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“Classica” o “concertistica” sarebbe la intesa come Pensiero, cristallizzato in quel sudario che prende il nome di Spartito, il quale rimane lettera morta finché un esecutore non decida di infondergli nuova vita. Il ‘nomos’ scritto viene abitualmente considerato superiore per via di un pregiudizio contratto nella notte dei tempi, sul quale non ci dilungheremo. Ma la stessa concertistica, nella propria storia, ha notoriamente e non di rado annesso a sé anche l’elemento improvvisativo, la creazione estemporanea, affidandola agli esecutori in una sorta di corpo mistico.
Questa coesistenza di forme alternative del racconto musicale fa tornare alla mente certe luminose parole di Italo Calvino a proposito dell’unione amorosa di Lettore e Lettrice uniti nello stesso letto : ”…reduci da universi separati, vi ritroverete fugacemente nel buio dove tutte le lontananze si cancellano, prima che sogni divergenti vi trascinino ancora tu da una parte e tu dall’altra…”
Il disco che propongo al vostro ascolto (ricordo che questa non è rubrica di recensioni, non sono critico musicale, ma di semplici consigli discografici), “Luys y Luso” ( significa “luce dalla luce”) di Tigran Hamasyan è un’esplorazione della musica sacra armena. Patrimonio di straordinaria bellezza qui riproposto per coro e pianoforte. Diverse orbite s’intersecano: il canto popolare, la scrittura, l’improvvisazione… Diremmo anche: la preghiera.
Tigran Hamasyan è un pianista noto nell’ambito del jazz, genere che contamina con l’idioma del popolo suo, quello armeno, che è tra i più ricchi e affascinanti del pianeta. Qui però, gli amici jazzofili si ritengano avvisati, egli rinuncia quasi del tutto – e aggiungerei giustamente – alla pronuncia di matrice afro-americana, affidandosi unicamente alla melopea della musica del suo Paese.
Il fascino di questa incisione, che non esiterei, fossi titolare di un negozio di dischi, a collocare nello scaffale della musica classica, è proprio quello di essere un universo parallelo, altro da tutto. Sono canti innici, di sapore elegiaco, intrisi di una qualità interiore che esternamente si manifesta attraverso esecuzioni appassionate ma composte, che rivelano pudore. Per la bellezza della musica e, parafrasando Thomas Mann, la saggezza del suo sentimento, l’ascolto di queste esecuzioni di Hamasyan con l’ottimo coro di Yerevan diretto da Harutyun Topikyan giunge a far percepire financo il silenzio che circonda i musicisti. Il lavoro pianistico dell’autore, che usa anche il pianoforte preparato, è simile a quello di un cesellatore: dotato di ammirevole decorativismo, tutta la profondità rimane in superficie e non vi sono forzature. Sa trovare un equilibrio fragile, che ci ipnotizza. Senza nulla togliere alle sue esibizioni in veste di jazzista, il dono dell’artista sembra risiedere in modo speciale nella spiritualizzazione dell’anima del Suo paese e, se la sua ricerca continuerà in questa direzione avremo, a tutt’altra latitudine, un nuovo Piazzolla. Il coro, splendido, annovera tra le sue fila alcuni fanciulli cantori che elargiscono commoventi sortite solistiche.
ECM prosegue con grande coerenza nell’esplorazione di universi paralleli, con la consueta attenzione a luoghi marginali del mondo, che marginali non sono. La è calda e, come sempre, “bagnata” di riverbero ma qui senza eccessi, molto piacevole.

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