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è senza dubbio alcuno uno dei musicisti più interessanti che il jazz italiano – e quello siciliano in particolare – abbiano espresso in tutti questi anni.
Francesco è stato quel che si dice un bambino prodigio; comincia a suonare il sassofono a sei anni e a nove già si esibisce in un’orchestra di tutti adulti. Ben presto la sua fama travalica i confini nazionali tanto che a quattordici anni viene invitato da alcuni dei festival jazz più importanti del mondo; nel 2002 viene chiamato da Wynton Marsalis per un tour europeo; memorabile il 19 gennaio del 2009, a vent’anni, l’esibizione di fronte al presidente americano Barack Obama, su segnalazione dello stesso Marsalis. Il successo non lo distoglie, comunque, dalla serietà che lo ha sempre contraddistinto: così nel 2010 consegue la laurea specialistica di II livello in jazz presso il Conservatorio Corelli di Messina.
Oggi, come si accennava, viene giustamente considerato una stella di primaria grandezza.

-Cominciamo dalla strumentazione: che sassofono, che ancia e che bocchino usi e perché queste scelte?
Ho sempre utilizzato un contralto Selmer ma recentemente ho iniziato una collaborazione con una ditta austriaca, Schagerl, di cui sono adesso endorser, e che mi sta costruendo un sassofono ad hoc che porterà la mia firma. Ne sono entusiasta: uno strumento bellissimo che, sono convinto, mi accompagnerà in giro per il mondo per un bel po’ di tempo. Inoltre, suono un bocchino Meyer G e delle ance Vandoren Jazz ZZ 3. Questi ultimi due elementi fanno parte del mio set up già da qualche anno e sono molto soddisfatto del tipo di suono che riescono a produrre.
-Leggo che hai cominciato a suonare il sax a sei anni; cosa ti ha spinto a farlo?
Suonare è sempre stata un’esigenza per me, un istinto irrefrenabile. A soli sei anni chiesi a mio padre di poter avere un sassofono e imparare a suonarlo, non so perché scelsi proprio quello strumento, più inusuale. Mi affascinava tantissimo e il mio maestro di musica non riuscì a farmi cambiare idea quando mi suggerì un soprano ricurvo, che, date le dimensioni più ridotte, mi avrebbe consentito di suonare meglio a quell’età. C’è tuttavia un aneddoto che avvenne alla mia nascita che ha il sapore di profezia: il mio designato padrino mi regalò una spilla raffigurante un sassofono.
-Come ricordi l’esperienza con l’Orchestra Jazz del Mediterraneo ancora bambino?
È un ricordo indelebile per me. L’Orchestra Jazz del Mediterraneo è stata la mia prima famiglia musicale. Un organico composto da persone a me molto care che mi hanno incoraggiato e sostenuto sin dall’inizio e che ancora oggi sono grandi amici. Era la mia prima esperienza musicale con una grande orchestra formata da professionisti adulti e questo richiedeva grande attenzione e impegno ma ricordo anche con molto piacere le risate e i momenti meno impegnativi. Inoltre, all’interno di questa big band ho capito l’importanza del polistrumentismo perché il sax contralto, il mio strumento, aveva delle parti per flauto: è lì che ho iniziato a suonarlo, studiarlo al conservatorio per poi diplomarmi.
-Come vivi il fatto di essere divenuto una star ancora giovanissimo?
Ho sempre vissuto il mio successo con serenità perché migliorare e andare avanti sono sempre state le cose più importanti per me. C’è sempre una voglia irrefrenabile di novità in me e questo mi spinge a essere curioso, a scrivere musica, a studiare, a ricercare e a definire sempre di più la mia voce e la mia direzione. Tutto il resto viene dopo: il successo è importante perché mette nelle condizioni di poter concretizzare idee e progetti, cosa che altrimenti sarebbe difficile fare in termini di visibilità e perché no, anche economici.
-Il fatto di aver abbracciato la musica ti ha inevitabilmente portato a condurre una infanzia diversa dal normale; hai qualche rimpianto al riguardo?
Nessun rimpianto. Sin da piccolo, ho sempre studiato tanto, fatto concerti, viaggiato ma questo non mi ha impedito di svolgere anche le normali attività che fanno parte dell’infanzia e dell’adolescenza. Andavo a scuola regolarmente, facevo sport, giocavo e uscivo con gli amici… anche quando mio padre non voleva perché riteneva dovessi studiare.
-Pensi che la musica meriti tutta l’attenzione di cui sei capace?
Penso che la musica sia la più grande tra tutte le arti. Merita più di tutto ciò che io possa darle. Ogni cosa nella mia vita tende alla musica, traggo ispirazione da ogni cosa che mi succede. Per me è un’esigenza: starei male se non dessi tutto me stesso per questa passione così grande che mi spinge a fare tantissimi sacrifici ma che, allo stesso tempo, mi gratifica e mi appaga.
-Nella tua famiglia c’era qualcun altro appassionato di musica che in qualche modo ti ha influenzato?
Mio padre suona la chitarra, il e dirige un coro. Sicuramente mi ha trasmesso la sua passione ma sono io ad avergli fatto conoscere il jazz. Quando ho iniziato ero troppo piccolo per scegliere un genere musicale e per questo credo che sia stato il jazz a scegliere me…
-Continui a vivere a Vittoria la tua città natale?
Finora ho sempre fatto base a Vittoria, mia città natale e luogo dei miei affetti. Mi piace tornare in Sicilia dopo i miei viaggi, è la mia terra, ritrovo tutto ciò che mi è più caro e mi fa stare bene. Tuttavia, spesso vivo lunghi periodi all’estero. Recentemente per esempio sono stato a New York tre mesi e un anno in Francia.
-Che significa essere jazzista in Sicilia?
Penso che il Jazz sia una musica calda, pulsante, con forte carattere, ingredienti che fanno parte del DNA dei siciliani. Essere jazzista in Sicilia è un privilegio se si pensa che proprio questa terra ha dato un grande contributo al linguaggio jazzistico e che inoltre ci si può lasciare ispirare dal mare, dai sapori, dagli odori tipici e dalle sue suggestioni che a me, per esempio, hanno suggerito ben undici composizioni che formano uno dei miei tre ultimi album: “La Banda”.Tuttavia, la realtà siciliana a livello politico, burocratico e istituzionale, non è sicuramente un terreno fertile su cui coltivare la propria passione quindi bisogna essere bravi nel prendere quello che di buono questa terra ha da offrirti, cercare di dare un contributo per migliorare il contesto che ti circonda (io lo faccio con il Vittoria Jazz Festival, dove ogni anno metto a disposizione la mia musica e la mia passione per divulgare la musica jazz) e allo stesso tempo concepire quest’isola come metafora del mondo, punto di arrivo a partenza e non di chiusura e isolamento. Il mio ponte ideale l’ho costruito tra New York e la Sicilia, proprio in mezzo c’è la mia musica.
-Quali sono o sono stati i tuoi musicisti di riferimento?
Quelli più affini al mio gusto dai quali mi sono lasciato influenzare per filtrare tutto con la mia personalità e dar vita ad una concezione che mi identificasse. Mi riferisco ai grandi del Jazz: da Armostrong a Duke Ellington a Monk… e molti altri.
-Tu continui a tenerti lontano da certe forme attuali che vedono il jazz mescolarsi con altri linguaggi; cosa determina questa scelta?
Non ritengo di essere distante da certe forme attuali. Affondo le mie radici nella tradizione del jazz e questo mi da consapevolezza di quello che sono e quello che voglio. Credo alle contaminazioni nel senso più intelligente e forse astratto del termine, da un punto di vista legato all’estemporaneità dell’improvvisazione e del linguaggio piuttosto che estetico e formale. Non credo alle mode o alle tendenze, negli intellettualismi e negli scarsi contenuti.Sono molto aperto e concepisco la musica senza confini né etichette.
-C’è qualche altro musicista siculo con cui hai particolarmente legato?
La maggior parte dei miei grandi compagni di viaggio sono stati e sono musicisti siculi. Il pianista con cui mi esibisco attualmente in più formazioni, Mauro Schiavone, è palermitano e, oltre alla musica, ci lega una grande amicizia. Ma ci sono anche Dino Rubino, Giuseppe Mirabella, Nello Toscano e tanti altri.
-Qual è il contesto, l’organico in cui ti esprimi meglio?
Ogni contesto mi consente di esprimere parti diverse di me. Tutto dipende dal progetto musicale di riferimento. Ho arrangiato mie composizioni per grandi orchestre sinfoniche, big band, nonetti, così come continuo a portare la mia musica in giro anche in sestetto o con la formazione classica del quartetto e del duo. Ciascuno di questi organici è una formazione che mi consente di esplorare diversi territori del mio universo musicale.
-Quanto tempo dedichi allo studio?
Ho sempre dedicato tantissimo tempo allo studio. Più che quantificarlo in ore, devo ammettere che il mio studio è continuo e continuativo nell’arco della giornata. Anche l’ascolto di un nuovo brano o la colonna sonora di un film è una sorta di studio perché si trasforma in uno stimolo per comporre o analizzare dei passaggi o semplicemente per conoscere nuova musica. Poi è ovvio, ci sono momenti dedicati alla tecnica strumentale, altri alla composizione e all’arrangiamento, altri dedicati alla lettura; diciamo che le dodici ore della giornata non sempre sono sufficienti.
-Come passi il tuo tempo libero?
Mi piace molto il mare e quando posso, anche in inverno, vado in spiaggia per fare trekking o per lunghe passeggiate. Mi piace leggere, andare al , stare con gli amici, divertirmi, viaggiare…
-Ascolti altra musica o solo jazz?
Sono in una fase della mia vita in cui ascolto di tutto anche se il Jazz resta sempre il linguaggio con cui sono nato e cresciuto, il mio primo vero imprinting. Tuttavia nel mio Ipod oggi c’è di tutto, proprio perché ritengo che la musica sia semplicemente bella o brutta, al di là delle etichette e degli inscatolamenti.
-D’Andrea e Marsalis, due musicisti importanti nel tuo processo di maturazione artistica. Che ricordo hai di questi due personaggi?
Franco D’Andrea è stato presente nel momento cruciale della mia vita e della mia carriera. Se non avessi accettato un suo fondamentale consiglio, probabilmente, non avrei vissuto l’esperienza musicale più importante per me e oggi non sarei qui a raccontarvela. Ero veramente piccolo, avevo talento ma pochissima esperienza. Nonostante tutto, Franco, con grande umiltà, decise di stare al mio fianco in occasione del mio esordio sul palco del Pescara Jazz Festival del 2002, che apriva il set di Wynton Marsalis e della Lincoln Center Orchestra. Fu Franco a consigliarmi di andare subito da Wynton quando lui volle incontrarmi. Né io né i miei genitori eravamo del tutto consapevoli del momento che stavamo vivendo. Eravamo a cena quando Franco D’Andrea, con lungimiranza, mi incitò ad andare dicendomi: “Francesco, non puoi rifiutare. Wynton è uno dei musicisti più importanti ed influenti al mondo. Suonare con lui vuol dire entrare dalla porta principale nel mondo del jazz”. Quando andai da Wynton dietro le quinte, lui mi guardò e mi disse: “Da oggi io sono il tuo più grande fan”. Successivamente decise di portarmi con sé nel tour europeo dell’estate successiva, nel 2003, un’esperienza unica della mia vita artistica e umana. Wynton è senza dubbio un musicista a cui io devo moltissimo: grandissimo trombettista, persona intelligente e colta, attenta a contribuire alla crescita artistica dei talenti. Mi ha dato molte opportunità e tra di noi si è istaurato un rapporto di grande stima e amicizia: lo considero un po’ come uno zio.
-Quando suoni ti aspetti che il pubblico capisca ciò che stai facendo o ti accontenti che lo accetti anche in modo passivo?
Non mi aspetto che il pubblica capisca tutto ciò che suono a livello tecnico ma che al pubblico arrivi la mia musica, che si emozioni, al di là di quello che ho suonato. Se la musica è in grado di farti tornare a casa più ricco allora funziona.
-A cosa pensi quando suoni?
Quando suono mi lascio trasportare dalla musica, entro in un’altra dimensione e non penso a niente ma lascio che l’energia di quel momento fluisca liberamente. In quel momento io sono solo un mezzo attraverso il quale la musica si serve per comunicare ed esprimere quello che ho dentro.
-Quando riascolti i tuoi dischi, come li trovi?
Sono molto critico con me stesso e quando non mi piace quello che ho suonato, detesto ascoltarmi. Viceversa, quando mi piace, godo all’ascolto. Il riascolto della propria musica è fondamentale per crescere, per studiare, per imparare dai propri errori o per essere orgogliosi del lavoro che si è fatto. Ci sono delle cose che non mi piacciono ma quando riascolto il mio ultimo lavoro discografico, per esempio, mi sento molto soddisfatto e spero che la gente possa apprezzare il frutto di tanto lavoro.
-Che importanza riveste il silenzio nella tua musica?
Anche il silenzio è musica ed è dal silenzio che nasce musica. Il silenzio da significato alla nota che arriva dopo, ne esalta la sua essenza ed è lì che nasce la creatività.
-Sei preoccupato per il futuro del jazz?
E perché dovrei esserlo? Ci sono tanti musicisti bravissimi in giro per il mondo, tanta creatività, un livello generale molto alto e per questo stimolante.
Il jazz è una musica in costante evoluzione e mutamento e credo che da questi momenti apparentemente di stallo, nasca sempre qualcosa di creativo. Forse noi adesso non ce ne accorgiamo ma sarà la storia a darne conferma tra qualche anno. Inoltre, da persona ottimista quale sono, nonostante questo periodo storico sociale non sia il terreno più fertile per coltivare la propria passione, credo che valga la pena comunque investire su ciò in cui crediamo.
-Potresti darmi una definizione di jazz?
Il jazz è la massima espressione, spesso immediata ed estemporanea, della tua essenza. E a volte puoi anche ballarci sopra…
-Come sono cambiate le tue opinioni negli ultimi anni?
Tantissimo, fortunatamente. Sono un musicista totalmente diverso rispetto a qualche anno fa. In particolare, la registrazione di “3” mi ha donato nuove e molteplici lenti attraverso cui guardare all’arte nella sua totalità. Ogni viaggio, incontro, esperienza, lettura, ti da nuovi stimoli, spunti di riflessione. E’ un continuo work in progress, tutto in divenire, una costante evoluzione. In questi anni ho imparato ad andare oltre, a spingermi più in là, a pensare in grande e a non vedere confini ma grandi spazi aperti intorno a me.
-Cosa ti piace leggere?
Mi piace leggere tutto ciò che è bello e che cattura la mia attenzione. Ultimamente ho letto un bel libro dell’amico scrittore Marco Steiner che s’intitola “Oltremare”. Adesso sto leggendo un libro di Francis Scott Fitzgerald dal titolo “Racconti dell’età del jazz”. Dopo mi aspetta “Il vagabondo delle stelle” di Jack London a poi ancora “Il profumo” di Patrick Suskind.
-Nella tua personalissima scala di interessi che posto occupa il cinema?
Amo il cinema, dopo la musica è al primo posto e mi piacerebbe tantissimo fare un’esperienza legata alla composizione di una colonna sonora per film. Credo che sia insito nella mia musica suggerire immagini: molta musica da me scritta sarebbe perfetta per un film di Fellini o di Tornatore, mi riferisco a “La Banda” o a “Scenario” per esempio, entrambi contenuti in uno dei dischi del confanetto “3” uscito nel 2015.
-Ti interessa lavorare con artisti di altre discipline?
Sto sperimentando di recente nuovi progetti che includono discipline artistiche diverse. Primo tra tutti, “Il persecutore”, un riadattamento del romanzo di Cortazar di cui io ho curato la musica e un attore, Vinicio Marchioni, la parte teatrale: musica e parola si incontrano e interagiscono sulla scena creando effetti straordinari. In questo momento, inoltre, sto lavorando a un progetto che vede l’unione di più arti: la musica, la scrittura, la fotografia, il teatro, la pittura e il video. È un modo diverso di fare arte ed è molto stimolante. Si tratta di un viaggio, un sogno, un andare oltre.
-A quali progetti stai lavorando?
Questo è un periodo molto fertile da un punto di vista compositivo, ci sono tante idee che sto elaborando, alcune delle quali concretizzerò al più presto, e tanti progetti in cantiere. In ogni caso, il mio obiettivo principale in questo momento è girare il mondo e portare ovunque la mia musica.

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