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a proposito di jazz - i nostri cd

Adriano Clemente – “The Mingus Suite” – 357 Dodicilune
The Mingus SuiteSe nella dinasty dell’aristocrazia nera del jazz, al ramo bandleader, Ellington è il Duca, Mingus è “Baron”. In questo olimpo di Black Saints, il contrabbassista di Pithecanthropus Erectus si colloca come un anticipatore, un iconoclasta dello stile che unisce passato e presente “in un’innovativo commento musicale, a volte deliberatamente caotico e socialmente provocatorio” (Feather). Nel contempo vi si afferma quale architetto di una performance orchestrale, intanto molto puntuale e complessa nell’assetto e poi soprattutto carica di valenze anche extramusicali. Chiunque ci si approcci non può non fare i conti con tali componenti essenziali di Mingus (artistiche, culturali, politiche, organizzativo/musicali) e dei suoi eredi e continuatori. Va in tale direzione “The Mingus Suite”, album edito da Dodicilune che il Adriano Clemente, con l’Akashmani Ensemble, ha inteso costruire in 7 movimenti incentrandolo sulla struttura blues nella tradizione dei ricordati Mingus ed Ellington. Con Tittarelli e Guidolotti ai sax, Lento e Mario Corvini agli ottoni, Fassi al piano, Rosciglione e Toninelli al contrabbasso, Nunzi alla batteria, Roberto Ottaviano al sax soprano nell’ultimo pezzo, la formazione si districa nella gimkana fra “situazioni” parateatrali che partono dalla morte sul palco di Mingus. ‘Inner Fires’ ne è l’apertura pirotecnica, il movimento iniziale a climax variabile seguito da ‘Memories Of Duke’, ricordi dell’ascolto “galeotto” alla radio di East St. Louis Toodle-Oo che fece innamorare Mingus di Duke. ‘Urban Jungle’ è poi il primo di due intermezzi diciamo metropolitani. Ancora echi infantili che scorrono in mente in ‘Circus’, vari assoli in ‘Blues In Rags’, e del diavolo in ‘Night City Blues’. ‘While you are asleep’ è una ballad ispirata a L’uomo che non dorme mai mentre ‘Last Blues’ registra un’ampia citazione di Goodbye Pork Pie Hat (Theme For Lester Young). In ‘Requiem’ è Dario Rosciglione ad evocare il basso di Mingus, la sua fiondante dirompenza, già acceso dai Fuochi Interiori del 1 movimento. Chiudono il disco due composizioni, ‘Brown Bear’s Love Waltz’ e ‘For My Father’, quest’ultima , come già detto, con intervento di Roberto Ottaviano in duo con Clemente al pianoforte. Un bonus track che sigilla le “scene” di un lavoro che riesce a fornire, nel suo insieme, un veritiero jazz portrait del mito Charles Mingus.

Francesco Forges – “Micro Strayhorn” – Musica Cruda.
Micro StrayhornSuonava Grieg, William “Swee Pea” detto Billy, Strayhorn, naturalmente. E risentiva l’influenza di Ravel questo straordinario compositore-autore di liriche nonché arrangiatore e pianista il cui destino artistico, per buona parte della carriera, seguì a filo doppio quello di Ellington. incrociate che portarono alla stesura di rapsodie e suites all’interno delle quali si ritrovano acclamati capolavori come Take The “A” Train e Satin Doll. Un musicista, oltretutto, la cui fortuna è comunque legata alle interpretazioni di Farmer, McPartland, Akiyoshi… anche se resta il solco del Duca quello da scavare per riscoprire ancora oggi il talento e la vena creativa dell’ideatore di Lush Life, scritta a soli sedici anni. Per questo motivo un disco come questo di Francesco Forges che ne ripropone parte del songbook, a poco più di un secolo dalla nascita (Strayhorn e’ vissuto fra il 1915 e il 1967), non può che essere salutato positivamente. E’ in “Micro Strayorn”, edito da Musica Cruda, che il compositore e vocalist milanese fornisce la propria chiave di lettura del misterioso pianeta strayhorniano. L’album inizia in tonalità minore, con un’intensa interpretazione di Strange Feeling, dalla Perfume Suite, del 1944. Subito dopo è lo scat a risaltare in My Little Brown Book, un leggero swing che quasi cozza con il pensoso Your Love Has Faded, tema introdotto dal clarino di Emiliano Turazzi, dove si avverte l’apporto della mano compositiva del Duca (il trombone di Michele Benvenuti entra poi in scena in Johnny Come Lately). A seguire si alternano alcuni brani a doppia firma: Just A-Sittin’ And A Rockin’, con l’intervento vocale di Maurizio Nobili, a ricreare in microscopio “compattezza ed equilibrio che sono propri delle migliori esecuzioni del periodo d’oro”, per citare Perini e Volonté; ecco subito dopo Love Came, una raffinata ballad tanto sospesamente nostalgica quanto incredibilmente poco nota; e Paris Blues, coautore Harold Flender, tema principale dell’omonimo film del 1961 di Martin Ritt, fra i cui interpreti, con Paul Newman e Sidney Poitier, figurava anche Louis Armstrong. Vibrante la resa di A Flower Is A Lovesome Thing, che fu cantato divinamente dalla Fitzgerald, qui con il contrabbasso di Lorenzo Serafin, strumentista anche di oud, in bella evidenza; altrettanto dicasi per Multicolored Blue, prima denominata Violet Blue, pervasa da un senso sommesso di neritudine. Il pezzo finale è di Forges. Je suis Aussi Pauvre Q’un Rat D’Eglise è, su Strayhorn, un tentativo di ripercorrerne più che la poetica personale, irriproducibile, semmai di isolarne in qualche modo particelle della personalità artistica che ha generato quella musica cerebrale e coloristica che lo contrassegna, fuori dal complesso backstage ellingtoniano in cui se ne ritrovano, a volte fusi a volte sparsi, i lineamenti stilistici.

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