Victoria Terekiev esegue il repertorio pianistico bulgaro

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Nello stupendo romanzo di Julian Barnes “Il senso di una fine” si pronuncia, a un certo punto, la seguente affermazione: “ La nostra vita non è la nostra vita, ma la storia che ne abbiamo raccontato”. Si potrebbe dire altrettanto della storia della europea? Ben assestata e avviata sulle solide ‘coulisse’ di stili e autori celebrati, essa presenta, come tutte le invenzioni ‘a posteriori’, delle zone d’ombra. Non si dice alcunché di nuovo affermando che, della di alcuni stati, ben poco si conosce, un bel nulla si esegue. Prendiamo a esempio la Bulgaria: a parte la famosa ed eccellente compagine corale “Le Mystère des Voix Bulgares”, nota nello stivale perlopiù per il “Pippero”, nient’altro ci sovviene; e lo stesso si potrebbe dire degli altri molteplici aspetti, tutti molto ricchi, della di un popolo la cui tradizione affonda le radici in terra greca, altra landa musicalmente misconosciuta. È quindi con curiosità che ho iniziato ad ascoltare “Wind from the East” (Geganew), il CD che la pianista italo-bulgara Victoria Terekiev ha dedicato a tre compositori della terra dei suoi avi. Tale curiosità poteva restare semplicemente sentimento in sé conchiuso destinato ad essere archiviato all’ascolto, invece man mano si è trasformata in piacere, infine in gioia. Cosa accomuna le opere che Victoria ha scelto per il suo disco? Sono pezzi brevi articolati in raccolte, “suites” di danze o studi melodici, come avviene spesso con la dei paesi dell’est dove mai si dimentica il legame con il folklore tradizionale e l’ispirazione si adatta particolarmente alle piccole forme. I compositori qui documentati, Lyubomir Pipkov (1904-1974), Parashkev Hadjev (1912-1992) e Pancho Vladigerov (1899-1978), di grande esperienza in diversi campi, dal melodramma alla musica da camera, rivelano anzitutto una sapienza ammirevole nel trattamento del pianoforte, specialmente riguardo alla capacità di rendere ‘idiomatico’ sulla tastiera un linguaggio popolare, quindi di natura eminentemente vocale. Sono autori diversi tra loro ma, come sensitivi, sembrano comunicarsi un vocabolario comune, un gusto, un senso dei colori. Oltre alla varietà di armonie e d’immagini, conquista l’ammirabile lucentezza delle melodie, modulate con astuzia, sensuali come carezze, seducenti al punto di far deporre le armi all’ascoltatore più nervoso e impaziente. Si tratta naturalmente di una cantabilità diversa da quella italiana: più immediata questa, più declinata quella su scale modali misteriose e malinconiche. Non si vuole qui riproporre il concetto del punto zero della cultura, della “tribù felice”, che ci riporterebbe a Rousseau; tuttavia, il cogliere un così vasto e commosso omaggio a una tradizione tanto bella tramandata oralmente, fa riflettere sul futuro della musica in un momento in cui le nuove generazioni crescono non più accompagnate dalla musica popolare, bensì al suono di quella imposta dalla tanto celebrata globalizzazione, ovunque uguale e ovunque, in prevalenza, pessima; e segnatamente in un Paese come l’Italia nel quale “rapper” inqualificabili vengono posti a modello da seguire e coccolati, per mezzo di incredibili sofismi, anche dagli intellettuali (che in genere sanno, di musica, pochissimo). Ma, per citare Boris Godunov, sono queste le “tenebre oscure, impenetrabili” del tempo che viviamo. Tornando al CD, ne consiglio l’ascolto a chi volesse arricchire la propria conoscenza musicale, nonché la propria discoteca, di un tassello importante, di altissimo godimento estetico. Quindi, auspicabilmente, a tutti. Victoria Terekiev suona con grazia, bellezza di suono, cortesia ammirevoli. Si sente che questa pianista nutre un amore sincero per questo repertorio, e possiede, oltre alla tecnica, le virtù per trasmetterlo al cuore di chi ascolta. Nonostante il carattere di danza che accomuna i pezzi, il CD è molto vario e otterrà facilmente ripetuti riascolti. La qualità della registrazione è eccellente, così come le interessanti e utili note di copertina.

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