Ecco gli inediti dei Weather Report

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I NOSTRI CD

Weather Report “The Legendary Live Tapes: 1978-1981″ – Legacy Recordings
wheaterreportAnche nel jazz il mercato discografico attraversa un momento particolarmente difficile: si producono molti, forse troppi dischi che poi nessuno compra anche perché, diciamolo chiaramente, gli album davvero interessanti, degni di essere ascoltati con attenzione e di essere conservati sono pochi. A questa seconda categoria appartiene la sontuosa realizzazione della Legacy Recordings, una divisione della Sony Music Entertainment: un cofanetto di 4 album contenente concerti inediti della band le cui concezioni avrebbero rivoluzionato il mondo del jazz – e non solo – influenzando generazioni di musicisti. Registrato dal vivo tra il 1978 e il 1981, “Weather Report, The Legendary Live Tapes” presenta quella che a detta di molti è stata la migliore formazione del gruppo, vale a dire, Joe Zawinul (tastiere), Wayne Shorter (sassofono), Jaco Pastorius (basso elettrico) e Peter Erskine (batteria) cui si aggiunge nei concerti in quintetto  Robert Thomas, Jr. (percussioni). Questa sorta di compilation da concerti inediti è stata curata e prodotta da Peter Erskine e Tony Zawinul (figlio del compianto Joe); le performances sono state registrate o dal data mixing engineer Brian Risner o direttamente dal pubblico (bootleg). Il tutto è completato da un libretto di 32 pagine scritto da Peter Erskine, con rare fotografie del periodo. I risultati sono assolutamente apprezzabili: abbiamo, infatti, l’opportunità di riascoltare il gruppo in uno dei momenti di maggiore creatività grazie anche all’innesto di quello straordinario fenomeno che fu Jaco Pastorius (lo si ascolti, tra l’altro, in due strepitosi assolo alla fine del CD 1 e nel quarto pezzo del CD 4). Ma è tutta la band ad esprimersi su livelli di eccellenza, evidenziando grande coesione con Zawinul e Shorter impegnati sempre a ricercare nuove vie espressive e un Peter Erskine che già allora dimostrava di essere uno dei batteristi più inventivi e originali della storia del jazz. Venendo ad una disamina più particolareggiata del cofanetto, va subito rilevato che lo stesso non è organizzato in forma cronologica: il primo e il terzo CD si riferiscono ai concerti effettuati in quintetto nel 1980 e ’81 mentre il secondo e il quarto sono dedicati al quartetto registrato durante il 1978. L’ascolto di questi album ci consente alcune considerazioni di fondo: innanzitutto se è vero che i Weather Report ottenevano grandi risultati in studio, è altrettanto vero che dal vivo la qualità delle loro esibizioni non era inferiore e questo indipendentemente dal fatto che il gruppo si esibisse in quartetto o in quintetto. In secondo luogo risalta evidente la maestria pianistica di Zawinul: troppo spesso si è considerato Joe un abilissimo assemblatore di suoni e un grande tastierista trascurando la sua dimensione pianistica: ebbene lo si ascolti nel duetto con Wayne Shorter che apre il secondo CD sulle note di una medley ellingtoniana (“Come Sunday” e “Sophisticated Lady”) per avere un’esatta percezione del suo pianismo. Infine viene ribadita sia la grande capacità del gruppo di controllare sempre e comunque le dinamiche sia la sagacia compositiva di Zawinul i cui temi resteranno nella storia del jazz: due titoli per tutti “Birdland” e “Black Market” registrati in quartetto alla Koseinenkin Hall di Tokyo il 28 giugno del 1978.

Les Ambassadeurs – “Rebirth” – World Village 479113
rebirth“Pop mandingo e groove inalterabile…Il gruppo faro delle nuove musiche africane è di ritorno”. Così recita la fascetta di presentazione di quest’album ed in effetti queste poche parole racchiudono mirabilmente il senso dell’album: il ritorno sulle scene di una band che ha fatto la storia della musica africana. Si era nel 1969 e il vocalist Salif Keita, stella di primaria grandezza, diede vita a questo gruppo che in breve conquistò dapprima il pubblico del Mali e poi dell’intera Africa dell’Ovest grazie alla fortissima carica ritmica, all’inimitabile groove e alla sincerità di ispirazione. E l’orchestra ha avuto anche una ragguardevole importanza sociale dal momento che ha indirizzato verso la musica moltissimi ragazzi che probabilmente avrebbero intrapreso strade diverse, più pericolose. Dopo l’esperienza africana e la fine di questa esperienza, in questi ultimi quaranta anni i singoli componenti degli “ambasciatori” si sono affermati singolarmente nel resto del mondo, divenendo tutti musicisti di primissimo piano . Anche di qui il favore con cui è stata accolta la rinascita della band nel 2015, per una tournée europea e questo EP di quattro titoli uscito a fine giugno in formato CD ed LP. L’organico è straordinario: oltre al già citato Keita, abbiamo – tanto per fare qualche nome – Amadou Bagayoko et Ousmane Kouyate alla chitarra, Cheikh Tidiane Seck et Idrissa Soumaoro alle tastiere, Sékou Diabaté al basso. E la musica non è da meno: fresca, trascinante, coinvolgente come nei primissimi anni ’70. Infine c’è un risvolto umanitario che non ci sentiamo di trascurare: Salif Keita è un albino e gli albini in Africa sono fortemente discriminati; lui ce l’ha fatta, ma per aiutare gli albini in Mali, è stata creta la fondazione “Salif Nantenin Keita” cui andranno i proventi ricavati dalla vendita dell’album.

The David Benoit Trio – “Believe” – Concord 37154
BelieveA chi predilige la musica d’avanguardia e/o improvvisata, poco o nulla dirà l’ascolto di questo album che invece presenta notevoli motivi di interesse per chi ama un jazz più tradizionale. In primo luogo la bontà degli esecutori. Il pianista, compositore e arrangiatore David Benoit si è conquistata negli anni una solida reputazione che gli ha fruttato per ben tre volte la nomination ai Grammy: nel 1989 per Best Contemporary Jazz Performance – Every Step Of The Way; nel 1996 per Best Large Jazz Ensemble Performance – GRP All_Star Big Band; nel 2000 per Best Instrumental Composition – Dad’s Room from Professional Dreamer. Identico discorso per la vocalist Jane Monheit anch’essa insignita di due nomination ai Grammy: nel 2003 , per Best Instrumental Arrangement Accompanying Vocalist(s)- “Since You’ve Asked” e nel 2005 per Best Instrumental Arrangement Accompanying Vocalist(s) – “Dancing in the Dark” , per non parlare della vittoria – nell’ormai lontano 1998 – alla Thelonious Monk International Vocalist Competition. I due avevano già collaborato pochi mesi or sono incidendo il cd ‘2 in Love’ dedicato alla voce e si sono ritrovati per questo disco che, pur nascendo con l’etichetta di ‘album natalizio’ in effetti è perfettamente fruibile in ogni stagione dell’anno. I due sono accompagnati dall’eccellente flautista Tim Weisberg e da una sezione ritmica di assoluta eccellenza composta da Jamey Tate alla batteria e David Hughes al basso cui si aggiunge in alcuni brani un’eccellenza della musica corale, l’ All-American Boys Chorus diretto da Wesley Martin. Come si accennava, il gruppo affronta un repertorio di canzoni natalizie che gli appassionati di jazz gradiranno certamente… anche perché tra queste figura la celebre “My Favorite Things” arrangiata dal trio e dalla vocalist. A questo punto è opportuno sottolineare ancora la levità, la delicatezza con cui i musicisti affrontano un repertorio facile se si vuol produrre semplicemente della buona musica d’ascolto, assai difficile se si pretende qualcosa di più. E crediamo che sia proprio questo il caso di David Benoit e Jane Monheit.

Chick Corea & Bela Flech – “Two” – Stretch Records 37992 02
twoPersonaggio complesso, immaginifico, visionario, Chick Corea sta attraversando molte stagioni del jazz lasciando sempre un’impronta ben visibile della sua arte. Egli appartiene a quella schiera di artisti che mai riposa sugli allori tentando sempre nuove vie, sperimentando continuamente contesti diversi, sonorità inusuali. E’ in quest’ambito che si iscrive la sua collaborazione con il banjoista Bela Fleck che oramai data da lunga pezza. In particolare Corea fu invitato da Bela Flech dapprima a suonare in tre brani nell’album “Tales From The Acoustic Planet” inciso con i Flecktones nel ’94 e quindi ad essere presente in altri tre brani nel doppio “Live art” pubblicato nel ’96. Dal canto suo Corea ricambiò la cortesia invitando il banjoista come ospite d’onore nel DVD “Rendezvous in ” del 2005. Di qui una fertile collaborazione declinata attraverso varie tournées in duo e la realizzazione dell’album “The Enchantment” nel 2007 che ottenne grandi consensi tanto da guadagnarsi il sesto posto nella classifica di Billboard dei Top Jazz albums mentre Fleck riceveva una nomination al Grammy award per “Spectacle” nella categoria “Migliore composizione strumentale”. E non c’è dubbio che anche questo “Two” ottenga gli stessi favori di pubblico e di critica. I due CD contengono quattordici brani , di cui cinque scritti da Corea e sei da Fleck, cui si aggiungono il celeberrimo “Brazil” di Barroso & Russell presentato in versione tanto originale quanto convincente, “Bugle Call Rag” di Pettis, Meyers, Schoebel e “Prelude en Berceuse” di Henri Dutilleux compositore francese venuto meno nel 2013. Brani che provengono tutti dagli spettacoli che i due hanno portato in giro per il mondo negli ultimi sette anni. Quindi registrazioni live che ,come facilmente intuibile da quanto sopra detto, evidenziano la perfetta intesa tra i due: Chick e Bela sanno benissimo come rapportarsi, quando prendere l’iniziativa e quando lasciarla al compagno, in un gioco di rimandi che non conosce attimi di stanca. La loro comunicazione va al di là del fatto squisitamente musicale articolandosi anche su un piano molto più intimo tanto da toccare chi li ascolta con attenzione e partecipazione.

Bill Frisell – “When You Wish Upon a Star” – Okeh 88751
When you vishPersonalità complessa come quella del già citato Chick Corea, anche Bill Frisell è artista che non disdegna le sfide misurandosi su terreni non proprio facili. E’ il caso di questo album in cui Frisell affronta un repertorio tratto da film e dalla TV che sarebbe potuto risultare banale se non fosse stato illuminato dai lampi di classe di questo chitarrista. Frisell ci riporta ad un periodo non troppo lontano in cui James Bond imperversava sul grande schermo e i programmi televisivi si mantenevano ancora su standard accettabili; di qui una sorta di viaggio onirico in un passato ancora presente – ci si consenta l’ossimoro – in cui vengono rivisitati brani che ben conosciamo. Ecco quindi organizzati in forma di suite “To Kill A Mockinbird” di Elmer Bernstein, “Psycho” di Bernard Herrmann, “Once Upon a Time in the West” di Morricone, “The Godfather” di Nino Rota… e poi altri classici tratti e da film (“When You Wish Upon a Star” una canzone contenuta nel film Pinocchio, con testo di Ned Washington e musica di Leigh Harline, “Moon River” di Henry Mancini e Johny Mercer, “The Shadow of Your Smile” di Heywood, Mandel e Webster da “Castelli di sabbia”, “You Only Live Twice” di John Barry dal celebre “Goldfinger”, “The Bad and the Beautiful” scritto da David Raksin da “Il bruto e la bella” di Minnelli) e da serie televisive (“Bonanza” di Livingston-Evans, “Happy Trails” di Dale Evans) il tutto completato da un eccellente original di Frisell “Tales From The Far Side”. Come si accennava in apertura, Frisell affronta questi brani in modo assolutamente originale rivitalizzando il mistero insito in questa musica che oramai fa parte del patrimonio collettivo. In particolare Frisell e Kang dialogano mantenendo un grande equilibrio tra parte scritta e improvvisazione con Royston e Morgan che supportano il tutto con grande levità. Dal canto suo Petra Haden, pur non essendo un’interprete jazz, si presta assai bene all’intento narrativo del leader.

Ahmad Jamal – “Live in Marciac” – Jazzbook Records – CD + DVD 570078.79
lIVE IN mARCIACRecensire un album del genere è impresa quanto mai difficile: cosa, infatti, si può aggiungere che già non si sappia dell’arte di Ahmad Jamal? Praticamente nulla . Né, a memoria, ricordo un solo album del pianista che non sia stato all’altezza della situazione. E anche questo doppio (CD+DVD) non fa eccezione alla regola. L’ottuagenario pianista di Pittsburgh è registrato durante un concerto svolto a Marciac il 5 agosto del 2014 accompagnato dal bassista Reginald Veal, dal percussionista Manolo Badrena e dal batterista Herlin Riley. Il repertorio è lo stesso del concerto di Londra pochi mesi prima, vale a dire alcuni classici dello stesso Jamal e due standards con l’aggiunta, nell’occasione , di altri due pezzi “Silver” sempre di Ahmad e “Strollin’” di Horace Silver presentati proprio per omaggiare Silver venuto meno proprio pochi mesi prima del concerto di Marciac il 18 giugno del 2014. Quasi inutile aggiungere che Jamal nulla ha perso dell’originaria classe. Il suo pianismo è sorretto da grande tecnica, da un groove incessante e soprattutto dalla personalissima capacità di passare con grande disinvoltura da atmosfere raccolte e intimiste a brani caratterizzati da una forte carica ritmica, mantenendo intatta la sua cifra stilistica. Così, ad esempio, dal clima latineggiante di “Sunday Afternoon” eccoci trasportati nel delicato lirismo, in alcuni passaggi, di “The Gipsy”, per transitare successivamente allo spumeggiante swing di “Strollin”… fino al ben noto “Blue Moon” tutto giocato su un tempo veloce ottimamente sostenuto dai partners del pianista. E al riguardo non si può non evidenziare e l’affiatamento fra i quattro e il valore dei singoli che hanno avuto tutti la possibilità di porsi in primo piano, con uno strepitoso Reginald Veal spesso impegnato ad introdurre i brani sia da solo sia in trio con batteria e percussioni.

Stacey Kent – “Tenderly” – Okeh – Sony Music
TenderlyUna splendida voce, un’interpretazione intensa ma sempre ben calibrata, arrangiamenti raffinati, un repertorio che pesca a piene mani nel classico songbook americano: questa, in estrema sintesi, la carta d’identità dell’album in oggetto assolutamente sconsigliabile per quanti cercano la sperimentazione ad ogni costo. La vocalist si muove, infatti, in un contesto jazzisticamente canonico, potendo contare sulla collaborazione di eccellenti strumentisti quali Jim Tomlinson (suo compagno nella vita oltre che nell’arte), al sax tenore e flauto, il bassista Jeremy Brown e soprattutto il celebre chitarrista, compositore e produttore Roberto Menescal, a ben ragione considerato oramai da molti anni una delle personalità più importanti della scena musicale brasiliana. Nonostante Kent e Menescal appartengano a due generazioni diverse e abbiano background non assimilabili, sono tuttavia legati da un idem sentire musicale assolutamente straordinario. In effetti come la Kent era rimasta sin da piccola affascinata dalla musica brasiliana e dalla bossa nova, così Menescal aveva trovato in Julie London e in Barney Kessel una delle prime fonti di ispirazione. Sulla base di questi comuni amori per il jazz e la bossa nova, la loro reciproca stima si era già in qualche modo concretizzata nel 2013 quando il chitarrista aveva partecipato alla realizzazione dell’album “The Changing Lights” della Kent sonando in due brani, “O Barquinho” una composizione dello stesso Menescal e un original di Jim Tomlinson/Antonio Ladeira “A Tarde”. Visto il buon esito dell’operazione, i due hanno deciso di rincontrarsi per una collaborazione più estesa, che ha trovato un’esauriente esplicazione nelle dodici registrazioni contenute nell’album . Alle prese, come si accennava, con una serie di standard (cui si aggiunge “Agarradinhos” di Roberto Menescal e Rosalia De Souza) è stato quasi naturale trovare un terreno d’intesa nella modalità di approccio al materiale tematico quasi minimalista, con la voce di Stacey non particolarmente estesa ma sempre calda, suadente, a tratti emozionante, mai comunque sopra le righe, con la chitarra di Menescal a sottolineare ogni passaggio, ad evidenziare ogni più piccola sfumatura, con Brown e Tomlinson ad assecondare i preziosi arrangiamenti di Menescal tanto da non far minimante avvertire la mancanza della batteria.

Monika Lang Trio – “A Tribute to Bill Evans”
A tribute to Bill EvansE’ con piacere che vi presentiamo questo album in quanto non ci capita spesso di ascoltare produzioni che vengono dall’Austria. Il trio in oggetto è, infatti, costituito da musicisti austriaci con un solido background di matrice classica: così la pianista Monika Lang, prima di dedicarsi al jazz, ha studiato pianoforte classico, il contrabbassista Uli Langthaler , classe 1959, si è formato al Conservatorio di Vienna sotto la guida di Rudolf Hansen facendo parte, tra l’altro, dal 1987 al 1991 della “Orchester der Vereinigten Bühnen” della capitale austriaca mentre nel palmares del batterista Wolfgang Reisinger figurano studi di pianoforte classico al Conservatorio di Vienna abbandonati all’età di quindici anni per approfondire le percussioni presso l’ “Università di Musica e Arti” sempre di Vienna. Insomma siamo dinnanzi a tre musicisti che conoscono assai bene l’arte del suono. Ma tutto ciò è sufficiente a produrre un disco di qualità? Si e no. E’ indubbio che misurarsi con un repertorio caro a Bill Evans è impresa proibitiva per chiunque dato che nulla si può aggiungere alle straordinarie performances del pianista statunitense. Ed ovviamente anche questo tributo non fa eccezione alla regola. Quindi esecuzioni ben calibrate, non prive di una certa raffinatezza, in cui tutti e tre dialogano alla pari con indiscussa bravura…ma, tutto sommato, nulla di nuovo sotto il sole. Dove invece l’album presenta i suoi maggiori motivi di interesse è nei quattro brani scritti dalla Lang. In effetti l’artista mostra di aver ben carpito lo spirito di Bill Evans tanto che, ad un ascolto non particolarmente attento, non si avverte la discrasia tra questi pezzi e il resto dell’album. Particolarmente riuscita l’interpretazione di “Erna” brano composto da Monika Lang in ricordo di un caro amico scomparso nel 2008.

Jeff Lorber Fusion – “Step It Up” – Heads Up 37938 02
Step it upC’è stato un periodo in cui la cosiddetta fusion veniva letteralmente massacrata dalla critica che la considerava una specie di sottogenere, una musica priva di qualsivoglia dignità artistica. Poi man mano le cose sono cambiate grazie sia ad alcuni intelligenti contributi critici (quali il bel libro di Martorella “Storia della Fusion”) sia alla musica di qualità prodotta incessantemente da alcuni alfieri di questo genere tra cui i Weather Report di cui ci siamo occupati più sopra e per l’appunto Jeff Lorber. Il leader, chitarrista e tastierista ben noto agli appassionati, si ripresenta con il bassista Jimmy Haslip suo “vecchio” sodale e con un repertorio di undici originals di cui cinque scritti a due mani e sei dal solo Lorber. Accanto ai due, un gruppo di sessionmen abituali come i chitarristi Paul Jackson Jr. e Michael Thompson, il sassofonista Gary Meek, il percussionista Lenny Castro, diversi batteristi tra cui Vinnie Colaiuta e due stars che assieme a Haslip facevano parte degli Yellowjackets , vale a dire il tenorista Bob Mintzer e il chitarrista Robben Ford. L’ ensemble, degno di nota, riesce ad esprimersi su alti livelli restituendoci un esempio di fusion che indipendentemente dai gusti (questo è altro discorso) racchiude un’indiscutibile valenza artistica. La band si muove con grande compattezza, impreziosita dagli assolo dei singoli, sempre sorretta da un groove poderoso; intendiamoci: nulla di particolarmente nuovo, le atmosfere sono quelle tipiche degli anni ’70, ma il modo in cui gli elementi tratti dal funk, dal R&B e dal jazz sono mescolati e condotti ad unità è lì a testimoniare la bravura di Lorber e compagni e la bontà degli arrangiamenti caratterizzati da particolari impasti timbrici e da entusiasmanti dialoghi. Si ascolti al riguardo il fitto interplay tra le tastiere di Lorber e la chitarra di Robben Ford in “Arecibo”. .

Stephan Micus – Nomad Songs” – ECM 2049
Nomad SongsQuesto è un album jazz? Sicuramente no. Certo, c’è molta improvvisazione ma questo non basta a considerarlo un disco di jazz. Contiene musica interessante? Sicuramente si… e allora vale la pena parlarne. Inesauribile scopritore di suoni, Stephan Micus è giunto al suo 21° album targato ECM e ancora non smette di stupirci. La sua caratteristica è quella di scoprire strumenti etnici del tutto sconosciuti al pubblico occidentale e metterli assieme, nelle sue registrazioni, basandosi non sulla loro provenienza, ma esclusivamente sulla compatibilità del sound. Di qui alcune timbriche assolutamente originali che probabilmente si ascoltano per la prima volta. In questo album Micus suona nove strumenti tra cui due mai adoperati in precedenza, il ‘genbri’ un liuto basso a tre corde di budello, ricoperto da pelle di cammello, proveniente dal Marocco dove viene suonato dagli Gnawa, un gruppo etnico discendente dagli schiavi neri e il ‘nidingo’ un lamellofono simile alla kalimba usato dai San in Botswana. Insomma ancora una volta Micus procede lungo quelle direttrici che oramai da circa quarant’anni hanno informato la sua musica… e non solo. Un continuo e incessante viaggio alla scoperta di strumenti, musiche e culture remote: “Credo afferma Micus – che per imparare veramente a suonare uno strumento, specialmente di una terra straniera, occorra conoscere la filosofia, l’architettura, la poesia, la cucina ed entrare in contatto con la natura del posto”. Ed ecco quindi che tali strumenti, opportunamente modificati, ci vengono riproposti attraverso una musica tanto originale quanto affascinante, una musica senza tempo, non collocabile in alcuno spazio, una musica che ci trasporta in un mondo ‘altro’ denso di spiritualità, ben lontano dalle brutture che ogni giorno sporcano questa nostra non facile esistenza.

Dominique Pifarély – “Time Before And Time After” – ECM 2411
Time Before and Time AfterEcco un altro album che faticheremo a definire jazz ma che vi presentiamo egualmente dato l’interesse che racchiude. Pifarély oramai da tempo si è completamente dedicato alla musica improvvisata non disdegnando concerti e registrazioni in splendida solitudine, come questo album registrato live durante due concerti rispettivamente del settembre 2012 all’Auditorium Saint-Germain di Poitiers e del febbraio 2013 presso la Cave Dimière di Argenteuil. Il violinista francese è da solo ad affrontare nove brani di cui otto sue composizioni e lo standard “My Foolish Heart” di Victor Young per altro rivisitato profondamente tanto da renderlo non del tutto riconoscibile. Il titolo dell’album si rifà al titolo di una poesia di T.S. Eliot, e in effetti quasi tutti i brani sono dedicati a personaggi importanti della poesia internazionale quali il palestinese Mahmoud Darwish, Fernando Pessoa, André du Bouchet, Henri Michaux, Jacques Dupin, Paul Celan, Juan Gelman, e Bernard Noël. Dal punto di vista musicale, Pifarély mostra ancora una volta quell’assoluta padronanza strumentale che avevamo già imparato a conoscere dai suoi precedenti album e dai concerti cui abbiamo avuto modo di assistere. E’ straordinario constatare quali e quante soluzioni si possano trovare sulle quattro corde dello strumento. Ma chi credesse che l’album si sostanzi in un esercizio di pura tecnica sbaglierebbe, e di grosso, ché Pifarély va sempre più affinando uno stile, un linguaggio che rappresenta la proiezione in musica della sua personalità. Così melopee di derivazione orientale si mescolano con echi di musica barocca per confluire in un flusso sonoro che sebbene totalmente improvvisato è governato con grande maestria dal violinista. Il tutto impreziosito da una ricerca sul suono ricco di infinite nuances.

John Pizzarelli – “Midnight McCartney” – Concorde 37634
Midnight McCartneyVocalist e chitarrista di buon livello, John Pizzarelli rivolge, con questo album, un sentito omaggio a Paul McCartney, un personaggio di sicuro non appartenente al mondo del jazz ma altrettanto di sicuro ammirato e rispettato da molti jazzisti; non a caso suoi brani, seppure molti scritti in collaborazione con John Lennon, sono stati incisi da personaggi quali, tanto per fare qualche nome, Count Basie, Chris Potter, Freddie Hubbard, Ramsey Lewis, Bobby McFerrin, Armstrong, Tony Bennett… Lo stesso Pizzarelli già nel 1997 aveva affrontato il repertorio dei Beatles con l’album “Meets the Beatles” mentre nel 2012 aveva collaborato con lo stesso Beatle per l’album “Kisses On The Bottom”  assieme ad altri jazzisti di vaglia quali Diana Krall, Eric Clapton , Christian McBride, Mike Mainieri…Sempre nel 2012 Pizzarelli registrò l’album “Double Exposure” in cui affrontò in chiave jazzistica alcuni successi pop firmati da Neil Young, , Tom Waits, Joni Mitchell e ancora Lennon and McCartney. Adesso John ritorna sull’argomento incentrando la sua attenzione esclusivamente su McCartney di cui propone 13 brani (sette composti con Linda McCartney). L’album, prodotto dallo stesso Pizzarelli e dalla moglie, Jessica Molaskey, ci regala una cinquantina di minuti rilassante, di facile decifrazione, in cui l’artista evidenzia ancora una volta la sua abilità nel ripresentare brani pop in una veste nuova che, non tradendo l’originale, possano comunque risultare gradevoli anche ad un pubblico più attento. Merito anche degli altri musicisti che l’accompagnano, il quartetto di base costituito dal bassista Martin Pizzarelli, dal batterista Kevin Kanner e dal pianista Konrad Paszkudzki cui si aggiungono parecchi ospiti tra i quali Bucky Pizzarelli alla chitarra ritmica, l’eccellente tastierista Larry Goldings, il pianista Helio Alves, con Don Sebesky nella duplice veste di orchestratore e arrangiatore.

Sokratis Sinopoulos Quartet – “Eight Winds” – ECM 2407
Eight windsEcco uno di quei casi in cui la commistione di linguaggi produce grande musica: di scena un quartetto greco costituito da Sokratis Sinopoulos alla lyra – strumento caratteristico dell’area egea – Yann Keerim al piano, Dimitris Tsekouras al contrabbasso e Dimitris Emmanouil alla batteria. I quattro conoscono a fondo la musica tradizionale greca, ma allo stesso modo sono padroni dell’abc del jazz. Di qui, come si accennava in apertura, un connubio assai felice per un album particolare. Particolare nel sound determinato soprattutto dalla lyra, particolare nel repertorio costituito da dodici originals del leader, particolare nell’esecuzione che vede spesso in primo piano la lyra, con il pianoforte a contrappuntare e la sezione ritmica a collegare il tutto con Emmanouil in grande evidenza: insomma un solista fortemente ancorato alla musica della sua terra ma con un linguaggio del tutto personale non riconducibile a stilemi etnici o folkloristici e un classico trio piano-basso-batteria di matrice chiaramente jazzistica. Il protagonista è, comunque, Sinopoulos che è giunto a questo suo primo album da leader per la ECM dopo aver registrato per la stessa etichetta con Eleni Karaindrou e soprattutto con Charles Lloyd e Maria Farantouri (Athens Concert  ECM 2205-2206). Il collaborare con uno dei più grandi sassofonisti della scena jazzistica internazionale è stato fondamentale per il musicista greco che si presenta al pubblico, anche del jazz, perfettamente consapevole di ciò che vuol fare. Una musica eterea, a tratti onirica, spesso toccante, sempre fruibile nella sua apparente semplicità seppure mai banale; difficile segnalare qualcuno dei brani eseguiti anche se due ci hanno particolarmente colpiti: “Aegean Sea” per l’intensità dell’spirazione e “In Circles” per la bellezza del tema.

Vilma Timonen Quartet – “Drops” – Bafe’s Factory A008
dropsEccellente questo album registrato dal quartetto guidato da Vilma Timonen, kantele e voce, con Jaakko Kämäräinen basso e voce, Topi Korhonen chitarra, tromba, mandolino e voce, Tuomas Timonen percussioni e voce. Il combo è giunto al suo terzo CD, immediatamente molto apprezzato dalla stampa specializzata finlandese. E a ben ragione: album eccellente, dicevamo, che trova i suoi punti di forza sia nel repertorio, costituito esclusivamente da brani originali composti dai componenti il gruppo anche se basati su melodie tradizionali, sia nelle modalità esecutive che si riallacciano da un canto alle tradizioni del jazz, dall’altro alle radici della musica popolare finlandese. Per quanto concerne le composizioni, le stesse sono ben strutturate, in cui poco spazio viene lasciato all’improvvisazione; il punto focale risiede, comunque, nel kantele, lo strumento della tradizione finlandese suonato in maniera magistrale, lontano da qualsivoglia stereotipo, da Vilma Timonen. Il tutto impreziosito da uno squisito gusto per linee melodiche ampie, ariose e soprattutto mai banali. Ma la Timonen si dimostra anche eccellente vocalist: dopo aver adoperato la lingua inglese nelle precedenti realizzazioni discografiche, questa volta ha voluto adoperare esclusivamente la propria lingua, il finlandese, proprio per sottolinearne la ricchezza espressiva e la musicalità. E sempre parlando di voci, molto interessanti i brani in cui i quattro cantano contemporaneamente ottenendo preziosi effetti polifonici mai fine a sé stessi ma sempre piegati alle esigenze espressive dell’ensemble.

Various Artists – “Hommage à Eberhard Weber” – ECM 2463
hommageaeberhardweberEcco un album di jazz senza se e senza ma. Protagonisti la SWR Big Band ed un manipolo di fuoriclasse come Pat Metheny, Gary Burton, Danny Gottlieb, Paul McCandless, Jan Garbarek. L’occasione è di quelle che toccano: era il 2007 quando Eberhard Weber durante un con il gruppo di Jan Garbarek fu colpito da un ictus che lo costrinse ad abbandonare, semiparalizzato, l’attività concertistica. Nel gennaio dello scorso anno, in occasione del suo 75° compleanno, alcuni dei musicisti che hanno suonato con il contrabbassista, hanno organizzato due concerti in un teatro di Stoccarda da cui, per l’appunto, è tratto il cd in oggetto. Prescindendo dalle circostanze che stanno a monte di questa realizzazione, occorre subito precisare che l’album è di eccellente qualità sia per la bontà delle esecuzioni sia per l’abilità e dell’orchestra e dei solisti. In programma cinque composizioni di Weber e una suite scritta ad hoc da Pat Metheny che può forse essere considerata la parte più interessante dell’intero album. Il chitarrista ha adottato un procedimento tanto rischioso quanto foriero di ottimi risultati: ha scelto temi e assoli di Weber tratti da alcuni concerti e li ha riorganizzati cucendo loro addosso un’orchestrazione per big band sì da giungere ad una suite in cui trovano adeguato spazio anche gli interventi solistici. Insomma una bella prova di maturità del chitarrista che dimostra di sapersela cavare assai bene anche con l’arrangiamento e l’orchestrazione per big-band. Per il resto l’album contiene come accennavamo tutte composizioni di Weber eseguite con maestria e ottimamente riarrangiate per big-band per cui è difficile segnalare un brano piuttosto che un altro. Di conseguenza ci limiteremo a sottolineare , ancora una volta, la nitidezza che Jan Garbarek riesce a trarre dal suo sassofono nel brano che apre l’album, “Résumé Variations” , tratto dal CD omonimo registrato dallo stesso Garbarek con Weber e Michael Di Pasqua.

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