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Foto di Fabrizio Sodani (cliccare sulle foto per espanderle)

Auditorium Parco della Musica, sala Teatro Studio Gianni Borgna
sabato 29 aprile, ore 21

Giampaolo Ascolese, batteria
Andrea Beneventano, pianoforte
Elio Tatti, contrabbasso
Mauro Zazzarini, sax tenore
Francesco Lento,

Gerlando Gatto : narrazioni e ricostruzioni storiche

Sono uscita confortata dalla piccola Storia del Jazz – che il batterista Giampaolo Ascolese ha tenuto, insieme a Gerlando Gatto, all’Auditorium Parco della Musica. Era da molto che non vedevo il Teatro Studio strapieno e mi è sorta una specie di trepida speranza non circoscritta al Jazz, che è una musica che amo ma che certo non è l’unico genere musicale esistente sulla terra: piuttosto su un generale stato di cose in un periodo che mi appare gravemente asfittico, dal punto di vista culturale.
Invece sabato 29 aprile ho assistito ad un concerto “didattico”, aperto anche ai non espertissimi di Jazz, che coniugava la semplicità scorrevole di approccio ad un genere musicale troppo spesso ritenuto “di nicchia” ad una ottima qualità esecutiva.  E soprattutto mai come in questa occasione è emerso che conoscere, imparare, è molto più facile ed entusiasmante, se ci si diverte. E se si ha ancora così tanta voglia di capire, ed imparare (che sia musica, o qualsiasi altra cosa), magari unendo a questa necessità anche il divertimento, allora non tutto è perduto.
Giampaolo Ascolese ha basato la scaletta della serata sul suo bel libro, illustrato dalla pittrice e compagna di vita Marie Reine Levrat, Tim & Tom, viaggio nella Musica Jazz. Gerlando Gatto, forte di anni di esperienza (basti pensare alle sue Guide all’Ascolto, seguitissime, richiestissime), ha formulato i suoi interventi in modo che ogni brano fosse preceduto da una narrazione, non certo solo tecnica,  disvelandone così genesi, aneddoti collegati, e rendendo proficuo e davvero interessante l’ascolto dei pezzi.
Trattandosi di una storia del Jazz, partita dal ragtime, passando per Scott Joplin, Louis Armstrong, il Bebop, per poi arrivare agli anni 70 con Horace Silver e al latin, il quintetto di Giampaolo Ascolese ha compiuto un’operazione tutt’altro che semplice: suonare “in stile” cambiando pelle continuamente per un’ora e mezzo di concerto.
Oltretutto, alternati a standard immortali, volutamente scelti tra i più noti proprio per rendere le narrazioni comprensibili e godibili, non è mancata la musica originale, a firma Zazzarini, anch’essa composta “in stile”: un modo anch’esso di derogare dal “già noto” rimanendo però nell’ambito narrativo che Ascolese, e con lui Gatto, si erano prefigurati.
Per il pubblico in sala acquisire una consapevolezza diacronica – collocare brani noti in un preciso arco temporale – ed anche ricostruirne un contesto autorale aneddotico, è stata una preziosa opportunità. In molti certamente riconoscono When the saints go marchin’ in , o Caravan, o Round Midnight, o Interplay.
Ma in quanti sanno che il primo è diventato leggendario solo dopo che lo suonò Louis Armstrong? O che Round Midnight è di Thelonius Monk ma che Miles Davis ne eseguì una versione ben diversa dall’originale, e che i due al ritorno da un concerto a bordo nella stessa vettura, litigarono furiosamente per questo?

I cinque musicisti sul palco, parlando dell’esibizione in senso strettamente musicale, si sono mostrati più che all’altezza di un compito, come dicevo, difficile. Ricostruire una storia del Jazz riproducendo più stili, replicando le intenzioni di mostri sacri come Miles Davis, o Scott Joplin, o Horace Silver, richiede, usando una parola semplice, bravura. Oltretutto in questo caso la fedeltà a certi canoni stilistici si è comunque affiancata ad una buona dose di creatività che è emersa negli assoli: a partire da Tomorrow Chicken, blues originale di Zazzarini in forma di “chicago blues”, in cui lo stesso Zazzarini è apparso dotato di grande forza propulsiva per il quintetto, ma anche ascoltando la batteria esplosiva e per nulla scontata di Ascolese in When the Saints go marchin’ in, e il pianoforte traboccante di spunti improvvisativi di Beneventano, in brani quali Interplay di Bill Evans.
Elio Tatti è parso assolutamente indispensabile nella compagine: generoso nei momenti di accompagnamento, inarrestabile nelle parti libere. E poi una menzione particolare a Francesco Lento, giovane trombettista in rapida e sacrosanta ascesa, che oramai è riduttivo definire “nuovo talento”: è apparso addirittura eclettico in questo percorso temporale jazzistico così ampio. La sua tromba ha decine di voci possibili e, accanto a loro, la voce personalissima dello stesso Lento, che come musicista ha cominciato da tempo ad essere riconoscibile e dotato di notevole personalità.
Una serata allegra, divertente, interessante ed utile. Si spera la prima di una bella serie: Gatto ed Ascolese lo sapranno che i viaggi da percorrere nel Jazz possono essere infiniti? Credo di sì, ma spero che questa mia affermazione valga per loro (e per l’ Auditorium Parco della Musica, dato il successo della serata) da incoraggiamento.

 

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