebbe di grosso ché nel suo curriculum figurano le interpretazioni di alcuni dei compositori più importanti a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento come Wagner, Stravinsky, Debussy, Mahler e Bartók.
Crediamo che per valutare appieno il lascito di Boulez occorrano ancora parecchi anni tali e tanti sono i segni che la sua arte ha lasciato, comunque fin d’ora è lecito affermare che la sua musica , sicuramente complessa, sicuramente non facile da recepire, sia comunque artisticamente e musicalmente “bella e necessaria” per dirla con le parole di Mssimo Giuseppe Bianchi.
E consentiteci, quindi, di chiudere questo breve ricordo proprio con quanto il nostro Bianchi ebbe a scrivere, nello scorso marzo, presentando su “” ‘Pli selon Pli di Pierre Boulez: i limiti della terra fertile’:
“nel capolavoro di questo musicista, il suo proverbiale artisanat furieux culmina – forse paradossalmente – in un gesto lirico sconfinato, capace di riscoprire la fragile categoria estetica del “bello” che potrebbe essere quasi secondaria in un genere così sublimato. Senza inoltrarci oltre per questo impervio sentiero, anche se meriterebbe ampie riflessioni, ci limitiamo ad affermare che in quest’opera le forme astratte ed elaborate della scrittura divengono materia viva, si fanno dramma dell’intelletto e del sentimento…A proposito della vexata quaestio sulla “musica difficile”, viziosa manfrina che inficia tutta la musica d’oggi, la prima considerazione che appare necessaria se si voglia, una volta tanto, ficcar lo viso un poco oltre l’intricata e ingannevole superficie delle apparenze è : “Che ci frega, dopotutto? ”. A quanta bellezza siamo ancora disposti a rinunciare per paura di non capirci nulla? Non è forse questa passività la più verace offesa ai valori dinamici di ricerca del nostro pensiero? Per apprezzare un’opera musicale non è necessaria la cultura (quella può arrivare, si capisce, in un secondo momento) ma una personalità. E tempo, certamente. Non si può pretendere di afferrare un’opera simile con un solo ascolto, del resto la musica vera è fatta per essere riascoltata lungo l’arco di una vita, non è un prodotto usa-e-getta”.

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