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43 Maxwell Davies

Ci ha lasciato da poco Peter Maxwell Davies (1934-2016). Distinto compositore inglese, persona squisita, colta, deliziosa.Intelligente come la sua che, senza nulla concedere, cattura fin da subito con la forza dei propri contenuti.
Studente del Royal College of Music di Manchester e dell’Università della stessa città diede vita, insieme ai colleghi compositori Harrison Birthwistle e Alexander Goher, al John Ogdon e al trombettista e direttore Elgar Howarth, a un gruppo denominato “New Music Manchester”, operoso circolo di amici che molto fece per ridefinire i contorni della musica inglese degli ultimi vent’anni aprendola all’esterno. Allievo di Roger Sessions e dell’italiano Goffredo Petrassi (la cui influenza è avvertibile) Davies scrisse molto e in vari generi, dalla Sinfonia al Melodramma passando per la musica da camera, stabilendo non di rado relazioni soppesate tra composizioni intelligentemente poste in dialogo tra loro. Non è possibile, in questo spazio, una disamina critica del suo stile: basterà dire, sotto il profilo estetico, che se certa musica contemporanea può giungere talvolta alle nostre orecchie come un algido “pensum”, la sua è potente, comunicativa, e ispira in ugual modo l’interprete e l’ascoltatore.
Davies appartiene a quella tipologia di compositori, come Prokofiev e anche lo stesso Bartók, i quali, partiti da posizioni avanguardiste e da ‘enfant terrible’, giungono alla fine della carriera ad una semplificazione più o meno radicale del proprio linguaggio, che diviene più integrato, coniugando istanze linguistiche maggiormente popolari, forse per giungere in modo diretto all’essenza della musica. Un’impostazione, questa, assai diversa da quella del collega sopra citato, Birthwistle, che nelle proprie intricate e brillanti composizioni sembra essere sempre meno interessato a costruire ponti che lo conducano all’ascoltatore, confidando unicamente nel potere salvifico e propiziatorio della musica “ea ipsa”; con quest’ultimo autore si può ben immaginare che la rappresentazione delle indicazioni musicali, realizzata per mezzo degli strumenti e svincolata dall’esigenza di una risposta emotiva, sia legata a rappresentazioni astratte, quasi puri simboli, mentre Maxwell Davies si dichiara in fondo un narratore in prosa. Se temi e linguaggi possono apparire simili, ben diversi sono gli idiomi. Ma, fortunatamente, non esiste un’unica “regola di giudizio” e, parlando di grandi artisti, la differenza nasce anche dall’analogia, dal riferimento ad una matrice comune “alta” di pensiero, che affonda le proprie radici nel passato. La qualità può ben travalicare gli individualismi.
Suggerisco di iniziare la conoscenza di questo autore per mezzo del presente cofanetto di cinque CD che costituisce una splendida e rara iniziativa editoriale: anni or sono, infatti, Naxos gli commissionò una serie di dieci quartetti d’archi, denominati “Naxos Quartets” e destinati all’incisione discografica. Non ricordo molti esempi analoghi di mecenatismo discografico, e dubito che esistano. Il risultato è racchiuso in questi lavori, alcuni articolati in più movimenti (spesso corredati da titoli suggestivi), altri in un tempo unico; tutti bellissimi, presentano una molteplicità di ispirazioni diverse, dall’architettura di Borromini (grande passione del compositore) al paesaggismo d’ispirazione scozzese (terra nella quale egli soggiornava) fino alla musica infantile di ascendenza bartokiana, o kurtaghiána: oltre ai naturali influssi di compositori contemporanei e affini, come ad esempio Hans Werner Henze. Le partiture, non facili, sono affidate al Maggini Quartet: questa compagine, compatta e costituita da strumentisti espressivi e dotati di intonazione eccellente, è capace sempre di far emergere il senso del discorso. Il box costa poco grazie alla politica low-price dell’etichetta, ed è, questa, una ragione in più per incoraggiare l’ascolto di dischi preziosi.

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