I NOSTRI CD

– “In The Morning” – ECM 2429
inthemorningCe l’aveva annunciato nel podcast pubblicato a giugno del 2013, ed ecco quindi l’album dedicato alle musiche di Alec Wilder , compositore, afferma esplicitamente Battaglia, “che, così come Gershwin, teneva il piede in diverse scarpe – musica popolare, musica colta, canzone di Broadway, di Hollywood, le arts song come le aveva catalogato lui – ma per ragioni a me misteriose è un autore quasi del tutto ineseguito, ci sono solo un vecchio disco di Marian McPartland , un doppio degli anni ’60, un vecchio album di Frank Sinatra che fa tutte canzoni di Wilder”. Con “In The Mornong”, sesto album per la ECM, il pianista colma questa lacuna con una prestazione che non esiteremo a definire superlativa: assieme ai suoi abituali partners, Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani alla batteria, Battaglia è registrato dal vivo nell’aprile del 2014 al Teatro Vittoria di Torino. Ed ecco un Battaglia che non ti aspetti, un artista completamente concentrato sull’aspetto melodico delle composizioni di Wilder. Di qui una serie di interpretazioni che scavano a fondo nelle pieghe dei sette brani presentati, cercando di estrarne tutto il potenziale melodico, armonico, ritmico sì da far rivivere, al meglio, le composizioni di Wilder. Ad un ascolto superficiale, disattento potrebbe apparire carente l’aspetto ritmico ed invece la carica ritmica è li, che viaggia quasi in sottofondo ma che caratterizza ogni singolo brano grazie alla squisita fattura del tappeto intessuto da Maiore e Dani . Dal canto suo Stefano Battaglia si conferma quel grande artista che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni, un artista mai pago dei risultati raggiunti, che ama mettersi in gioco, differenziarsi pur restando sempre a livelli di assoluta eccellenza. E questo grazie ad una preparazione tecnica ineccepibile che gli consente una modalità di tocco straordinaria, ma soprattutto grazie ad una squisita sensibilità che l’accompagna in ogni impresa.

Francesco Bearzatti Tinissima 4ET – “This Machine Kills Fascists” – Cam Jazz 7893-2
ThisMachineKillsFascists-coverBearzatti non è certo nuovo a concepire e realizzare ‘album con dedica’, tendenza che altre volte non avevamo particolarmente apprezzato in quanto ci sfuggiva il nesso tra il titolo e la musica contenuta nell’album. Questa volta invece il nesso c’è e ben evidente. L’album è dedicato a Woody Guthrie personaggio di fondamentale importanza nella storia della musica statunitense: Woody fu infatti tra i primi a mettere in musica le angosce dell’America della Grande Depressione, le lotte sindacali, le speranze legate al New Deal segnando un punto di non ritorno: non è un caso che a lui si siano ispirati molti grandi artisti come, tanto per fare qualche nome, Bob Dylan, Joan Baez e Bruce Springsteen. Come si accennava, ad omaggiare cotanto artista è l’oramai ben noto Tinissima 4ET ovvero Bearzatti sassofono e clarinetto, Giovanni Falzone alla tromba, Danilo Gallo al basso elettrico e al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria cui si aggiunge in “One for Sacco e Vanzetti” la voce di Petra Magoni. I brani sono tutti di Bearzatti eccezion fatta per il pezzo di chiusura , “This Land Is Your Land” scritto dallo stesso Guthrie. Intendiamoci, non si tratta di una pedissequa rilettura della musica di Guthrie, quanto di una intelligente e coraggiosa operazione tendente a ricreare quelle atmosfere attraverso cui si possa in qualche modo ritrovare lo spirito del grande cantautore e attivista politico. Tratti direttamente dalla vita artistica di Guthrie ci sono, quindi, soltanto il titolo del disco (ovvero la frase scritta sulla sua ) e il già citato “This Land Is Your Land”. Di qui una sorta di viaggio imbastito da Bearzatti che partendo dal paese natale di Guthrie, Okemah in Oklahoma ci porta fino all’opera forse più emblematica dell’intellettuale Americano – “ This land is your land, this land is my land / From California to the New York Island/ From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters / This land was made for you and me” frasi che illustrano al meglio le concezioni politiche e sociali dell’artista. La musica composta da Bearzatti si attaglia perfettamente alle tematiche che si volevano illustrare, con un andamento che , dopo un inizio pacato, diventa sempre più trascinante grazie ad un mix di jazz, blues , folk e rock che, ne siamo sicuri, coinvolgerà l’ascoltatore così come ha coinvolto il vostro recensore.

Maurizio Brunod, Garrison Fewell – “Unbroken Circuit” – Caligola 2199
Unbroken CircuitUn duo costituito da chitarristi, anche se in realtà multi-strumentisti, non è facile da incontrare per cui ben venga questo album che presenta due artisti di assoluto livello quali Maurizio Brunod (classe 1968) e l’americano Garrison Fewell, recentemente scomparso, ambedue non certo nuovi ad esperienze di duo. In particolare Garrison, vero e proprio punto di riferimento per tutti i chitarristi grazie alla sua attività didattica, ha formato un duo molto apprezzato con il pianista Alex Ulanowsky (ex direttore del dipartimento di Armonia del Berklee e autore dei libri di testo di armonia del Berklee), mentre Brunod si è già fatto apprezzare con Stefano Bollani, con Claudio Lodati, con Giovanni Palombo… per non parlare dell’album “Duets” in cui dialoga alternativamente con il bandoneon di Daniele di Bonaventura, il basso di Danilo Gallo, la marimba di Massimo Barbiero, i fiati di Achille Succi e il contrabbasso di Miroslav Vitous. In questo “Unbroken Circuit” i due sono impegnati su sette brani di cui due a firma di Fewell mentre gli altri cinque, per quanto attribuiti ad ambedue, sono in realtà improvvisazioni totali. Di qui un continuo cangiare di atmosfere, ora coinvolgenti, ora evocative, ora più aspre al limite del respingente con la prevalenza del rumorismo , in cui si avvertono echi di musiche altre, quelle stesse musiche che ovviamente costituiscono il portato di questi due artisti. Ed è proprio questo il pregio dell’album: i due si confrontano, cercano… e trovano un dialogo fitto, compiuto senza alcunché perdere della loro identità per cui l’italiano mantiene la sua “melodicità” se ci si passa il termine, mentre l’americano è sempre incline alle dissonanze, ad un fraseggio più lineare. Ultima notazione: l’album è corredato da un bel libretto con le foto di due grandi appassionati di jazz, Luca D’agostino (di cui vi abbiamo di recente segnalato il volume dedicato ai 25 anni di Udin&jazz) e Luciano Rossetti.

Francesco Cafiso – “3” – Alfredo LoFaro Produzioni
francesco-cafiso_3_copertina_allmusicitaliaSpettacolosa realizzazione discografica di Francesco Cafiso: un box contenente tre album , “Contemplation”, “La banda” “20 cents per note” . Il cofanetto è disponibile nelle due versioni “Box edition” (tre dischi e un flyer con i link per scaricare video, foto e registrazioni live dell’artista) e “Special edition” autografata (contenente, oltre ai tre album e al flyer, un’originale chiavetta USB con gli spartiti e le basi minus one di tutti i brani, un esclusivo booklet e un voucher “Ospiti d’onore” per un ingresso gratuito ad uno dei concerti 2015-2016). Prodotto da Alfredo Lo Faro per Made in Sicily (edito da Made in Sicily di Eleonora Abbruzzo, distribuito da Artist First), il progetto “3” ha visto Francesco Cafiso impegnato in studio in Italia, a Londra, New York e Los Angeles per ben tre anni, e ha coinvolto molti artisti tra cui 33 membri della prestigiosa London Symphony Orchestra, oltre ai siciliani Mauro Schiavone e Giuseppe Vasapolli (autore della sigla degli Mtv Awards 2013), che hanno affiancato il sassofonista negli arrangiamenti dei brani. Ovviamente, per ciò che ci interessa in questa sede, la bellezza editoriale del progetto poco o nulla significherebbe se non fosse accompagnata dalla valenza della musica che invece c’è, eccome! In effetti Cafiso, oltre che sassofonista oramai di levatura internazionale, si dimostra arrangiatore, orchestratore e compositore di vaglia dal momento che tutti i brani registrati sono frutto della sua fervida inventiva. E, come egli stesso afferma, ben illustrano i diversi aspetti della sua variegata personalità: “la mia spiritualità, il legame con la mia terra, l’indole jazzistica che non mi abbandona mai.” Il primo album,”Contemplation” si fa apprezzare innanzitutto per la qualità delle composizioni: nove brani organizzati in forma di suite con cui Cafiso ha inteso mettere in note il suo pensiero circa la “capacità di non vedere la morte come la fine di qualcosa, ma come l’inizio di qualcos’altro” per cui la musica ha un andamento descrittivo circolare in cui inizio e fine risultano speculari. Il tutto impreziosito dal raffinato impasto timbrico determinato sia dai 33 membri della London Symphony Orchestra sia dai partners di caratura internazionale scelti da Cafiso per affiancare se stesso e il pianista Mauro Schiavone, vale a dire Linda Oh al contrabbasso, Marcus Gilmore alla batteria e Alex Acuña alle percussioni.
Anche nel secondo CD , “La banda”, le composizioni si fanno apprezzare per la loro valenza, in questo caso evidenziata dalla riconoscibilità della linea melodica. E’ il tentativo, ben riuscito di collegare il jazz al sound bandistico e delle marching band, e attraverso di esso alla Sicilia terra in cui la tradizione bandistica è molto forte. E qui il legame con l’intento di Pino Minafra – di cui abbiamo parlato in questa stessa sede – di dare dignità e valore culturale alle bande appare fin troppo evidente nella consapevolezza che tutto il Sud ha qualcosa da dire nel contesto culturale del Paese.
Il terzo album, “20 cents per note”, per ammissione dello stesso Cafiso, è il più jazzistico dei tre; qui ascoltiamo un Cafiso maturo come forse mai in precedenza, un artista che perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi, non si lascia tentare dal virtuosismo ma accarezza ogni singola nota , ogni singolo passaggio.
Ma francamente se ci chiedeste quale dei tre album è migliore, non sapremmo cosa rispondere… se non che tutti e tre meritano la vostra attenzione.

Marco Castelli – “Porti di mare” – Caligola 2196
Porti di mareConoscevamo già bene Marco Castelli per la sua conduzione della BandOrkestra, formazione che ci ha sempre entusiasmato per l’originalità e la freschezza della proposta, valutazioni espresse chiaramente quando ci siam trovati a recensire album della band. Con questo nuovo CD Castelli conferma di essere musicista di vaglia, sassofonista, compositore e arrangiatore che nulla ha da invidiare a personaggi anche più noti. Ben coadiuvato da Alfonso Santimone (piano), Edu Hebling (contrabbasso), Mauro Beggio (batteria) e Andrea Ruggeri (percussioni e batteria), Marco Castelli ci conduce attraverso un viaggio in otto tappe che partendo da “Zanzibar” arriva fino ai “Vespri Siciliani” di Giuseppe Verdi. Otto brani di cui la metà dovuti alla sua penna , brani che nascono dalle impressioni stimolate dal frequente viaggiare in più di 40 Paesi tra Asia, Africa, Americhe e naturalmente Europa, il che , spiega lo stesso Castelli nelle note che accompagnano l’album, comporta una relazione con spazi e atmosfere diverse da quelle abituali. Di qui un repertorio eclettico che rispecchia appieno il titolo: alle atmosfere africane sono riconducibili i tre brani originali ed inediti, vale a dire “Dakar”, “Zanzibar” e “Xela”, mentre all’America Latina si rifanno la bellissima “Alfonsina y el Mar” dell’argentino Ariel Ramirez e, “El Ciego” del messicano Armando Manzanero; un riferimento al rock con “Jockey Full of Bourbon” di Tom Waits e poi l’omaggio ad un grande del jazz quale Jelly Roll Morton e quell’original “Scorribanda” che avevamo già avuto modo di apprezzare nell’ultimo album della BandOrkestra, per chiudere con l’accennata rivisitazione di “Mercè Dilette Amiche” tratta da “I Vespri Siciliani”. Difficile segnalare un brano in particolare anche se, personalmente, ci ha colpiti l’interpretazione di “Alfonsina y el Mar”.

Colombo- Erskine-Oleskiewicz – “Trio Grande” – Crocevia di suoni
Il jazz non conosce confini: è forse questo il contenuto principale di questo album registrato a Los Angeles il 25 e 26 settembre del 2104 e che a nostro avviso rappresenta l’opera migliore finora prodotta dal pianista milanese (classe 1961). Colombo, accompagnato nell’occasione da due stelle di primaria grandezza quali Peter Erskine alla batteria e il polacco Darek Oleskiewicz al contrabbasso, ci offre un saggio delle sue capacità sia compositive sia esecutive. Così l’album si snoda attraverso nove composizioni originali di Colombo (di cui alcune già pubblicate, altre inedite) in cui si avverte chiaramente la sapienza musicale del compositore che conosce assai bene la musica classica e in particolare l’arte del contrappunto, elemento caratterizzante molte parti dell’album. Così non a caso il CD si apre con “Anna Magdalena”, un brano dedicato alla moglie di Bach in cui Colombo coniuga la conoscenza bachiana con un linguaggio prettamente jazzistico… o forse sarebbe più opportuno dire con quel linguaggio così particolare che Colombo si è costruito negli anni e che è il frutto , il compendio , per usare le stesse parole del pianista, “ di tutto quello che hai ascoltato”. Quindi riferimenti, come già detto, alla musica colta… ma anche al flamenco, al bop (“Bah And Boh”), al funky, …e non mancano il ricorso ad un’improvvisazione prettamente jazzistica (“Trio Grande”) e due splendide ballad quali “Jane” in cui si può apprezzare e la maestria di Erskine alle spazzole e la capacità di Oleskiewicz di cesellare suadenti linee melodiche, e la conclusiva “Una ragione in più” caratterizzata da un dolce malinconico andamento. Se Colombo si conferma eccellente pianista, occorre sottolineare anche il ruolo dei suoi partners. Superlativo, come sempre, Peter Erskine il cui drumming contrappuntistico costituisce una delle punte di diamante dell’intero album: lo si ascolti con particolare attenzione in “La mia spalla sinistra”. Dal canto suo Darek Oleskiewicz evidenzia grande versatilità e musicalità sia nella parti in assolo sia nell’accompagnamento che sa fornire ai compagni.

Filippo Cosentino – “L’Astronauta” – ERL 1506
l'astronautaEcco l’ultimo lavoro di un chitarrista di cui non era difficile prevedere una prestigiosa carriera. In effetti dopo “Lanes” (2010) e “Human Being” (2013) questo terzo CD conferma appieno le ottime impressioni che avevamo avuto ascoltando i citati album. Cosentino si ripresenta alla testa di un quartetto di lusso con Antonio Zambrini al pianoforte, Jesper Bodilsen al contrabbasso e Andrea Marcelli alla batteria e certifica – se ci si consente il termine – di essere artista oramai maturo, perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi e soprattutto in grado di prefissarsi un risultato e di raggiungerlo. Così abbiamo ritrovato quella predilezione per linee melodiche lunghe e coinvolgenti che aveva caratterizzato le precedenti opere e soprattutto quell’ampiezza dell’universo sonoro cui il chitarrista fa esplicito riferimento e che resta una delle chiavi di volta del suo stile. In effetti, come dichiarato dallo stesso Cosentino, nello scrivere musica egli evoca colori, “gusti, odori, immagini che hanno fatto e fanno parte dei miei interessi culturali e così, avendo avuto la fortuna di frequentare i repertori di svariati generi musicali – jazz, pop, rock, blues- non devo per forza ragionare a compartimenti stagni”. Di qui una musica estremamente variegata che si snoda attraverso le invenzioni melodiche del chitarrista passando da composizioni con chiare influenze medio-orientali (“Mediterranean Clouds”) a ballads con suadenti melodie (“Inside the blue”, “L’astronauta”, e “Seven Days) nel solco della musica jazz europea, a pezzi come “Nessie” di cui lo stesso Cosentino esplicita l’influenza americana ma non mainstream, fino a composizioni con una certa impronta free (“More than times” e “Momento”), quest’ultima scritta da tutto il quartetto. Il tutto eseguito da un combo che si intende alla perfezione grazie anche alla maestria di Zambrini, Bodilsen e Marcelli che non scopriamo certo oggi come eccellenti jazzisti.

Rosario Di Rosa Trio – “Pop Corn Reflections” – NAU 2015
popcornreflectionsMusica non omogenea ma di sicuro interesse quella presentata dal trio del pianista Rosario Di Rosa con Paolo Dassi al contrabbasso e Riccardo Tosi alla batteria. Musica non omogenea, si diceva: in effetti l’album, attraverso nove brani originali, presenta un andamento altalenante che costituisce, paradossalmente, un pregio anziché un difetto in quanto evidenzia come il trio sappia ben adattarsi a diverse atmosfere. L’album inizia, dunque, con il gruppo che sembra assolutamente lontano da qualsivoglia riferimento melodico; i tre seguono altre piste, si interessano d’altro, si interessano di creare particolari effetti timbrici – grazie anche ad un uso parco e sapiente dell’elettronica – , di sviluppare il discorso partendo da micro-cellule soprattutto ritmiche, e di inserire il tutto in un contesto fortemente percussivo in cui anche il pianoforte viene utilizzato coerentemente all’obiettivo. Poi , dopo qualche brano, si scopre che il trio è anche capace di disegnare, seppure non in modo esplicito, belle linee melodiche che attraggono l’ascoltatore . Così si procede per qualche minuto…ma quando si ha la sensazione che l’atmosfera sia decisamente cambiata, ecco un’altra virata e il ritorno ad una musica più dura, spigolosa, ancora una volta fortemente percussiva: insomma un universo sonoro magistralmente disegnato dal pianista siciliano che dimostra di aver assimilato tanto bene
gli insegnamenti di Steve Reich e di Arnold Schönberg sì da ricreare un linguaggio del tutto personale ed affascinante.

Ju Ju Sounds – “Protection Sounds” – Fonterossa
PROTECTION-SOUNDS-172x172La contrabbassista e compositrice Silvia Bolognesi si ripresenta al pubblico del jazz alla testa del suo gruppo composto da Achille Succi (sax alto e clarinetto basso), (banjo e viola), e Andrea Melani (batteria), con la partecipazione di Griffin Rodriguez (voce) nella prima traccia del disco (JuJu Sounds). Il cd contiene nove composizioni originali siglate cinque dalla Bolognesi , e due cadauno da Botti e Succi, nove composizioni che da un lato si rifanno all’avanguardia europea, dall’altro ad un clima post-free proprio, invece, del jazz statunitense. Così nei brani della Bolognesi , oltre ad ascoltare il contrabbasso della leader in bella evidenza, si apprezza un sound complessivo di “marca” europea seppure con venature etniche che di certo non fanno parte del patrimonio del Vecchio Continente. Nelle altre composizioni, abbiamo la possibilità di apprezzare un Succi superlativo sia nei sovracuti sia nell’elaborare un fraseggio in cui si avverte la lezione di alcuni grandi sassofonisti quali Anthony Braxton e Roscoe Mitchell ma filtrati da un squisita sensibilità sì da giungere ad una originalità espressiva davvero notevole. Il tutto impreziosito dal lavoro di Botti che sia al banjo sia alla viola dialoga magnificamente con i fiati di Succi a creare particolari impasti sonori mentre la puntuale sezione ritmica asseconda al meglio le idee della Bolognesi. Perché se è vero che tutti i musicisti appaiono in gran forma, è altrettanto vero che i meriti maggiori della buona riuscita dell’album vanno alla Bolognesi che ha concepito un disco di grande intelligenza ed originalità.

Daniele Malvisi six group – “Virtuous Circles of Miles Davis” – Alfa Music 181
VirtuousAlbum originale questo del sestetto guidato dal sassofonista Daniele Malvisi con Giovanni Conversano e Andrea Cincinelli alle chitarre, Gianmarco Scaglia al contrabbasso, Paolo Corsi alla batteria e percussioni e Leonardo Cincinelli live electronics. I motivi di interesse sono molteplici: innanzitutto un omaggio a Miles Davis porto senza tromba che evidenzia le capacità di arrangiatore del leader; in secondo luogo il cangiare di atmosfere che pur rifacendosi tutte a Miles inducono a riflettere su quanto grande sia stato il lascito di questo trombettista; in terzo luogo la capacità di leggere una composizione celebre come “Milestones” utilizzando chiavi di lettura completamente diverse, con una prima versione più moderna e caratterizzata dall’elettronica cui fa seguito, dopo “Solar”, una seconda versione più vicina all’originale della fine degli anni Cinquanta. Insomma, come si accennava in apertura, ce n’è abbastanza per considerare l’album ben riuscito, a partire dal titolo che illustra assai bene la concezione di Malvisi secondo cui molte delle idee di Miles tornano ogni giorno, rinnovandosi, afferma esplicitamente Malvisi “nel mio modo di fare musica, anche quando la musica che faccio non è la sua”. Così le sette composizioni di Davis si susseguono a costituire un mosaico in cui, come nota acutamente Francesco Martinelli nelle note di copertina, c’è tutta la capacità da parte di musicisti giovani e preparati di affrontare musica di repertorio, cioè di un “passato che è solo in minima parte codificato in pagine immutabili ma che è invece largamente individuale, dipendente dal vissuto di tutti noi”.

Lorenzo Masotto – “Seta” – Alfa Projects 151
SetaIl pianista Lorenzo Masotto si presenta con questo album scritto e arrangiato da lui stesso, alla testa di un organico variabile dal piano solo al sestetto con un impianto che guarda da vicino alla musica colta. In effetti il gruppo comprende violino (Laura Masotto), viola (Marco Mazzi), violoncello (Eleuteria Arena) e batteria (Bruce Turri) anche se il coté jazzistico è poi ‘rinforzato’ da Fabrizio Bosso alla tromba e Mauro Ottolini al trombone in veste di special guests; ancora ascoltiamo un brano “Kasparov-Karpov” per due pianoforti suonati dal leader e da Stefania Avolio. Quindi un tentativo, coraggioso, di oltrepassare i generi per approdare ad una musica che mal sopporta qualsivoglia etichetta. Obiettivo raggiunto? A nostro avviso solo in parte. In effetti è difficile classificare questa musica: si nota la capacità compositiva di Masotto, si avverte la sua sincera urgenza di narrare, di descrivere qualcosa ma non si riesce a vedere bene cosa. Probabilmente Masotto scrive avendo presenti scene di film già visti o di film possibili – come nota argutamente Giulio Brusati nelle note che accompagnano l’album – tanto è vero che a proposito di “Moon” – brano d’apertura per pianoforte e quartetto d’archi – è lo stesso Masotto a confermare di aver tratto ispirazione da “2001: Odissea nello spazio”. Gli episodi meglio riusciti sono “L’impressionista” illuminato dalla tromba di Fabrizio Bosso in un viaggio nel jazz influenzato, ci spiega l’estensore delle già citate note, da “Impression, soleil levant di Monet” e “Improvviso” in cui il pianista duetta con lo straordinario trombone di Ottolini a ricordarci quanto conta l’improvvisazione in un certo tipo di musica… Ma questi, lo riconosciamo, sono giudizi di parte, valutazioni di un inguaribile fan del jazz… per cui, probabilmente, non riusciamo ad essere così obbiettivi come pure vorremmo!

Enzo Pietropaoli Quartet – “Yatra Vol.3” – VVJ 100
yatra vol. 3Questo album, registrato nel novembre 2014, completa la trilogia di “Yatra” iniziata nel 2011 e proseguita nel 2013. Il gruppo, completato da Fulvio Sigurtà alla tromba, Julian Mazzariello al piano e Alessandro Paternesi alla batteria ha oramai raggiunto un’intesa che probabilmente va al di là del fatto squisitamente musicale. I quattro si trovano a meraviglia riuscendo a fondere in mirabile sintesi lirismo, improvvisazione, pagina scritta… il tutto all’insegna del massimo rigore, senza alcuna voglia di stupire l’ascoltatore con virtuosismi strumentali. Di qui un’ essenzialità che accompagna tutte le esecuzioni, su un canovaccio costituito in buona parte da originals del leader cui si affiancano pezzi di artisti celebri e celebrati come Tom Waits, Janis Joplin, Stevie Wonder.. fino ad includere un classico del pop italiano come “Se non avessi più te” di Migliacci, Bacalov e Zambrini. Ebbene a confronto di tali personalità, le capacità compositive di Pietropaoli non sfigurano…anzi! I primi due brani, “Dopo le nuvole” e “Pescatrici di perle”, sono altrettanti gioiellini caratterizzati da intenso lirismo con il contrabbasso del leader in evidenza a tracciare un ampio reticolato armonico in cui si inseriscono gli interventi di Sigurtà e Mazzariello mentre Paternese traccia un tappeto ritmico di estrema delicatezza. Ma il discorso non cambia quando si passa all’ascolto dei pezzi non originali: così “Hald On” di Tom Waits perde le sue caratteristiche pop tanto che, per quanti non lo conoscono, potrebbe benissimo essere un pezzo scritto da un jazzista per jazzisti, con Pietropoali ad introdurre disegnando la linea melodica per lasciare successivamente spazio ad ispirati assolo di Sigurtà e Mazzariello. Originale anche la riproposizione di “Se non avessi più te” in cui i quattro hanno fatto benissimo a non stravolgere il tema, limitandosi – si fa per dire – a valorizzarne ogni minima sfumatura. Insomma un gran bel disco da ascoltare con attenzione e trasporto!

Enrico Rava Quartet – “Wild Dance” – ECM 2456
Wild DanceEcco ancora una volta Enrico Rava nelle pregevoli vesti di scopritore e valorizzatore di nuovi talenti: questo suo nuovo quartetto è infatti costituito da giovani talentuosi jazzisti italiani quali il chitarrista Francesco Diodati, il contrabbassista Gabriele Evangelista e il batterista Enrico Morello cui si affianca in alcuni brani il già noto ed affermato trombonista Gianluca Petrella. I cinque si muovono lungo un canovaccio disegnato quasi per intero dal leader: tredici brani scritti da Rava ed una libera improvvisazione; nell’ambito dei tredici pezzi, alcuni sono stati scritti appositamente per questa occasione mentre altri (“Diva”, “Infant” e “Overboard”) sono stati proposti dai componenti la band e risalgono agli anni ’80 e ’90. L’album si apre, quindi, con “Diva”, un brano già ampiamente utilizzato da Rava nei suoi album; anche questa volta il pezzo è a tempo medio-lento, caratterizzato da una dolce malinconia di fondo che si apprezzerà durante tutto l’arco del CD. Bisognerà attendere il quarto brano, “Infant” , per ascoltare il gruppo muoversi su coordinate diverse, più accese così come in “Wild Dance” ,”F. Express” (dal delicato sapore retro), “Happy Shades” e soprattutto “Cornette” esplicito omaggio a Ornette Coleman che sarebbe morto pochi mesi dopo la registrazione dell’album effettuata nel gennaio del 2015. Assolutamente morbida e godibilissima l’improvvisazione collettiva. Ad onta dei nomi che ad alcuni potrebbero apparire piuttosto nuovi, il gruppo è ottimamente rodato , caratterizzato da grande empatia che si avverte sin dalle primissime note. Rava evidenzia da un canto il suo raffinato gusto per la melodia, enfatizzata con un fraseggio asciutto, senza vibrato, dall’altro la capacità di relazionarsi con gli altri membri del gruppo: si ascoltino al riguardo i dialoghi e gli unisono con Petrella (esemplare l’esecuzione della title tracke). Diodati asseconda al meglio la propensione di Rava per la chitarra come strumento armonico al posto del pianoforte mentre la sezione ritmica dimostra un grande affiatamento contribuendo non poco alla perfetta riuscita dell’album.

Sertango – “El Barrio” – MAP 10013
El BarrioChi segue “A proposito di jazz” sa bene con quale passione ed interesse
il vostro cronista segua le produzioni in qualche modo dedicate a coniugare jazz e tango. Lo stesso interesse, quindi, con cui abbiamo ascoltato quest’opera prima del gruppo Sertango costituito da Ivano Biscardi (fisarmonica e bandoneon), Virgilio Aiello (organo Hammond e piano), Bruno Aloise (chitarra) e Corrado Aloise (batteria); il gruppo, costituito nel 2011, nasce sull’intenzione di coniugare la musica colta europea, il tango e il jazz attraverso un repertorio costituito sia da pezzi propri sia da composizioni di autori celebri e celebrati. Così nel CD in oggetto figurano quattro brani originali di Ivano Biscardi e Virginio Aiello ( “Zarathustra”, “Fugato”, “El Barrio”, “Goon”), tre hit di Astor Piazzolla (“Libertango”, “Oblivion” e “Preludio para la cruz del Sur”), e un pezzo di Carlos Gardel (“Por una Cabeza”). E occorre sottolineare come, anche negli originals, i musicisti calabresi abbiano saputo infondere quello spirito, quella carica emozionale che da sempre caratterizza il tango nelle sue più alte espressioni. Risultato raggiunto grazie ad un sapiente uso della strumentazione adottata, tra cui stupisce l’assoluta aderenza al progetto di uno strumento connotato in ben altro modo come l’organo Hammond. Si ascolti al riguardo “Libertango” un brano usato – e forse abusato – di cui i “Sertango” offrono una versione originale, ben calibrata, senza alcuna esagerazione… anche se a nostro avviso l’interpretazione più riuscita, data la carica di pathos che sono riusciti a trasmettere, è quella di “Oblivion” davvero toccante. Non c’è che dire: un gran bel disco. Complimenti!

Various Artists – “Jazz in Friuli Venezia Giulia Vol.1 e 2” – artesuono 130
JAZZ_IN_FVG-1Già in sede di commento del Festival di Udine, avevamo sottolineato come il Friuli Venezia Giulia si fosse oramai imposto alla generale attenzione per la quantità e qualità dei suoi musicisti. Elementi, questi, ben lumeggiati dalla rassegna grazie all’oculata regia del patron, Giancarlo Velliscig, che aveva dato il giusto spazio ai musicisti locali. Quegli stessi musicisti che ora ritroviamo in questa lodevole compilation edita da Artesuono di Stefano Amerio e realizzata da Circolo Controtempo, Euritmica e San Vito Jazz. In totale 23 tracce che danno un quadro esaustivo delle varie tendenze che animano la scena regionale, coprendo uno spettro espressivo che va dal jazz più canonico alle forme più avanzate della musica improvvisata. I criteri con cui sono stati scelti musicisti e brani sono ben illustrati nei libretti che accompagnano i CD: da un canto artisti rappresentativi delle varie ‘musiche’ che oggi vengono pensate e realizzate in Friuli Venezia Giulia, dall’altro composizioni originali o di tradizione regionale che coprano un arco temporale piuttosto recente. Jfvg vol.2Abbiamo, quindi, la possibilità di ascoltare, assieme a delle giovani promesse, artisti che hanno oramai raggiunto una solida reputazione anche a livello internazionale. E’ il caso, ad esempio di Francesco Bearzatti che pur vivendo a Parigi da molto tempo ha tuttavia mantenuto solidi legami con la sua terra d’origine, di Roberto Magris pianista paradossalmente meglio conosciuto all’estero che in Italia, di Armando Battiston tra i primi a promuovere e praticare l’improvvisazione totale (non a caso lo ascoltiamo con Andrew Cyrille, un batterista anch’egli votato alla libera improvvisazione), di Claudio Cojaniz, di Daniele D’Agaro, di Massimo De Mattia, di U.T. Gandhi, di Giovanni Maier, Mauro Ottolini, Andrea Dulbecco… Accanto a loro una serie di talentuosi giovani quali, tanto per fare qualche altro nome, Dario Carnovale, Riccardo Chiarion, Giuliano Tull… Insomma una compilation fatta veramente bene, studiata, concepita con attenzione che raggiunge l’obiettivo prefissato: dare un’idea abbastanza precisa del jazz friulano.

Attilio Zanchi – “Ravel’s Waltz” – abeat 144
Ravel's WaltzAlbum importante questo di Attilio Zanchi, il quale, pur essendo considerato uno dei migliori contrabbassisti italiani, era da tempo che non pubblicava un album sotto suo nome. Per questa impresa ha quindi scelto di chiamare accanto a sé molti dei musicisti con cui ha collaborato durante questi anni come Paolo Fresu, Tino Tracanna, Ettore Fioravanti, Roberto Cipelli, Tommaso Starace, Max De Aloe, Mauro Grossi, Tommaso Bradascio, Massimo Colombo, Michele Di Toro, Maria Patti, Barbara Balzan, Carlo Guaitoli, Giuseppe Emmanuele e Marco Castiglioni, suddivisi in dieci organici per dodici brani. Nonostante la marcata differenza dei vari musicisti che man mano si ascoltano, l’omogeneità dell’album è assicurata da un canto dalla costante presenza del contrabbassista che assicura una precisa cifra stilistica alle varie sezioni ritmiche, dall’altro dalla vena compositiva di Zanchi che ha firmato ben nove brani cui si affiancano l’ “Ave Maria” di Giuseppe Verdi , “Romanza” di Poulenc e “Labios de Flores” di Mauro Grossi. Le composizioni di Zanchi, come si evidenzia dai titoli, sono quasi tutte dedicate a personaggi che in un modo o nell’altro hanno influenzato la sua vita di musicista e di uomo. Di qui, in successione, “Ravel’s Waltz”, “Neruda” di cui all’inizio del brano ascoltiamo la voce, “L’enigma di Verdi”, “Por Astor”, “Hermeto”, “Sounds of Love” ispirata dalla celeberrima “Duke Ellington Sound Of Love” di Charles Mingus. E al riguardo occorre sottolineare quanto in effetti la musica richiami, in qualche modo, i personaggi cui è dedicata: si ascolti ad esempio come in “Hermeto” dapprima il bravissimo Max De Aloe, con la sua armonica, e quindi Tino Tracanna al sassofono e Massimo Colombo al piano richiamino certe atmosfere care al multistrumentista brasiliano Hermeto Pascoal. Per quanto concerne i brani non composti da Zanchi, toccante la riproposizione dell’Ave Maria verdiana da parte di Tommaso Starace al sax soprano e Michele Di Toro al piano mentre lo spirito della “Romanza” (Sonata per clarinetto e pianoforte: 2° movimento) di Poulenc è reso perfettamente da Carlo Guaitoli al piano, Tino Tracanna al sax soprano e Zanchi, tanto da farne una delle perle dell’album. Infine la bella composizione di Mauro Grossi,”Labios de Flores”, presentata dal trio Grossi, Zanchi, Castiglione è dedicata al poeta argentino Juan L. Ortiz.

Riccardo Zegna – “Five And Six” – Incipit Records 197
Five and sixIl jazz si caratterizza, tra l’altro, per la possibilità di produrre eccellente musica senza la necessità di un lungo rodaggio e di accurate prove: basta che sul palco o in sala di registrazione ci siano grandi artisti, legati da un idem sentire, e spesso il miracolo accade. Ecco, questo è il caso di “Five and Six”; come ci spiega Luca Bragalini nelle note che accompagnano l’album , nel marzo 2010 il batterista Bill Hart conclude il tour Europeo con Dave Liebman sabato sera a Torino. La domenica masterclass nel capoluogo piemontese. Il giorno dopo è in studio di registrazione a Biella per una seduta guidata dal pianista Riccardo Zegna, con Gabriele Evangelista al basso e Marco Allocco al violoncello . Non c’è tempo per provare. E’ necessario affidarsi ad un repertorio comune e alla sapiente regia del leader che confeziona circa cinquanta minuti di eccellente musica. I quattro si intendono a meraviglia, proprio come se alle spalle avessero un’intesa cementata da lunghi periodi di collaborazione; la musica scorre fluida, pennellata da Zegna che ancora una volta si dimostra eccellente pianista, a nostro avviso non valorizzato come meriterebbe. Il suo solismo è, infatti, una sorta di enciclopedia per chi volesse avvicinarsi al piano jazz, caratterizzato com’è da solida tecnica, notevole calore espressivo, grande capacità improvvisativa e sapienza compositiva; il tutto accompagnato da un raffinato gusto per le timbriche non usuali e da un sempre profondo rispetto nei confronti dei grandi artisti del passato. E così in questo album non mancano gli omaggi a due figure che hanno fatto la storia del Jazz quali Duke Ellington e Thelonious Monk. Ma, ovviamente, l’album non sarebbe stato così superlativo se accanto a Zegna non ci fossero stati un Bill Hart assolutamente all’altezza della sua fama, un Gabriele Evangelista a suo agio sia in fase di accompagnamento sia in assolo e un Marco Allocco che si fa particolarmente apprezzare nel brano di chiusura “A Latin Farewell”.

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