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a proposito di jazz - i nostri cd

Acoustic Time – “Acoustic Time” – Audio Records

acousticbAlbum di grande raffinatezza questo del trio Acoustic Time ovvero Antonella Vitale alla voce, Roberto Genovesi alla chitarra e Karl Potter alle percussioni con l’aggiunta, quale special guest, di Ruggero Artale al djembé e dun dun; ma allo stesso tempo album “prezioso” in quanto raccoglie le ultime registrazioni di Karl Potter che sarebbe morto pochi mesi più tardi di queste incisioni nel gennaio del 2013. Ma questo genere di emozione per nulla influisce sulla valutazione dell’album che, come accennavamo, si raccomanda per i suoi contenuti prettamente musicali. In possesso di una voce calda, suadente, Antonella Vitale sciorina le sua armi migliori nella presentazione di 14 brani attraverso cui ha inteso sganciarsi dal jazz, per sperimentare qualcosa di nuovo e diverso dai suoi precedenti lavori. “Interpretare canzoni degli Earth wind & Fire, o degli Eagles e poi brani come Barco Abandonado di Ennio Morricone – spiega la stessa vocalist – ha rappresentato una ricerca personale da un punto di vista tecnico vocale”. Ricerca che ha raggiunto ottimi risultati: l’atmosfera generale dell’album è gradevole dal primo all’ultimo istante, con la Vitale tutta tesa a comunicare il proprio mondo emozionale ben sostenuta dal ritmo incalzante seppure mai invadente di chitarra e percussioni. Così , ad esempio, si ascolta una versione straniante ma di grande interesse di “Stranger in Paradise” hit di molti anni fa, seguito subito dopo da “Choro pro zè” di Guinga, personaggio tra i più significativi dell’odierna musica brasiliana. E così di successo in successo, in una cavalcata attraverso la musica degli anni ’80, cavalcata interrotta solo da tre brani dovuti alla penna dei quattro protagonisti: “Andeja”  (K. Potter – R. Genovesi – A. Vitale) , “Libero” (R. Genovesi) e  “Ghirinbaduè” (R. Artale – R. Genovesi) .

Theo Allegretti – “Memorie del Principio” – Dodicilune 353

Ecco un album cui non fa certo difetto l’ambizione: rappresentare in musica un viaggio lungo un percorso che attraversa idealmente i primordi del pensiero filosofico. Di qui i titoli dei brani, sette dei quali richiamano apertamente antichi filosofi quali Talete, Anassimandro, Senofane, Eraclito, Parmenide, Anassagora, Democrito. In apertura e in chiusura altri due brani, il primo, “Verso Mileto”, introduce Talete, mentre l’altro, “Il Caos vi era…”, rappresenta il pensiero mitologico ed è dedicato ad Orfeo. Per meglio seguire il percorso tracciato, il libretto riporta alcuni passi degli scritti che hanno ispirato la musica. Tutto ciò potrebbe apparire quanto mai macchinoso ove non si consideri che inizialmente si trattava di uno spettacolo di teatro-musica, un reading di musica d’atmosfera con testi di poesia e prosa degli albori del pensiero filosofico. I materiali sono stati poi sintetizzati nei nove brani confluiti nel cd. Responsabile del progetto, in piano-solo, Theo Allegretti, artista a 360 gradi che si va sempre più affermando per ora in ambito nazionale. Francamente ascoltando solo la musica, si fatica a collegarla ai filosofi di cui sopra; ciò non toglie, comunque, che l’album abbia una sua valenza grazie alla statura artistica di Allegretti. Nella duplice dimensione di pianista e compositore Theo è riuscito ad elaborare uno stile personale in cui confluiscono input provenienti da generi diversi quali il jazz, il folk, la classica con alcuni accenni – nell’album in oggetto – a stilemi della musica greca antica. Di qui un pianismo di forte suggestione e a tratti chiaramente evocativo (si ascolti al riguardo come il brano d’apertura introduca alla perfezione il clima che caratterizzerà l’intero CD).

Banda del Bukò – “Rosmarinus” – Riverberi

rosmarinusChi segue “A proposito di jazz” sa bene quanto non amiamo gli album a soggetto preferendo soffermarci sulla qualità della musica piuttosto che sull’idea che la sottende. Ma, more solito, ogni regola soffre la sua brava eccezione è questo è proprio uno di questi casi ché il progetto, pensato e realizzato nel beneventano, è davvero meritevole di nota. In breve il tentativo – ben riuscito – è stato quello di costituire un ensemble “aperto” in cui potessero confluire tutti coloro che avessero voglia di fare musica; di qui una Band in cui assoluti principianti si sono trovati accanto a veri e propri professionisti tra i quali, tanto per fare un solo nome, Luca Aquino. Il trombettista ha preso così a cuore il progetto da partecipare attivamente alla produzione di questo primo album presentato in occasione della serata inaugurale del festival beneventano “Riverberi” dello scorso anno. Indicativo anche il titolo: “Rosmarinus” , pianta simbolicamente accostata a molte tradizioni e leggende, nel caso specifico rappresenta i sentimenti, le emozioni che hanno caratterizzato un anno e mezzo di vita della Banda ed è dedicato ad Emanuele Viceré, uno dei fondatori del gruppo, scomparso prematuramente. Dal punto di vista squisitamente musicale, l’album si fa ascoltare per la varietà dei temi proposti: otto tracce di cui sei pezzi tradizionali, caratterizzati da una profonda  contaminazione tra musica balcanica, popolare, jazz. In buona sostanza il merito maggiore della Banda è l’aver saputo coniugare la musica di Nino Rota (“Saraghina Rumba”) con la tradizione klezmer (“Odessa”, “Froggy Waltz”, “Sem Sorok”), la tradizione kosovara in lingua serba (“Ajde Jano”) con la tammurriata napoletana (gustosa la rielaborazione della “Tarantella Schiavona” di Mario Salvi rinominata “Tammurriata Balcanica” per gli evidenti richiami alla musica balcanica), senza trascurare un riferimento alla musica araba (“Lamma Bada”); il tutto completato da un original intestato a tutta la band, “Ornitorippo Freshness”.

Rosa Brunello Y Los Fermentos – “Upright Tales” – CamJazz7901-2

UPRIGHT TALESDopo il debutto nel 2014 con “Camarones a la plancha”, questo è il secondo disco da leader della contrabbassista veneziana Rosa Brunello, accompagnata nell’occasione da David Boato alla tromba e flicorno, Filippo Vignato al trombone (già collega negli Omit Five) e Luca Colussi alla batteria ai quali si aggiungono in alcuni brani Francesca Viaro alla voce, Dan Kinzelman al sax tenore e clarinetto e Enzo Carniel al . Il repertorio consta di undici brani di cui cinque della stessa Brunello, quattro di Boato e due di Vignato, a costituire – come afferma la contrabbassista – una raccolta di singoli racconti, uniti dall’aspetto melodico e dalla sonorità del gruppo. Gruppo guidato con professionalità da veterana dalla Colussi che riesce a coinvolgere tutti nel suo progetto senza mai essere invadente, senza dare in alcuna occasione l’impressione di voler occupare tutti gli spazi. Anzi, agendo al centro della scena, tratteggia atmosfere cangianti in cui la tromba di Davide Boato e il trombone di Filippo Vignato danzano liberamente in continuo dialogo con la batteria di Luca Colussi, altro elemento fondamentale per la riuscita del progetto. Il clima raccolto è alle volte interrotto dalle impennate free dei fiati di Dan Kinzelman sempre più presente sulla scena jazzistica nazionale. Ciò detto resta il fatto che a nostro avviso l’album non convince appieno denotando una forse eccessiva staticità e dei momenti – seppur rari – in cui sembra venir meno l’ispirazione dal punto di vista compositivo. Peccati sicuramente veniali dato che, come sottolineato in apertura, siamo solo al secondo album da leader.

Franco Cerri – “Barber Shop 2” – abeat 150

Barber Shop 2Ci sono artisti per i quali lo scorrere del tempo non sembra avere alcuna conseguenza, anzi! A questa categoria appartiene il chitarrista Franco Cerri che a “Novant’anni suonati” (come recita il sottotitolo dell’album) ci ha regalato queste registrazioni effettuate a Milano nell’ottobre del 2015. L’album è stato presentato ufficialmente il 29 gennaio 2016, giorno del compleanno dell’artista, in una grande festa organizzata dalla città di Milano, presso il Teatro dal Verme , con 1400 persone ed altrettante fuori dalla sala. Ad un paio d’anni di distanza, “il negozio del barbiere” ha riaperto i battenti, ospitando sempre gli stessi elementi: Cerri,  Dado Moroni (piano), Riccardo Fioravanti (contrabbasso) e Stefano Bagnoli (batteria), come a dire un vero e proprio gruppo “all stars”. Il quartetto affronta un repertorio costituito da nove standard (tra cui “Roma nun fa’ la stupida stasera” di Armando Trovajoli) e due originals dello stesso Cerri. Un banco di prova, quindi, severo, ma Cerri e compagni lo affrontano quasi in surplace, con bella leggerezza che non significa sottovalutazione del materiale affrontato ma, viceversa, piena consapevolezza di ciò che si suona e soprattutto assoluta lucidità sul come si vuole eseguire le partiture. Ecco quindi un Cerri che, ad onta dell’età, appare fresco, in grado di portare nuova linfa a brani già ampiamente battuti, grazie ad un fraseggio sempre misurato, sobrio, con quelle note staccate, udibili una per una che da tempo caratterizzano il suo stile a conferma di una personalità elegante, discreta, gentile che tutti gli riconoscono. Accanto al chitarrista ancora una prova superba di Dado Moroni che personalmente consideriamo uno dei pianisti più sensibili dell’attuale panorama jazzistico non solo nazionale; il suo pianismo è di grande modernità, ricco di swing, di inventiva, capace di adattarsi alle varie atmosfere volute dal leader: lo si ascolti particolarmente nel brano d’apertura “Take The “A” Train” e nella intro di “Roma nun fa’ la stupida stasera”.

Cojaniz, De Mattia, Feruglio, Mansutti – “Il grande drago” – Setole di maiale

Il Grande DragoAlbum di grande fascino questo realizzato da un quartetto sotto certi aspetti anomalo, in quanto, pur essendo costituito da artisti che operano prevalentemente nel Nord-Est, accomuna sensibilità diverse. Così accanto al pianista Claudio Cojaniz, che vanta un robusto bagaglio accademico, troviamo il flautista Massimo De Mattia a ben ragione considerato uno dei massimi esponenti europei della nuova musica improvvisata tanto che questo album si allontana non poco da quelle che sono le strade da lui tradizionalmente battute; assieme a loro Franco Feruglio titolare della cattedra di Contrabbasso presso il Conservatorio “J. Tomadini” di Udine, che si divide tra jazz e musica classica in special modo del XX secolo e il batterista Alessandro Mansutti che si è fatto le ossa collaborando spesso con lo stesso Cojaniz, nonché con Juri Dal Dan e Marco Cisilino. I quattro formano un combo compatto, equilibrato in grado di proporre una musica in cui il richiamo alla tradizione si coniuga con direzioni astratte in cui le facoltà improvvisative sono messe a dura prova. Così le linee disegnate da pianoforte e flauto si intersecano con naturalezza ben sostenute da una sezione ritmica il cui ruolo va ben al di là del semplice supporto ritmico-armonico (si ascolti, ad esempio, la ‘Variazione IV’), con gustose figurazioni ritmiche che alle volte richiamano addirittura il funky. In definitiva, cosa più unica che rara, un disco che riesce a coniugare l’interesse per la sperimentazione, per la modernità, per la ricerca di qualcosa di nuovo, con una certa gradevolezza d’ascolto.

Oscar Del Barba – “Two Suites For Jazz Orchestra” – Dot Time 9036

two suitesIl fisarmonicista, pianista, tastierista e compositore bresciano Oscar Del Barba è personaggio ben noto negli ambienti jazzistici: in passato si è fatto notare come musicista attento, appassionato in grado di ben figurare nei contesti più diversi: così, ad esempio, lo ricordiamo nell’album “Scale mobili” del gruppo Pentagono in cui compose otto delle nove tracce incise, o ancora con Simone Guiducci, con Toni Melillo e in duo con il chitarrista Francesco Saiu. Questa volta il discorso è completamente diverso: Oscar ha assemblato una vera e propria big-band, con elementi di tutto rispetto quali, tanto per fare qualche nome, i sassofonisti e clarinettisti Achille Succi e Rossano Emili, il trombonista Beppe Caruso, il chitarrista Domenico Caliri, il contrabbassista Salvatore Maiore e il batterista Vittorio Marinoni cui si è aggiunto, classica ciliegina sulla torta, il grande “altista” Dave Liebman presente nella prima composizione. Per questo ensemble Del Barba ha composto due suites, ambedue in cinque tempi, intitolate, rispettivamente, “Cinque scene per big band” e “Variazioni sopra un canto popolare bresciano”: Come lascia intendere il titolo della seconda suite, l’artista si è ispirato alle musiche della sua terra cui si era già rivolto per altre composizioni. Il risultato è eccellente. Oscar Del Barba conosce la musica, scrive e arrangia bene trovando un giusto equilibrio tra pagina scritta e improvvisazione. Così i singoli hanno modo di esprimere le proprie potenzialità senza per questo mortificare il giuoco d’assieme che rappresenta, in realtà, il vero punto di forza dell’album. Le melodie , accattivanti nella loro non banale semplicità, galleggiano su un tappeto ritmico-armonico piuttosto complesso mentre a tratti avvincente è l’alternarsi tra tensione e distensione che il leader sembra conoscere assai bene. Superlativa, come al solito, la prestazione di Dave Liebman… ma forse questo non c’era bisogno di aggiungerlo!

Gianluca Esposito – “The Hammer “ – Wide 205

The HammerUna tonnellata di groove quella che il sassofonista abruzzese Gianluca Esposito scarica sugli ascoltatori attraverso questo riuscito “The Hammer”. Il gruppo è di quelli che non si esiterebbe a definire “all stars”: accanto al leader ci sono, infatti, Mauro Grossi al piano e all’organo Hammond, Daniele Mencarelli al contrabbasso e basso elettrico, Andrea Dulbecco al vibrafono e, udite udite, Gregory Hutchinson alla batteria. Il programma comprende sei originals scritti dallo stesso Esposito, due standard rispettivamente di Pat Metheny e Kurt Weill e un brano tratto dal repertorio pop vale a dire “Fragile” di Sting. Le composizioni di Esposito appaiono ben strutturate, anche se non presentano elementi di particolare novità; comunque le melodie sono spesso godibili e si sviluppano su un tessuto ritmico-armonico di rara eleganza. L’approccio del gruppo al materiale tematico è incentrato sulle invenzioni soliste di Esposito e Grossi, magistralmente coadiuvati da una sezione ritmica semplicemente stellare in cui Hutchinson si conferma un mostro sacro della batteria, con Dulbecco bravissimo nel lavoro di punteggiatura e di contrappunto oltre che di solista (“Question and Answer” di Pat Metheny). Ovviamente gli spazi solistici maggiori sono riservati al leader che si esprime compiutamente sia al sax alto sia al soprano, con un linguaggio moderno, con un sound rotondo, pieno, un senso del ritmo veramente notevole e una spiccata capacità improvvisativa: di qui la difficoltà di segnalare un solo brano in cui si mette in particolare evidenza. Discorso quasi identico per Mauro Grossi di cui comunque vi consiglieremmo di ascoltare con particolare attenzione “The Hammer” (con l’organo Hammond) e “Like a Dream” (al pianoforte) . Puntuale il sostegno di Mencarelli, notevole anche in alcuni assolo (“Play for Kenny”) mentre su Hutchinson è quasi inutile spendere ulteriori parole dal momento che tutti lo considerano giustamente uno dei massimo esponenti della moderna batteria jazz.

Dario Faiella meets Monday Orchestra – “Recurring Dreams” – abeat544

Recurring dreamsMauro Negri (clarinettol), Emanuele Cisi, Michael Rosen (sax ten), Giulio Visibelli (flauto), Emilio Soana (tromba), Marco Brioschi (flicorno) sono alcuni degli “ospiti” che impreziosiscono questo bel cd del chitarrista Dario Faiella che in questo caso si misura al cospetto di una big band , la “Monday Orchestra” diretta da Luca Missiti, responsabile quest’ultimo di tutti gli arrangiamenti, eccezion fatta per “Estrelas” e il monkiano “Pannonica” dovuti a Gabriele Comeglio. Diciamo subito che è un piacere ascoltare la musica di questo CD: la band è ben rodata e altrettanto ben diretta, con gli arrangiamenti che funzionano alla perfezione riuscendo a mettere in risalto sia la compattezza dell’insieme sia la capacità improvvisativa dei singoli. Così abbiamo la possibilità di ascoltare assolo di tutti gli “ospiti” a partire da Mauro Negri in “Conception” di George Shearing, per chiudere con Bonacasa nel già citato Pannonica. Dal canto suo il leader si dimostra non solo eccellente strumentista (ma questo già lo si sapeva) ma anche dotato compositore: tre brani (“Cyber Blues”, “Estrelas” e “Care”) sono dovuti alla sua penna e non sfigurano accanto a standard quali “Moment’s Notice” di John Coltrane o “Celia” di Bud Powell. Ma quel che veramente colpisce in questo album è il sound, un sound pieno, corposo, carico di swing proprio come quello delle big-band di una volta, un sound che purtroppo si ascolta sempre più raramente nei dischi e ancor più di rado nei concerti per ovvii motivi economici.

FunSlowRide – “FunSlowRide” – SAM 9039

FunSlowRide_1I FunSlowRide – International Collective of Music Travellers – sono un collettivo di talentuosi musicisti ; prodotto da Gegè Telesforo con la supervisione di Leo Sidran (figlio di Ben) e realizzato in due anni di lavoro in vari studi di registrazione (Brooklyn, Madison, Londra,….), FunSlowRide vede la collaborazione di artisti e vocalist del calibro di Alan Hampton, Sachal Vasandani, Joanna Teters, Mosè Patrou, Joy Dragland, Ainé, Greta Panettieri oltre naturalmente a Gegè Telesforo alla voce, tastiere e percussioni. A tutti questi si aggiunge il grande Ben Sidran con uno “spoken-words” sul tema di un emozionante brano dedicato ai bambini (“Let The Children”). Il risultato è dei più positivi: proprio grazie all’innesto di tante voci, di tanti artisti così differenti, l’ album acquista una sua specificità rafforzata da alcune linee guida che Telesforo ha voluto seguire: la ricerca di un groove incessante e la proposta di melodie ampie, ariose, riconoscibili. Di qui un ritmo incalzante che caratterizza tutto il disco con una tensione che mai si dilegua. In programma nove originals scritti prevalentemente da Gegé Telesforo (musica) e Greta Panettieri (parole) con l’aggiunta di “I Shot The Sheriff” di Bob Marley; tra questi ci piace segnalare “Next”, una dolce melodia scritta da Telesforo e dedicata alla figlia Joana per raccontarle – spiega lo steso vocalist pugliese – “le emozioni contrastanti di una storia d’amore”: convincente la prestazione vocale di Alan Hampton, sicuramente un grande talento, ben accompagnato da Domenico Sanna al pianoforte; assolutamente trascinante il già citato brano di Bob Marley con in bella evidenza il vocalist Moses Patrou e il sassofonista Alfonso Deidda.

Lorenzo Ghetti Alessandri – “Rhythmoflight”

rhythmoflight-458x458-458x458Questo album fa parte di un progetto artistico e didattico più vasto, pensato e realizzato anche per essere impiegato in contesti didattici di musica d’insieme jazz e di strumento (batteria, percussioni). E’ corredato di partiture pdf (singole o in book completo), di un cd audio (per l’appunto) e di un dvd, con la possibilità di vedere punto per punto il linguaggio batteristico e ascoltare le interviste dei musicisti che hanno contribuito alla realizzazione del tutto. Ciò detto, soffermiamoci sul CD, composto da musiche originali scritte da Ettore Togni, Filippo Fucili, Luca Pecchia ma soprattutto da Lorenzo Ghetti Alessandri e da uno standard di Jerome Kern, “Bye Bye Blackbird”. Si tratta del primo lavoro da leader del batterista-percussionista e compositore marchigiano che se la cava più che bene sia come strumentista, sia come leader della big band sia, infine, come compositore. In effetti l’orchestra appare ben assortita, equilibrata nelle varie sezioni e impreziosita da alcuni elementi di spicco quali, tanto per fare qualche nome, il pianista Paolo Di Sabatino, il baritonista Rossano Emili, il vibrafonista Marco Pacassoni, il trombonista Massimo Morganti, il chitarrista Luca Pecchia e il sassofonista Marco Postacchini responsabili, questi ultimi tre, dei gustosi arrangiamenti. Così, nel susseguirsi dei brani, gli organici variano di volta in volta passando da atmosfere latin-jazz a situazioni in cui si fa ricorso anche all’elettronica a dimostrazione dell’eclettismo di musicisti che rispondono pienamente agli intenti del leader. Questi, dal canto suo, come già accennato, firma composizioni interessanti, estremamente diversificate quanto a clima e suggestioni sonore: così ad esempio, in apertura troviamo “Chi sei e dove vai?” dal sapore, in alcuni tratti latineggianti, mentre a circa metà dell’album ascoltiamo la suadente “Benvenuti” introdotta dagli archi e sugellata da un assolo del trombonista Massimo Morganti autore anche dell’arrangiamento… sino a chiudere con la breve ripresa di “I tralci e la vite” affidata all’arpa di Lucia Galli.

Rosario Giuliani – “The Hidden Side” – Parco della Musica Records

The Hidden SideLa Parco della Musica Records presenta “The Hidden Side”, il nuovo disco del sassofonista Rosario Giuliani accompagnato da un trio formato da Alessandro Lanzoni al pianoforte , Luca Fattorini al contrabbasso e Fabrizio Sferra alla batteria. Al trio si aggiungono due prestigiosi ospiti: Paolo Damiani al violoncello e Marcella Carboni all’arpa. Come si nota un organico, quindi, di tutto rispetto che , coerentemente, produce musica di tutto rispetto. Rosario Giuliani è artista che passo dopo passo va acquisendo una sua precisa identità a coronamento di un indubbio talento a tutto tondo dal momento che alla sagacia esecutiva si affianca adesso una raggiunta maturità compositiva: tutti e nove i brani presenti nell’album sono dovuti alla sua penna. L’album, come spiega lo stesso Giuliani, rappresenta una sorta di viaggio interiore, un viaggio alla scoperta della parte nascosta della musica e quindi di sé stesso, un viaggio – come richiamano i titoli – alla scoperta della forza nascosta dell’amore, della magia nascosta dei colori, delle memorie e delle voci nascoste, del cielo e della luna…Il disco si chiude con “Tamburo” un sentito omaggio alla memoria dell’amico e collega Marco Tamburini. Si tratta, quindi, di una sorta di ‘concept album’ in cui Rosario traduce in musica alcune sue riflessioni e lo fa lasciandosi andare all’ispirazione e quindi correndo anche qualche rischio dal momento che alcuni brani sono stati concepiti “senza forma, strutture armoniche e ritmiche precise”. Ma la sfida è stata vinta grazie alla valenza stessa delle composizioni e alla strutturazione dell’organico impreziosito da artisti visionari e immaginifici quali Sferra, Damiani e Carboni che hanno offerto un apporto decisivo specie sotto l’aspetto timbrico.

Anna Granata – “Re-Edith” – Extrasync

re-edithAlbum piuttosto strano questo della cantante Anna Granata, ove il termine “strano” assume allo stesso tempo connotazioni positive e negative. Positive laddove il progetto per voce, electronics e violoncelli realizza una sintesi affascinante e originale coniugando sperimentazione e nuove sonorità; negative in quei, per fortuna pochi, momenti in cui la musica sembra avvolgersi su sé stessa come se si perdesse il filo del discorso. In effetti l’idea che sta alla base di queste registrazioni era già sulla carta molto ma molto difficile per cui realizzarla è stata sicuramente un’impresa. Partendo dall’amore e dall’ammirazione per la cantante francese Edith Piaf, la Granata , venuta in possesso di una raccolta di alcune lettere che la Piaf scrisse a un suo segreto amante, si è resa conto che, – citiamo testualmente – “cancellando la quasi totalità delle parole delle lettere e lasciandone solo alcune in ordine sparso, ottenevo un nuovo testo molto più forte del precedente, che corrispondeva al sentire mio e della quasi totalità delle donne, oltre a quello che pensavo fosse il sentire di Edith”. Di qui sei pezzi con musiche della stessa Granata, di Gianluca Sibaldi , di Marco Bettoni e di Marco Monfardini cui sono stati aggiunte due canzoni care alla Piaf, “Non, je ne regrette rien” e “La foule”. Essenziali alla buona riuscita del progetto gli apporti di Monfardini e Sibaldi: il primo è il responsabile di quei suoni elettronici che tanta importanza hanno nell’equilibrio generale della produzione mentre Sibaldi ha composto le musiche per i violoncelli che , come fa acutamente osservare la stessa Granata, hanno letteralmente legato insieme tutte le idee del gruppo. Sugli scudi naturalmente Anna Granata che non scopriamo certo oggi come artista profondamente impegnata sia nello studio della tecnica vocale sia nella diffusione della musica colta e popolare.

Keptorchestra – “Meets Steve Lacy – Sweet Sixteen” – Caligola 2001

Meets Steve LacySplendida operazione culturale della Caligola che ha reimmesso sul mercato, dopo un’accurata rimasterizzazione, un album registrato nel 1993 e pubblicato l’anno dopo. Protagonisti la Keptorchestra e Steve Lacy. La Keptorchestra è stata una delle più importanti big band della scena jazzistica nazionale; attiva tra gli anni ’80 e ’90 ha contribuito in maniera determinante alla formazione e al lancio di alcuni grandi solisti quali Giuseppe Calamosca, Mauro Negri , Pietro e Marcello Tonolo, nonché Maurizio Caldura, scomparso prematuramente nel 1998, e Marco Tamburini, volato in cielo il 29 maggio 2015. L’orchestra ha inciso tre album di cui due pubblicati dalla veneziana Caligola che, come accennato in apertura, ha adesso deciso di ristampare il secondo con l’aggiunta di una bonus track, la monkiana “Straight No Chaser”, il cui tema viene fischiato all’inizio da tutti i membri della band all’unisono; dopo la ripetizione del tema ecco l’ illuminante assolo di Lacy. Ma la riedizione di questo album ha un significato particolare: si tratta, infatti, del primo album prodotto dalla Caligola; come narratoci da Claudio Donà, vera e propria anima dell’etichetta, l’album prese le mosse da un nastro che “Materiali Sonori” di Firenze aveva rifiutato a Marcello Tonolo e che, viceversa, Donà trovava bellissimo, di grande spessore; ”io – prosegue Claudio – me ne innamorai e così è nata la nostra sfida, nel ’94, con il Caligola n.1: “Sweet Sixteen”. E l’intuizione di Claudio Donà fu assai felice: l’album è semplicemente strepitoso, con un’orchestra che fila a meraviglia , perfettamente equilibrata, ricercata in alcune raffinatezze timbriche e impreziosita dalle sortite di Steve Lacy, superlativo come sempre.

Mission Formosa – “Mission Formosa” – Alfa Music 175

Mission FormosaIl jazz mediterraneo e quello afroamericano tanto caro al pubblico di Taiwan: questo il mix di sonorità, stili, linguaggi ricercato dal contrabbassista Giuseppe Bassi alla testa di un sestetto italo-taiwanese completato da Shen Yu Su al sax tenore, Francesco Lento alla tromba, Gaetano Partipilo al sax alto, YuYin Hsu al piano e Kuan Lian Ling alle percussioni. In programma undici brani ,la maggior parte originals dovuti ai membri del gruppo e un solo standard, “Swingin’ at the Heaven” di Ellis Marsalis, impreziosito da un convincente assolo di Francesco Lento, in bella evidenza anche nella ballad “A Song For You, In April” di YuYing Hsu. Comunque, al di là del valore dei singoli, l’album si fa apprezzare per il sound complessivo, un sound spesso orchestrale tanto che ci si dimentica di ascoltare un sestetto e non una big band (emnlematico “Mostro’s Kiss”). In questo senso ovviamente un ruolo importante lo svolgono gli arrangiamenti, tutti ben studiati, e la valenza delle composizioni ben strutturate e scritte appositamente per esprimere il valore del collettivo. Il tutto senza comunque trascurare gli spazi solistici: così, ad esempio, “The Olive Tree” monumento nazionale della musica taiwanese, composto dal celebre Tai Xiang Li ,arrangiato magistralmente dalla pianista Yu-Wen,Peng è introdotto in maniera superba da Giuseppe Bassi; nel blues minore “Zhong Kui blues” (di Bassi) abbiamo la possibilità di ammirare un dialogo vecchia maniera tra il sax tenore di Shen Yu Su e il sax alto di Gaetano Partipilo, mentre in “After Typhoon” è in evidenza soprattutto il batterista Kuan Lian Ling, non a caso autore del brano.

Simona Parrinello – “Con Alma” – Dot Time 9049

CON ALMA_COVERSimona Parrinello (voce),Gianluca Di Ienno (piano/fender rhodes), Marco Micheli (contrabbasso) e Alessandro Rossi (batteria) sono i protagonisti di questo interessante album presentato il 18 aprile al Teatro Out Off a Milano e pubblicato dalla etichetta newyorchese Dot Time Records. Disco interessante, dicevamo, in quanto la Parrinello, sulla scorta delle immagini che le suscita l’ascolto della musica, ha scelto diverse modalità espressive: così ha aggiunto dei versi ad alcuni pezzi, anche famosi, che ne erano privi. E l’album si apre proprio con una ballad esemplificativa: “Beatrice” di Sam Rivers, tratta dall’album “Fuchsia Swing Song” , inciso nel ’64, che rappresentò l’esordio discografico del sassofonista, accompagnato da un trio d’eccezione con Jaki Byard al pianoforte, Ron Carter al basso e Tony Williams alla batteria; ebbene, di “Beatrice” non esisteva fino ad oggi nessuna versione cantata. Stesso procedimento la Parrinello lo ha adottato per un altro standard , “The Star – Crossed Lovers” di Duke Ellington e tratto dalla suite “Such Sweet Thunder” mentre in “Con alma” di Dizzy Gillespie la Parrinello utilizza la voce in funzione strumentale fornendone comunque una riuscita versione che non a caso dà il titolo all’album. Ma, spiega Simona, questo “Con Alma” deve intendersi non solo come un omaggio alla tradizione ma anche come la volontà di fotografare, esprimere un preciso stato d’animo all’interno di un percorso musicale svolto con sincerità, “con alma” per l’appunto. In repertorio anche quattro brani originali scritti dalla Parrinello da sola o in collaborazione con Gianluca Di Ienno, “Melancholia” dall’andamento sognante, “Ghosts” con in bella evidenza il trio pianoforte-batteria-contrabbasso, “Man On Wire” e “Caged Bird Sings of Freedom”, adattamento in musica dell’omonimo poema di Maya Angelou. Insomma un album impegnativo che non lascia indifferenti.

Dino & Franco Piana – “Seasons” – Alfa Music 171

SeasonsAbbiamo il piacere di conoscere Dino e Franco Piana da molti anni ed è cosa rara vedere un padre e un figlio che vanno così d’accordo sul lavoro. Certo, il loro è un lavoro particolare, c’entra l’arte quindi l’ispirazione, quel quid indescrivibile a parole… eppure anche nel mondo della musica è davvero raro trovare una “coppia” che va così d’accordo per tanto tempo. E questo album ne è l’ennesima riprova. Alla testa di un ensemble di all stars quali Fabrizio Bosso (tromba), Max Ionata e Ferruccio Corsi (sax), Lorenzo Corsi (flauto), Enrico Pieranunzi (pianoforte), Giuseppe Bassi (basso) e Roberto Gatto (batteria), la premiata ditta Dino (trombone) e Franco (flicorno) Piana fornisce l’ennesima dimostrazione di cosa voglia dire fare del buon jazz. Su un repertorio di nove brani tutti scritti e arrangiati da Franco, il gruppo si scompone e ricompone in differenti organici che illustrano al meglio la maturità e la sapienza ‘arrangiatrice’ – ci si consenta il termine – di un artista che non finisce di stupirci. In effetti con a disposizione solo sei strumenti a fiato , Franco Piana riesce ad ottenere un volume sonoro come se avesse un’intera sezione di fiati e questo risultato lo raggiunge senza sacrificare gli equilibri ma anzi mantenendo una squisita fattura timbrica e coloristica. Si ascolti, ad esempio, “Five Generations”, in cui gli assolo sono riservati a Max Ionata, Fabrizio Bosso e Enrico Pieranunzi, per chiudere con un entusiasmante “scambio” fra Giuseppe Bassi solido nel suo timing e Roberto Gatto efficace in ogni contesto. Comunque, dal punto di vista melodico, il brano più efficace è, a nostro avviso, “Why not?” introdotto da Franco Piana al flicorno e sviluppato dagli assolo di Dino Piana ed Enrico Pieranunzi; il pezzo si chiude attraverso una modulazione con flauto, flicorno e trombone che introduce al meglio il nono e ultimo brano, “Cdj Blues” dedicato alla Casa del Jazz di Roma.

Slightly Out 5Tet – “Dear Mr. Silver” – emme 1507

dear-mr-silverCome indica chiaramente il titolo, l’album è un omaggio a Horace Silver, personaggio che non ha certo bisogno di ulteriori presentazioni. A presentare il tributo è un quintetto toscano composto da Francesco Giustini alla tromba e flicorno, Benedetto Burchini sax tenore, Enrico Orlando pianoforte, Nicola Ferri contrabbasso e Andrea Croci batteria. In programma nove brani di cui sette scritti da Silver e due original di Francesco Giustini. Bisogna dare atto al gruppo di aver saputo ben scegliere nel songbook di Silver: infatti, accanto a brani di grande successo come “Nica’s Dream” e “ The Preacher”, figurano altri splendidi brani, meno conosciuti, come “Summer in Central Park”, “Gregory is Here” e “Horace Scope”. Cercare di ripresentare la musica di Horace Silver, e in qualche caso anche di personalizzarla, è impresa da far tremare anche i più temerari artisti e quindi bisogna dare atto ai cinque di grande coraggio. Coraggio, che però, a nostro avviso, ha pagato solo in parte. Quando lo “Slightly Out 5Tet” ha cercato di mantenersi il più vicino possibile alle versioni di Silver, attenendosi agli arrangiamenti originali, la musica è apparsa piuttosto scontata ed ovviamente nulla di nuovo ha potuto aggiungere a quanto già non si sapesse. Più interessante il tentativo di far propria la musica di Horace per ripresentarla alla luce della odierna sensibilità: in “Summer In Central Park” e “The Preacher”, ad esempio, si nota il grande affiatamento del gruppo, la volontà di comunicare con il pubblico senza paura di essere considerati ‘demodé’ e quella gioia di suonare assieme, elementi, questi, che in molta musica “moderna” si fatica a ritrovare.

Giulio Stracciati – “Barbicon” – 7jazz 074-2

BarbiconGiulio stracciati è chitarrista tra i più stimati in ambito non solo nazionale. Ha alle spalle una lunga e preziosa carriera sia come strumentista-compositore, sia come docente, essendo da ben 26 anni insegnante nei corsi di chitarra jazz, improvvisazione e combo nell’ambito di . Adesso si ripresenta con un nuovo album e con un trio nuovo di zecca composto da Marco Bendetti al contrabbasso (23 anni) e Giovanni Paolo Liguori alla batteria (24 anni). Il cd, registrato per l’etichetta tedesca Sevenus, contiene sette tracce tutte composte da Stracciati che conferma così le sue qualità compositive. I brani di Giulio sono tutti godibili, contrassegnati da una certa cantabilità che mai scade nel banale e che seppur ancorati ad una certa visione del jazz ben lontana dallo sperimentalismo ad ogni costo, non trascurano le esperienze, “gli arricchimenti che – afferma lo stesso Stracciati – provengono dalle varie collaborazioni e ascolti di altri artisti” (emblematico al riguardo “Coriandolando”). Così, in buona sostanza, queste composizioni rappresentano il mondo dell’artista così come viene vissuto e percepito in questo momento storico. Un mondo che risulta sempre legato alle sonorità mediterranee ma che questa volta Stracciati ha voluto ricondurre anche ad un contesto più vasto ricorrendo a timbriche e sonorità diverse, stile ECM tanto per intenderci. Ovviamente la bontà del materiale tematico non sarebbe sufficiente a produrre un buon album, ci vuole altro. E quest’altro, nel caso in oggetto, è costituito in primo luogo dalla sapienza chitarristica del leader e dalla bravura dei suoi compagni di strada, in secondo luogo dalla eccellente intesa fra i tre che appare stupefacente ove si tenga presente che i tre suonano assieme da meno di un anno . Così la musica si dipana fluida con Stracciati sempre in primo piano ma con ampi spazi lasciati ai suoi collaboratori (si ascolti, ad esempio, l’eccellente assolo di basso nel pezzo d’apertura “Fine di primavera” e quello di batteria in “Rabdomant”).

Tino Tracanna Acrobats – “Red Basics” – Parco della Musica Records

Red BasicsLa rassegna Recording Studio, la serie di concerti registrati dal vivo della Parco della Musica Records, si arricchisce di questa nuova perla, un magnifico album firmato Tino Tracanna Acrobats e comprendente, oltre al leader al sax tenore e soprano, Mauro Ottolini al trombone, Roberto Cecchetto alla chitarra, Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Antonio Fusco alla batteria. In repertorio dieci brani composti da Tino Tracanna eccezion fatta per “Mr. D.P. introduces”, un breve ma succoso basso-solo composto ed eseguito da Paolino Dalla Porta. La musica posta in essere dal quintetto è spesso dura, spigolosa, ma di grande fascino in quanto perennemente in bilico fra tradizione e modernismo. Ciò per merito sia della scrittura del leader che si conferma artista oramai maturo e perfettamente consapevole dei propri mezzi espressivi, sia della sapienza esecutiva di tutti i componenti il gruppo. Così il trombone di Ottolini riesce spesso ad introdurre quel tocco di originale ironia che sdrammatizza il tutto (lo si ascolti particolarmente in “Sins”) mentre la chitarra di Roberto Cecchetto si ritaglia spazi solistici dal sound tagliente e fortemente espressivo; dal canto loro Dalla Porta e Fusco forniscono un supporto armonico-ritmico solido contribuendo in maniera decisiva a creare quella particolare timbrica che caratterizza l’album. Ovviamente il ruolo principale è quello di Tino Tracanna: ben conosciuto ed apprezzato dal pubblico europeo sia per la sua lunghissima permanenza nel gruppo di Paolo Fresu, sia per le numerose sortite in proprio, anche questa volta il sassofonista non delude le aspettative. Il sound dei suoi sassofoni è sempre pieno rotondo a supportare un fraseggio che rifugge da qualsivoglia esibizionismo per rifugiarsi nell’essenziale. Molto più facile a dirsi che a farsi. Insomma davvero un bel disco, uno dei migliori che abbiamo ascoltato in questo scorcio dell’anno.

Fabio Zambelli, Matt Baker – “Train to Laveno” – SedaJazz – 034

maqueta Train to LavenoPiù volte in questa sede abbiamo sottolineato come quella del duo sia una formula estremamente rischiosa in quanto, forse ancora più del solo, mette in evidenza l’abilità strumentale e inventiva dei due musicisti. Il discorso si fa ancora più complesso quando, come nel caso in oggetto, i due strumenti sono chitarra (nelle mani di Fabio Zambelli) e contrabbasso (suonato da Matt Baker) anche perché le pietre di paragone sono tante e di assoluto livello: Charlie Haden e Pat Metheny, Joe Pass e Niels Henning Ørsted Pedersen, Jim Hall e Ron Carter tanto per citare qualche illustre esempio. In effetti una formazione del genere può esistere solo se i musicisti sono davvero geniali o se si conoscono alla perfezione; non è quindi un caso che i due si siano conosciuti a Londra nel 2004, che il duo sia nato nel 2011 in seguito ad alcuni concerti in Spagna e che l’album sia stato inciso solo nel 2014 e pubblicato dall’etichetta spagnola SedaJazz nel settembre del 2015. Da quanto detto risulta evidente come il pregio maggiore dell’album sia da ricercare nell’empatia che lega i due musicisti, capaci di dialogare fittamente senza perdere il filo del discorso e soprattutto in grado sempre di proporre idee, spunti che possono essere sviluppati e valorizzati dal compagno d’avventura, in un continuo giuoco di rimandi in cui improvvisazione, spontaneità e pagina scritta si mescolano con sapiente regia. In programma undici originali firmati da Zambelli- Baker di cui alcuni come ‘TW’, ‘So Far So Good’ o ‘Just Trust’ erano già stati incisi in precedenza mentre altri sono inediti, ma tutti ben strutturati e arrangiati sì di fornire un ottimo esempio di quello che in genere si definisce “jazz da camera”.

Enrico Zanisi – “Piano Tales” – Cam Jazz 7896-2

PianoTales_CoverIn una intervista che gli abbiamo fatto nel luglio del 2014, in occasione di un concerto con Enzo Favata ad Udine Jazz, avevamo chiesto ad Enrico Zanisi se non fosse giunto il momento di incidere un disco per piano solo ed egli ci aveva risposto con queste parole: “Per un pianista, credo che quella del piano solo sia l’esperienza più difficile da affrontare ma anche la più stimolante, appagante… molti mi chiedono di incidere un disco ma non mi sento pronto. Il live è un’esperienza molto bella,  ma per incidere un disco ci vuole una certa maturità, una preparazione specifica, e io non voglio affrettare i tempi.” E bene ha fatto a prendersi ancora un anno di tempo dato che questo album, registrato magnificamente nel maggio del 2015 nello studio di Stefano Amerio, è davvero notevole. Enrico (evidentemente questo nome porta bene al jazz italiano) ha intitolato l’album “Piano Tales” ed in effetti la sua è una narrazione tutta giocata su quel filo sottile che lega la sua preparazione classica al linguaggio jazzistico. In queste incisioni (undici brani di cui dieci di sua composizione) i due aspetti si legano intimamente senza che l’uno prevalga sull’altro in un equilibrio che trova anche momenti di dolce abbandono come in “Mà”. Atmosfera che si risente nelle due ballad “No Truth” e “Spring Can Really Hang You Up the Most” in cui Zanisi dà libero sfogo alla sua vena poetica e romantica con risultati che lasciamo a voi giudicare. L’album si chiude con la rivisitazione di una celebre aria del “Tannhauser” di Wagner quasi a voler chiudere un immaginario cerchio che congiunge passato, presente .., e probabilmente anche futuro.

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