DINO BETTI VAN DER NOOT AL TEATRO NO’HMA DI MILANO

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Milano, Teatro No’hma, mercoledì 22 marzo 2017
OÙ SONT LES NOTES D’ANTAN , di Dino Betti Van der Noot

Direttore: Dino Betti Van der Noot

Orchestra
Trombe e flicorni: Gianpiero LoBello, Alberto Mandarini, Mario Mariotti, Paolo De Ceglie
Tromboni: Luca Begonia, Stefano Calcagno, Enrico Allavena
basso: Gianfranco Marchesi
Flauti, clarinetto basso e sax alto: Sandro Cerino
Sax alto: Andrea Ciceri
Flauti e sax tenore: Giulio Visibelli
Sax tenore: Rudi Manzoli
Clarinetto e sax baritono: Gilberto Tarocco
Vibrafono: Luca Gusella
Violino: Emanuele Parrini
: Niccolò Cattaneo
Tastiere: Filippo Rinaldo
Arpa bardica: Vincenzo Zitello
Basso elettrico: Gianluca Alberti
Percussioni: Stefano Bertoli, Tiziano Tononi

Ho assistito, mercoledì 22 marzo, al concerto dell’orchestra di Dino Betti van der Noot al Teatro No’hma di Milano. Le musiche erano dello stesso Dino Betti, che ha anche diretto l’orchestra.

È stata una bellissima serata che mi ha stimolato alcune riflessioni. Quando si prova a tradurre il ‘jazz’, che è un lampo elettrico, nel linguaggio dell’orchestra, che è invece un libro aperto a squadernare linee e concetti stratificati, c’è il rischio di perdere qualcosa: l’essenziale. Spogliato della propria nudità, ossia dell’indicibile, al “jazz” orchestrale tocca rivestirsi di slancio nuovo. Violàti da violentatrice necessità, ai suoni ‘organizzati’ tocca così rifarsi una verginità, affinché possano fecondare il nostro interesse di ascoltatori e venire a loro volta resi fecondi dalle emozioni restituite, in un ciclo simile a quello delle piogge. È la ‘Big Band’, sia ben chiaro, un meccanismo di natura cardinale e non affatto ordinale: cioè a dire, non bastano la somma di ottimi solisti, un buon arrangiamento, astute mescolature di timbri a rappresentare lo spirito tormentato, ora giocoso ora schizofrenico, talvolta persino morbosamente sentimentale della musica ‘jazz’; va inserita la variabile umana, un ‘quid’ nel quale confluiscano quel corpo di forze vitali e irrazionali che dell’idioma afroamericano hanno costituito lo slancio e, diremmo, la protesta primigènia.

Dovessi racchiudere la musica di Dino Betti van der Noot in una qualità che la rappresenti, proromperebbe d’istinto una parola: freschezza. (Un’altra sarebbe: passione).

Oggigiorno è dato ascoltare numerosi giovani leoni della musica di matrice afroamericana, anche in terra europea benché il ‘jazz’, mi si consenta, rimanga indiscutibilmente un “black affair”. Dotatissimi, preparati, spesso addirittura laureati. Ma propongono con incrollabile convinzione la musica dei loro padri. “Come vuole la tradizione..”, sogghigna P. Favino nello spot della pasta Barilla. Quest’ultima – la tradizione, non la pasta- è alla base di tutto. Ma quando, oltre all’alfa, la tradizione giunge ad essere anche l’omega di un atto creativo, può accadere che il modo in cui si dicono le cose finisca col divenire più interessante delle cose dette in sé. Dino Betti è un giovane ragazzo che “dice” la musica in modo sempre nuovo, poiché essa sempre nuova è per lui. Dalle composizioni di questo artista trapela una luce vitale, divertita, che chiede solo di essere lasciata filtrare. Lo stile per lui, nato stiloso e non astretto ad una professione unica, è una sinecura.

Ho parlato prima di passione. Ma all’ordine del giorno, di qualità sue se ne potrebbero citare molte altre. Il senso dei colori, il gusto per un calligrafismo “totale”, alla Depero, capace di restituire l’idea di perfezione senza raggelare i molti elementi messi in campo, il grande rispetto per i ‘suoi’ solisti. Amassi la retorica mi spingerei persino a dire che si è innamorato della sua orchestra: come donna amata, essa ha cambiato fisionomia, nel tempo, senza mutare il proprio volto. E la musica che propone, del resto, non ha bisogno di categorie, di riferimenti: basta a se stessa.

Il programma si è svolto attraverso una scaletta composizioni felici, mutevoli come una giornata marzolìna, le quali andranno a costituire il materiale del nuovo album. Dino Betti, ben lo sappiamo , sforna dischi esclusivamente orchestrali con la cura del bravo pasticciere orgoglioso del proprio negozio, perpetuamente affollato di famiglie e bimbi festanti che non vedono l’ora di ricevere dalle sue mani le spumiglie, i bignè, le pastarelle. Il disco annunciato prenderà il titolo da un verso nostalgico di Villon “Où son les notes d’antan”. Uscirà in estate, e lo aspettiamo. Ai solisti, il cui elenco trovate in calce a questa memoria, sono stati tributati interminabili quanto meritati applausi da una sala piena. Tutti, senza distinzione alcuna, meritano lodi. Al maestro oltre agli applausi, è giunto un affetto particolare. Sicuro, armato di “charme”, simile ad un alato Mercurio, la sua performance ha testimoniato di una ispirazione così rifinita, di uno stile così pregiato che a riguardo si può provare solo la più sincera ammirazione.

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