Il concerto del pianista svedese all’ di Roma

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Martin1_by Jenny Kornmacher - small

Sono al Teatro Studio dell’Auditorium Parco della di Roma per ascoltare il concerto in piano solo di Martin Tingvall
Quando appare sul palco Martin suscita immediatamente simpatia; il suo essere svedese è chiaramente evidenziato dalla statura e dal colore dei capelli; si muove con un certo imbarazzo che scompare del tutto quando comincia a suonare.
E a questo punto mi sorge spontaneo un raffronto con il disco di Cecil Taylor che ascoltavo in macchina recandomi all’Auditorium: certo, non si tratta di considerazioni originalissime, ma ancora una volta sono rimasto stupito da quanta differente musica si possa trarre da un medesimo strumento, il pianoforte. Così nei brani di Taylor possiamo ritrovare una smisurata energia e intricati poliritmi che in qualche misura richiamano l’Africa mentre l’arte di Tingvall è profondamente radicata nella europea e in modo specifico nella grande musica del Nord Europa caratterizzata da grandi aperture, profondi silenzi e dolce malinconia. Una musica difficilmente etichettabile che ha indotto qualche critico ad affermare, non senza ragione, che si tratta di una forma di musica che non conosce classificazione di genere collocandosi vicino sia a Edvard Grieg sia al Chick Corea delle ‟Children‘s Songs”.
Nel concerto romano Martin ha presentato brani provenienti dai suoi ultimi due album per solo piano, ‟En ny dag”, del 2012 e “Distance” uscito di recente.Poche sobrie parole per presentare i brani e per spiegare come il titolo dell’ultimo CD, ispirato da un viaggio in Islanda, sia da ricercare nella volontà dell’artista di annullare o quanto meno accorciare con la musica la distanza che attualmente divide gli esseri umani che oramai comunicano solo attraverso i social perdendo così qualsivoglia contatto umano. ‟Ho fatto un viaggio in Islanda – racconta Martin – alla ricerca di distanza e sono stato ricompensato con un sacco d’ispirazione per la musica di quest’album: è una terra che dà una prospettiva completamente nuova. E a dispetto o forse proprio a causa delle enormi distanze presenti, ho avuto la sensazione che ci fosse molta più intimità e vicinanza fra le persone. Uno spazio lontano dalla vita frenetica di tutti i giorni, una breve pausa, un po’ di distanza, pace, quiete e tempo per nuove prospettive”.

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Ma Tingvall è poi riuscito a trasmettere con la sua musica questa ridda di sensazioni, di emozioni? Assolutamente sì. Il pubblico romano lo ha ascoltato in religioso silenzio per oltre un’ora e mezzo chiedendo un bis, prontamente concesso, e uscendo assai soddisfatto dalla sala del concerto.
In effetti Tingvall ha sciorinato tutto il suo repertorio impreziosito da una brillante tecnica mai fine a sé stessa, da un perfetto controllo della dinamica, da una assoluta indipendenza delle mani, da una grande sapienza nell’integrare senso melodico e ritmo, e da una musicalità non comune che seppure a tratti ci ha richiamato il pianismo di un suo grande conterraneo purtroppo prematuramente scomparso: Esbjorn Svensson. La musica di Tingvall si dipana con poetica sobrietà senza per questo disdegnare sortite in diversi terreni; così, se la preparazione classica è quella che emerge con maggiore evidenza, Martin dimostra di conoscere a fondo la musica folk delle sue terre (si ascolti “Folkways” dall’album “Distance” ) nonché il pianismo jazz attraverso richiami al ragtime, allo stride, al blues (si ascolti per l’appunto “A Blues” sempre da “Distance”)… fino a toccare la musica improvvisata, il tutto sempre con grande pertinenza di linguaggio.

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Altro elemento, tutt’altro che trascurabile, il fatto che Martin esegue solo musica sua evidenziando così una felice vena compositiva. Come accennato, durante il concerto romano Tingvall ha presentato brani tratti dai suoi ultimi due lavori in solo tra cui “An Idea of Distance”, “Requiem”, “Open Land” e “Quiet Day” da “Distance” mentre “A new day”, “Debbie and the Dogs”, “No electrity in Harare”, “The last dance of the evening” e “At the end of the day” da “En Ny Dag” e così, ascoltati in sequenza, si percepisce perfettamente il percorso che il pianista-compositore intende seguire, un percorso di riscoperta prima di tutto di sé stesso, delle proprie emozioni, della propria interiorità. Emblematici, al riguardo, “Requiem” e “Quiet days” che racchiudono l’universo sonoro di questo artista di cui sentiremo parlare ancora a lungo.

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