Tempo di lettura stimato: 25 minuti

Max De Aloe, Baltic Trio – “Valo” – abeat 169
De Aloe, Cominoli, Zanchi – “City of Dreams” for Garrison Fewell – abeat 166
Tromba, pianoforte, sassofono, batteria hanno da sempre connotato il jazz con il loro sound; poi man mano si sono aggiunti altri strumenti con un suono profondamente diverso, tra cui l’armonica a bocca e la fisarmonica, che il vostro cronista apprezza moltissimo. Questa volta abbiamo la fortuna di segnalarvi ben cinque album che evidenziano appunto, questo “sound atipico” del jazz, due di Max De Aloe straordinario armonicista, due della splendida coppia Soscia-Jodice e uno di Vince Abbracciante.
Ma procediamo con ordine. “Valo” è una parola finlandese che significa “Luce” e per questo nuovo progetto De Aloe collabora, infatti, con due musicisti nordici, il chitarrista finlandese Niklas Winter e il contrabbassista danese Jesper Bodilsen. Si trattava di una sfida impegnativa in quanto l’universo musicale di Max non è certo lo stesso degli altri due: intriso di melodia il primo, rarefatto e con grande senso dello spazio il secondo. A ciò si aggiunga il fatto che intenzione di De Aloe, così come da lui stesso esplicitata, era “unire il jazz alla musica antica… o meglio trattare la musica antica come se fosse jazz contemporaneo”. Ecco quindi in repertorio musiche di Claudio Monteverdi e di Henry Purcell nonché due perle tratte dalla Graduale Aboense, una partitura – ci informa ancora De Aloe – in notazione neumatica (che caratterizza tra l’altro i canti gregoriani) risalente al XIV-XV secolo ritrovata nella cattedrale di Turku, antica capitale della Finlandia. Ma a parte queste informazioni, l’album è un vero e proprio atto d’amore che De Aloe dedica alla Finlandia, una sorta di viaggio in cui l’armonicista intende prendere per mano l’ascoltatore e portarlo a godere di quegli spazi, quella luce, quei paesaggi che caratterizzano il profondo Nord e che solo quanti hanno visitato quei luoghi possono capire sino in fondo. E la musica appare perfettamente in linea con quanto detto; De Aloe evidenzia ancora una volta quelle che sono le sue grandi doti: un eccellente senso melodico; una pronuncia sempre diretta, chiara, esplicita; un linguaggio mai banale; un sound del tutto personale; una capacità di creare profonde atmosfere con poche note. Per questa non facile impresa un’importanza determinante l’hanno avuta anche i partners di Max: Niklas Winter e Jesper Bodilsen hanno svolto un prezioso lavoro di supporto e di sottolineatura con il chitarrista spesso in funzione solistica (lo si ascolti ad esempio nella title-track). Un’ultima segnalazione: in questo album De Aloe si è espresso anche in splendida solitudine e oltre all’armonica ha suonato anche la fisarmonica, il sintetizzatore e la viola da gamba coronando così un sogno che ci aveva confidato qualche tempo fa.
*****
Diversa l’atmosfera del secondo album in cui Max suona in trio con Attilio Zanchi al contrabbasso e Lorenzo Cominoli alla chitarra cui si unisce in “Are You Afraid of the Dark?” Tino tracanna al sax soprano . Si tratta di un concept album dedicato alla figura del grande chitarrista Garrison Fewell scomparso nel 2015 e con il quale avevano collaborato sia De Aloe, sia Cominoli sia Zanchi; non a caso il titolo dell’album è lo stesso di un CD inciso da Fewell in Italia per la Splasc(h) Records con il pianista , il sassofonista Tino Tracanna, il bassista Steve LaSpina e il batterista Jeff Williams; non a caso dei dieci brani eseguiti da De Aloe e compagni ben sette sono di Fewell con l’aggiunta di “Beatrice” di Sam Rivers, “A Reason to Believe” di Zanchi e “Johnny Come Lately” di . Come si conviene ad un tributo profondamente sentito, la musica risponde ad un solo profondo imperativo: la sincerità dell’espressione, la voglia di ricordare un maestro, un amico e un uomo in cui, come ricorda Max, la prima cosa che riconoscevi era la profonda umanità. Di qui una musica eseguita quasi in punta di piedi, con grande dolcezza e delicatezza, spesso pervasa da una soffusa malinconia, senza per questo trascurare una certa carica di swing e quel terreno improvvisativo che tutti e quattro conoscono assai bene. I brani sono ben strutturati con una preferenza particolare per “Insatiable” impreziosito da uno splendido assolo di Max De Aloe

Giuliana Soscia &Pino Jodice 4tet meets Tommy Smith – “North Wind” – Cose
Orchestra Jazz Parthenopea di Pino Jodice e Giuliana Soscia – “Megaride” – Cose
Pino Jodice, pianista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, didatta e Giuliana Soscia fisarmonicista, pianista, compositrice, arrangiatrice e direttore di orchestra oramai da molti anni costituiscono una coppia di straordinaria efficacia nell’arte e nella vita. Di qui un’empatia, un’intesa, un idem sentire che si evidenziano in tutte le loro performances sia live sia discografiche. A quest’ultimo riguardo, le loro produzioni si mantengono tutte su altissimi livelli e a questa regola non sfuggono questi due ultimi CD. Nel primo, “North Wind”, i due, in quartetto con Luca Pirozzi al contrabbasso e Valerio Vantaggio alla batteria, incontrano Tommy Smith sassofonista scozzese di grande talento, compositore/arrangiatore, e direttore della SNJO Scottish National Jazz Orchestra ed anche Artistic Director del Royal Conservatoire of Scotland in Glasgow; personaggio di primissimo piano sullo scenario internazionale Smith ha inciso per varie etichette tra cui ECM, Blue Note , la sua personale Spartacus, e ha collaborato con musicisti di caratura internazionale quali Gary Burton, Chick Corea, Jack DeJohnette, Kenny Barron, Arild Andersen, John Scofield, Trilok Gurtu, Kurt Elling e tantissimi altri. Questo album è quindi il frutto di una amicizia profonda, che ha già visto momenti di collaborazione, declinata nell’occasione in nove brani originali equamente divisi, tre a testa. Ciò nulla toglie all’omogeneità dell’album che si snoda con grande musicalità ponendo in evidenza non solo la maestria strumentale di tutti e cinque i musicisti ma soprattutto la capacità di Soscia, Jodice e Smith di far coesistere un linguaggio (quello di Smith) chiaramente improntato al jazz più propriamente europeo, con la matrice italiana, mediterranea, del pianista e della fisarmonicista. Non c’è un solo passaggio, un solo attimo in cui la musica non appia ben strutturata, ben arrangiata, in cui i tre non dialoghino con grande libertà coadiuvati da una sezione ritmica di assoluta eccellenza. E le atmosfere dell’album sono ben delineate dai primi tre pezzi: in “Body or Soul” brano d’apertura di Tommy Smith, prevalgono gli “ingredienti” nordici mentre in “The Old Castle” di Giuliana Soscia approdiamo a momenti più soft, rilassati, con il sassofonista ad interpretare magnificamente il clima voluto e disegnato dalla Soscia la quale si produce in un assolo delicato e coinvolgente, clima che, però, nelle altre sue composizioni la Soscia abbandona per una scrittura più vicina al free; in “Freedom’s Sword”, così come in tutti gli altri suoi brani, Pino Jodice offre un saggio delle sue capacità di compositore e arrangiatore disegnando un ricco tappeto sonoro su cui si inseriscono gli assolo dei solisti (si ascolti il contrabbasso di Vantaggio e la batteria di Pirozzi nella title track). E via di questo passo fino all’ultimo brano, “Sun” di Tommy Smith, introdotto da una magnifico assolo dell’autore allo shakuhachi, sorta di flauto giapponese e impreziosito tra l’altro da un trascinante assolo di Pino Jodice.
*****
Di natura completamente diversa il secondo album, registrato dal vivo durante il concerto al Volcano Solfatara il 22 giugno del 2016, nell’ambito del “Pozzuoli Jazz Festival”. Protagonista una “creatura” fortemente voluta da Pino Jodice e Giuliana Soscia, l’ “Orchestra Jazz Parthenopea” che raccoglie 20 musicisti provenienti dal Sud Italia cui si è aggiunto , nell’occasione, Paolo Fresu. Il risultato è davvero notevole: certo, probabilmente i due direttori d’orchestra si saranno rivolti a qualche esempio del passato, ma l’orchestra è riuscita ad ottenere un sound assolutamente personale grazie sia ai preziosi arrangiamenti sia all’utilizzo di strumenti meno usuali, come la fisarmonica di Giuliana Soscia, i tamburi etnici, l’ uso del canto del percussionista Giovanni Imparato, il basso tuba. La band, in tal modo, ha potuto avvalersi di sonorità diverse ampliando la gamma timbrica, nel tentativo, ben riuscito, di coniugare sperimentazione e tradizione, elemento che oramai costituisce una sorta di marchio di fabbrica della coppia Soscia-Jodice essendo già numerosi gli esempi in cui i due hanno evidenziato particolari doti in tal senso. Ma torniamo all’album declinato in sette brani di cui due scritti da Pino Jodice, due da Giuliana Soscia ed uno a testa da Paolo Fresu, Pino Daniele e Joe Zawinul. L’elemento che maggiormente risalta negli oltre 75 minuti di musica è la contaminazione, intesa nell’accezione più nobile del termine. Così ecco il lungo brano d’apertura di Pino Jodice, “Feste popolari in Sardegna”, in cui echi della musica folcloristica sarda si fondono con il jazz canonico rappresentato nell’occasione dagli assolo di Nicola Rando al sassofono, di Paolo Fresu, di Alessandro Tedesco al trombone e di Giuliana Soscia; ecco la più classica delle ballad, “Inno alla vita” , scritta da Fresu per il figlio con due toccanti assolo dello stesso Fresu e di Giuliana Soscia; ecco l’originale approccio al pop con la riproposizione di “Chi tene ‘o mare” di Pino Daniele che ottiene il Riconoscimento di Eccellenza Certificata dalla Fondazione “Pino Daniele Trust Onlus”; ecco reminiscenze della musica classica far capolino nella composizione della Soscia “Variazioni – Sonata per luna crescente” con gli assolo di Enzo Amazio alla chitarra e Pino Jodice al pianoforte; ecco l’omaggio ad uno dei gruppi più importante della storia del jazz, i “Weather Report” con “Volcano for Hire” di Joe Zawinul, introdotto dalla batteria di Pietro Iodice e sviluppato dall’intera orchestra con gli assolo di Virzo al sax, Fresu e Soscia.

Vince Abbracciante – “Sincretico” – Dodicilune 370
Il fisarmonicista pugliese si ripresenta alla testa di un organico composto da Nando Di Modugno chitarra, Giorgio Vendola contrabbasso e dagli archi dell’Alkemia Quartet ovvero Marcello De Francesco e Leo Gadaleta violino, Alfonso Mastrapasqua viola e Giovanni Astorino violoncello. Otto i brani, tutti composti da Abbracciante, attraverso cui il fisarmonicista dà libero sfogo alle sue capacità inventive mescolando le varie influenze che contribuiscono a forgiare il suo stile , e cioè il jazz in primo luogo, e poi la musica popolare brasiliana, la canzone italiana, il tango, la musica classica, le colonne sonore, la musica balcanica… il tutto condito da un virtuosismo mai fine a sé stesso ma funzionale a meglio esprimere le idee del compositore. Così la fisarmonica del leader veleggia sicura sulle delicate tessiture armoniche intrecciate dall’Alkemia Quartet mentre la sapiente chitarra di Di Modugno e il basso preciso di Vendola sostengono la parte ritmica in un continuo gioco di tensione e distensione, di alternanza tra dimensione materica e atmosfere più eteree che tengono viva l’attenzione dell’ascoltatore. Si ascolti, ad esempio, la formidabile carica melodico-ritmica del brano d’apertura “Equinozio” con un violino in bella evidenza, mentre la title track pone in primo piano le doti strumentali del leader ben sostenuto dal contrabbasso di Vendola; in “Elementi” sono i “ricordi” classici ad avere la meglio con un bell’assolo di Di Modugno; in “Anelito” la musica si fa più materica a richiamare atmosfere più familiari subito contraddette dal successivo “Mistico” in cui la musica si libra leggera nell’aria con un intenso dialogo tra fisarmonica e archi. Insomma un susseguirsi di situazioni quanto mai variegate che rendono l’album godibile dal primo all’ultimo istante.

Alter & Go – “Alter & Go” – Filibusta 1704
“Alter & Go” è un gruppo composto da Roberto Bottalico al sax tenore, Pietro Ciancaglini al contrabbasso, Augusto Creni alla chitarra e Pietro Fumagalli alla batteria, cui si aggiunge in due brani Tiziano Ruggeri alla tromba. Nel marzo 2017 il quartetto ha pubblicato il disco omonimo con l’etichetta Filibusta Record, album che rappresenta anche l’esordio discografico del gruppo. La cifra stilistica della formazione va ricondotta a quel modern mainstream ( o se preferite a quell’hard-bop) che caratterizza buona parte del jazz prodotto in questo periodo. Si tratta, quindi, di un jazz che, pur restando fortemente ancorato alle proprie radici, presenta tuttavia elementi di novità che si possono ritrovare – nell’album in oggetto – nelle composizioni originali di Roberto Bottalico (ben otto su un totale di dieci), nel sapore vagamento funky di “A. plays B.” una sorta di mini suite composta da due brani con il tema A eseguito dai fiati di ispirazione jazz messengers e il tema B caratterizzato da un assolo del chitarrista e da un giro armonico particolarmente coinvolgente, nelle capacità improvvisative dell’intera band evidenti soprattutto in “What’s”, nel tentativo di avvicinarsi al jazz più moderno in “Aka Waltz” tutto giocato sulle dinamiche e sulle potenzialità del sax tenore, “cercando di creare – spiega lo stesso Bottalico – un crescendo emotivo fino all’esplosione finale caratterizzata da un solo di batteria”. Tutt’altro che casuale la scelta dei due standard: “Well You Needn’t” di Thelonious Monk è arrangiata in modo da mettere in primo piano il contrabbasso di Ciancaglini che espone il tema mentre “Intermission Riff” (che alcuni ricorderanno come sigla del programma TV7) è stato scelto a chiusura del programma anche in modo simbolico a rappresentare quello che per Bottalico e compagni è un vero e proprio punto di partenza.

Roberto Bonati, Bjergsted Jazz Ensemble – “Nor Sea, Nor Land, Nor Salty Waves” – A Nordic Story” – Parma Frontiere
Questo CD è il frutto della collaborazione tra la rassegna Parma Frontiere, il conservatorio dipartimento di jazz della città (ambedue diretti da Roberto Bonati) e l’università di Stavanger, meravigliosa cittadina della Norvegia meridionale dove il vostro cronista ha trascorso uno dei periodi più entusiasmanti della sua vita. Questo per dire che conosco molto bene il fervore culturale che anima questa cittadina e l’amore per il jazz coltivato per tanti anni attraverso il locale “jazzklubb” diretto con passione e competenza dall’amico Terry Nilssen-Love padre del mitico batterista Paal Nilssen-Love che tanti successi sta ottenendo in tutto il mondo. Ma veniamo all’album per sottolineare come le doti compositive del nostro contrabbassista – nel caso specifico una suite in otto sezioni – abbiano trovato nella formazione norvegese composta da diciotto elementi (voce esclusa) un’interprete ideale per più di una ragione. Innanzitutto la scrittura di Bonati veleggia sempre in quel territorio di confine che sta tra jazz e musica contemporanea ed in genere i musicisti nordici ( e norvegesi in particolare) sono oramai da tempo tra i più significativi esponenti di questo linguaggio; in secondo luogo perché il bilanciamento tra parti corali e parti in assolo ha dato l’opportunità ad alcuni giovani musicisti di mettersi particolarmente in luce come la sopranista Camilla Hole, il clarinettista basso Mathias Aanundsen Hagen, la splendida vocalist Signe Irene Strangborli Time. In definitiva una musica non facile ma proprio per questo da ascoltare con attenzione.

Felice Clemente – “Mino Legacy” – Crocevia di suoni – cofanetto con cd, dvd e libro
Progetto complesso ed ambizioso questo concepito dal sassofonista Felice Clemente, dedicato allo zio Mino Reitano, personaggio di primo piano della musica leggera italiana. Per omaggiare l’ex ragazzo di Fiumara, Clemente ha realizzato un cofanetto contenente un CD, un DVD e un libretto. Esaminiamo, quindi, brevemente tutti e tre questi elementi. Il CD costituisce, a nostro avviso, il punto di forza vero e proprio dell’intera realizzazione: undici brani (tra cui un inedito, “Mino Legacy” di Felice Clemente e Fabio Nuzzolese) che in qualche modo ripercorrono la carriera di Mino Reitano reinventando le melodie che Mino portò al successo. Sotto la sapiente regia di Felice Clemente al sax tenore e soprano, ottimamente coadiuvato da Fabio Nuzzolese al pianoforte (responsabile degli arrangiamenti), Giulio Corini al contrabbasso e Massimo Manzi alla batteria, i brani acquistano un sapore nuovo, fresco, originale tanto che non si farebbe fatica a considerarli scritti ad hoc per un disco jazz. In effetti mentre basso e batteria macinano ritmo a tutto spiano, Clemente e Nuzzolese si spartiscono le parti solistiche in un equilibrio tra scrittura e improvvisazione non facile da raggiungere; si ascolti ad esempio, con quanta naturalezza Clemente improvvisa sulla melodia di “Era il tempo delle more” senza che lo spirito originario del brano venga minimante messo in discussione. Altro pezzo di bravura “Eduardo” in cui Felice Clemente si produce in un convincente assolo al sax soprano. Il CD si conclude con il già citato “Mino Legacy” introdotto ancora da un bell’assolo di Clemente al soprano e poi sviluppato dall’intero quartetto.
IL DVD contiene immagini di backstage della registrazione dei brani, un’intervista a Felice Clemente e alcuni filmati di Mino Reitano ivi compreso il commovente discorso che Mino pronunciò al suo ritorno a Fiumara, dopo venti anni di assenza, nel 1998 e che da l’esatta dimensione della statura umana del personaggio.Statura umana lumeggiata a 360 gradi dal libro cui prima si faceva riferimento, curato dal critico musicale Andrea Pedrinelli che ripercorre e approfondisce la carriera di Mino non mancando di sottolineare come la sua musica facesse storcere il naso ai tanti radical-chic a corrente alternata che mal sopportavano il suo stile così popolare eppure di così tanto meritato successo.

Gabriele Coen Sextet – “Sephirot. Kabbalah in Music” – Parco della Musica R.
Mettere in musica la Kabbalh non è certo impresa da poco e solo per questo coraggio l’album andrebbe seriamente preso in considerazione. Ma ovviamente c’è molto altro ché Coen è musicista di grande livello che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare nel corso di questi anni. Per questa nuova impresa il sassofonista e clarinettista ha fatto ricorso agli storici compagni d’avventura vale a dire Pietro Lussu giustamente considerato uno dei più grandi pianisti italiani, Lutte Berg, chitarrista di assoluto livello, Marco Loddo, in questo caso al basso elettrico, e Luca Caponi, alla batteria cui si aggiungono Arnaldo Vacca, multistrumentista eccezionale che assicura una coloritura particolare e in veste di special guests Francesco Poeti giovane ma già affermato chitarrista e Mario Rivera, il bassista degli Agricantus legato a Coen da un lungo rapporto di amicizia. Insomma un organico di tutto rispetto che risulta essenziale per la buona riuscita del progetto. L’album – come spiega lo stesso Coen – è ispirato alla simbologia dell’albero della vita secondo la Kabbalah e quindi rappresenta un viaggio dentro la struttura del mondo divino a livello mistico, ma anche un viaggio dentro gli stati d’animo dell’essere umano; ciò detto vale adesso la pena di spendere qualche parola in più sul contenuto prettamente musicale. L’impianto dell’album si incentra su un particolare sound che, come esplicitamente dichiarato dallo stesso Coen, vuole richiamare le atmosfere di certo jazz elettrico, quello, tanto per intenderci, del Miles Davis di “Bitches Brew” e “In a Silent Way”, “fino alle sonorità attuali dell’Electric Masada e di The Dreamers di John Zorn, formazioni chiave dell’incontro tra musica ebraica e jazz elettrico”. Obiettivo centrato in pieno con i fiati del leader che improvvisano fluttuando sul tappeto sonoro disegnato dal gruppo in cui spicca l’eccellente lavoro di Pietro Lussu al Fender Rhodes e all’organo Hammond.

Larry Franco & Dee Dee Joy – “Abbassa la tua radio” LFM 01
Larry Franco è crooner e pianista dalla squisita sensibilità, artista che ben coscio dei propri mezzi espressivi, prosegue lungo la sua strada senza lasciarsi coinvolgere dalle tendenze del momento. Di qui una serie di album molto godibili in cui si propone un repertorio di pezzi famosi, che tutti noi abbiamo ascoltato almeno una volta. L’ultimo nato della serie è questo “Abbassa la tua radio” che, come esplicita lo stesso titolo, è incentrato su “canzoni di un’epoca che non esiste più” vale a dire alcuni fra i più grandi successi della Radio anni ’30, ’40 e ’50; a presentarli solo un pianoforte , due voci, più uno straordinario “polistrumentista” Attilio Troiano eccellente in tutti e quattro gli strumenti con cui si esibisce (tromba, trombone, clarinetto e sax tenore). Per capire meglio il tipo di musica che si ascolta basta citare alcuni titoli: “Amorevole” portato al successo da Nicola Arigliano, “Non dimenticar” e “Unforgettable” indissolubilmente legati alla voce di Nat King Cole, “Sophisticated Lady” e “Take the “A” Train” come a dire Duke Ellington, lo splendido “Le tue mani” di Spotti-Montano di cui Mina fornì una superba interpretazione, “Mille lire al mese” cavallo di battaglia di Gilberto Mazzi nel 1939 , poi ripreso tra gli altri da Carlo Buti e da Natalino Otto… ebbene, Larry Franco e Dee Dee Joy (l’altra voce dell’album) affrontano questo impegnativo repertorio senza alcuna pretesa di sperimentazione, ma conservando lo spirito originario dei brani, quindi porgendo la musica con dolcezza, oserei dire delicatezza, in punta di piedi per riportare indietro nel tempo l’ascoltatore senza, però, arrecargli troppo disturbo.

Pasquale Innarella Quartet – “Migrantes” – Alfa Music 199
Da musicista sensibile, attento a quel che accade non solo nel mondo della musica, il sassofonista Pasquale Innarella ha dedicato questo album al problema della emigrazione che si sta tentando di affrontare tra mille e mille difficoltà. In questa non facile impresa Innarella si è fatto coadiuvare da altri tre jazzisti di vaglia quali Francesco Lo Cascio al vibrafono, Pino Sallusti al contrabbasso e Roberto Altamura alla batteria. Come sempre accade quando un musicista illustra un proprio progetto con motivazioni che vanno ben al di là del fato squisitamente musicale, sorge spontaneo un interrogativo: ma la musica si attaglia a quanto dichiarato? Purtroppo molto spesso la risposta è negativa; viceversa in questo caso il jazz proposto dal quartetto illustra assai bene tutto il dolore insito nel fenomeno migratorio. E questo lo si deve in modo particolare non tanto alla struttura dei brani o all’impianto melodico-armonico degli stessi, quanto al sound così dolente, aspro, tagliente dei sassofoni di Pasquale che affronta anche quest’ultima fatica discografica con quella passione, quel trasporto, quell’onestà intellettuale che da sempre lo caratterizzano non solo come musicista ma soprattutto come uomo. Accanto a Innarella anche gli altri componenti il quartetto riescono ad esprimersi al meglio: così Francesco Lo Cascio fa letteralmente cantare il suoi vibrafono contribuendo in maniera determinante a quel gioco sulle dinamiche che costituisce uno degli aspetti musicalmente più significativi dell’album. Roberto Altamura produce un drumming sempre propositivo e originale. Infine una menzione particolare la merita il compianto Pino Sallusti che ci ha lasciati improvvisamente il 4 aprile di questo 2017: lo si ascolti nell’introduzione di “Oriental Mood” e si avrà l’ennesima conferma della grandezza di questo personaggio. Un’ultima notazione: il CD contiene otto brani di cui sei a firma di Innarella e due composti rispettivamente da Pino Sallusti e da Mulatu Astatke (che abbiamo di recente ascoltato a Udin&Jazz e del cui concerto vi riferiremo tra qualche giorno)

Laino & Broken Seeds – “The Dust I Own” – off Label records OLR 65
Sonorità aspre, taglienti, facilmente riconducibili alla atmosfere tipiche della Lousiana in cui elementi tipici del blues, del rock, del folk, del jazz si mescolano a costituire una miscela interessante: queste le caratteristiche peculiari della musica prodotta dal chitarrista Andrea Laino e dal batterista Gaetano Alfonsi coadiuvati da Mauro Ottolini al sousaphone e conch shells, Alessio Magliocchetti Lombi slide guitar e Eolisa Atti backing vocals. Una miscela interessante, dicevamo, ed in effetti mettere assieme un jazzista di vaglia quale Mauro Ottolini ed un chitarrista e vocalist quale Andrea Laino molto più vicino al mondo del blues rurale e del rock alternativo è stata impresa temeraria ma tutto sommato vincente. E il merito principale va senza dubbio alcuno al leader che, dopo una significativa esperienza a New York, è tornato in Italia con una valigia colma di ricordi, di input, di storie, di canzoni che ha saputo riadattare e modulare secondo il suo stile, ricercando anche sonorità particolari grazie all’uso di determinati strumenti. Di qui il repertorio presentato nell’album che ascoltato in sequenza ci racconta di un mondo lontano ma pienamente rivissuto da Laino e Alfonsi : il viaggio inizia con un brano tradizionale arrangiato da Laino, “Bo Weavil”, e, attraverso una serie di tappe tutte in qualche modo legate all’immaginario del Delta, si conclude con un altro pezzo della tradizione, “Pay Day”, di Mississippi John Hurt, che appare nell’album Today! (1966) e nella Compilation “Avalon Blues: Library of Congress Sessions” (1989).

McCandless, Taylor, Balducci, Rabbia – “Evansiana” – Dodicilune 365
L’idea di omaggiare Bill Evans non è certo originalissima, ma ovviamente, tutto dipende da come l’omaggio viene concepito e realizzato. Ebbene questo “Evansiana” si lascia ascoltare con grande interesse per più di un motivo. Innanzitutto la bravura dei protagonisti ovvero il pianista britannico John Taylor, scomparso nel luglio 2015 poco dopo la registrazione del cd, il fiatista statunitense Paul McCandless, il bassista pugliese Pierluigi Balducci e il percussionista piemontese Michele Rabbia, ovvero lo stesso quartetto che qualche anno fa aveva registrato l’ottimo “Blue from Heaven”, sempre per la Dodicilune Records con il coordinamento di Balducci e la produzione di Gabriele Rampino, direttore artistico dell’etichetta salentina . In secondo luogo la valenza del repertorio scelto con accuratezza: sette brani firmati dal pianista statunitense (Very early, Re: person I knew, Time remembered, Turn out the stars, B winor waltz – for Elaine, Children play song, Epilogue) e altri tre pezzi del suo repertorio, firmati da Bernstein/Comden/Green (Some other time), Kenny Wheeler (Sweet Dulcinea Blue) e Miles Davis (Blue in green). Fatte queste premesse quasi cronachistiche, occorre sottolineare la bella riuscita dell’album; il pianismo di John Taylor, che tanto richiama lo stile di Evans, si libra in volute poetiche ed eteree, ben sostenute da Michele Rabbia percussionista delicato e immaginifico anch’egli, capace di sottolineare con gusto ed eleganza qualsivoglia situazione, senza alcuna pretesa di stupire l’ascoltatore. Dal canto suo McCandless, che ci commuove sempre all’oboe con il suo suono così limpido e originale (lo si ascolti in “Re: person I knew”), cesella note in modo straordinariamente fluido, evocativo, con Pierluigi Balducci, perfettamente a suo agio in qualsivoglia situazione (lo si ascolti in “Time remembered”), che distilla suoni a costituire un tappeto in cui il basso non si limita a strutturare il tutto ma esprime una sua precisa valenza solistica. Il tutto cementato da una perfetta intesa data anche – e forse soprattutto – dalla grande stima reciproca e quindi dal piacere, consolidato nel tempo, di suonare assieme.

Dado Moroni, Luigi Tessarollo – “Talking strings” – Abeat 160
Da due jazzisti di provata abilità come il pianista Dado Moroni e il chitarrista Luigi Tessarolo è lecito attendersi musica di eccellente livello, e musica di eccellente livello è stata. In programma nove vere e proprie perle del songbook jazzistico, con l’aggiunta di due originali uno di Moroni e uno di Tessarolo, interpretati dai due artisti con passione e originalità. Come più volte sottolineato, la formula del duo è particolarmente rischiosa, e lo è ancor di più quando gli strumenti scelti sono pianoforte e chitarra anche perché un duo siffatto evoca precedenti illustri, e difficilmente eguagliabili, come i celeberrimi “Undercurrent” e “Intermodulation” registrati rispettivamente nel 1962 e nel 1966 dal pianista Bill Evans e dal chitarrista Jim Hall. Insomma una pietra di paragone da far letteralmente tremare le vene dei polsi. Eppure Moroni e Tessarolo hanno accettato la sfida e lo hanno fatto a modo loro, mettendo cioè in campo quelle che sono le loro peculiari caratteristiche, vale a dire una perfetta padronanza strumentale, una decisa carica di swing, la capacità di restare ancorati al dettato del pentagramma pur non esimendosi da passaggi totalmente improvvisati, ma soprattutto la straordinaria abilità nel sapersi ascoltare, nell’instaurare un dialogo tra corde parlanti ,”Talking Strings” per l’appunto. Di qui circa un’ora di grande musica che parte da un omaggio a George Gershwin per spaziare successivamente tra le pieghe di composizioni firmate da grandi del jazz quali Rogers & Hammerstein, Bill Evans, Van Heusen & De Lange, Kern & DeSylva, Fain & Webster, Duke Ellington per chiudere con una personalissima e convincente interpretazione di “How deep is the Ocean” di Irving Berlin.

New Landscapes – “Rumors” – Caligola 2224
Il gruppo “New Landscapes” , nato nel 2015, si impone alla generale attenzione sia per l’organico del tutto inusuale sia, e forse soprattutto, per l’aver saputo amalgamare e conciliare musicisti di estrazione del tutto differente. Così accanto a Silvia Rinaldi, violinista veneziana con diverse ed importanti esperienze professionali soprattutto nel campo della musica barocca, e Luca Chiavinato, chitarrista classico poi passato al liuto barocco e all’oud, specializzandosi in musica antica (i due avevano già avuto modo di collaborare) troviamo Francesco Ganassin, specialista di clarinetto basso perfettamente a suo agio nella musica contemporanea così come nel jazz. Ed è a questo punto che il discorso si fa davvero intrigante e denso di incognite: saranno in grado due musicisti di chiara impostazione classica a coesistere con un clarinettista che frequenta territori assai diversi? All’ascolto dell’album la risposta non può che essere affermativa. Se non ne conoscessimo le origini, si farebbe fatica ad affermare che questi tre artisti provengono da mondi così lontani tale e tanta è l’empatia che riescono ad esprimere. I tre si muovono sull’onda di un idem sentire declinato attraverso la ricerca di un suono particolare, un sound che si mantiene prezioso e costante sia che il gruppo sia muova in duo (Rinaldi e Chiavinato in “Lachrimae”, dell’inglese John Dowland, e “Gnossienne n. 1”, di Erik Satie) sia che si ascoltano tutti e tre gli strumenti come nelle altre nove tracce, tutte originali (ben sei di Francesco Ganassin) eccezion fatta per il brano di chiusura, “Parfume de gitane” firmato da Anouar Brahem. Tra i brani particolarmente suggestivo
Un’ultima ma non secondaria notazione: si tratta del disco d’esordio del gruppo, disco registrato live durante il concerto del 9 giugno 2016 all’Auditorium Candiani di e non è certo usuale che un album di debutto, registrato live, venga così bene: complimenti, quindi, non solo al gruppo, ma anche ai tecnici del suono, al pubblico evidentemente assai recettivo e a quanti hanno contribuito alla realizzazione dell’album.

Roberto Olzer Quartet – “Floatin’ in” – Abeat 168
Roberto Olzer è uno dei pianisti italiani che negli ultimi tempi si è messo particolarmente in luce ottenendo significativi riconoscimenti anche al di là delle frontiere. In particolare il precedente disco ( “Steppin out” registrato nel 2012 con Yuri Goloubev al basso e Mauro Beggio alla batteria) ha vinto il primo premio della rivista giapponese “Critique Magazine”, categoria miglior disco strumentale dell’anno 2013, davanti a artisti del calibro di Chic Corea, Stewe Swallow, Dave Holland. Per questa nuova fatica discografica Olzer ripropone il consueto trio arricchito dalla presenza di Fulvio Sigurtà, trombettista e flicornista di sicura valenza. In repertorio sette originals (quattro di Olzer e tre di Goloubev) e due brani ben noti come “Stella by starlight” di Victor Young e “Elm” di Richie Beirach. L’album si apre con i due brani forse più significativi: “Skyscapes”, di Yuri Goloubev e il già citato “Stella By Strlight”. La ballad del contrabbassista è impreziosita da pregevoli assolo di Fulvio Sigurtà al flicorno, dello stesso Yuri Goloubev e di Olzer ben sostenuti dal drumming mai invadente di Mauro Beggio; “Stella by Starlight” di Victor Young viene introdotta dal piano di Olzer per essere successivamente sviluppata da Sigurtà ancora una volta superlativo, mentre il contrabbasso di Goloubev quasi sposta l’ottica ben nota del brano su un altro piano sì da fornirne una lettura tanto originale quanto convincente. Se questi sono, come si accennava, i pezzi meglio riusciti, anche gli altri brani presentano elementi di grande interesse: dal soffuso lirismo di “Elm” ben reso da Sigurtà, alle invenzioni compositive di Balducci che declinano al meglio il concetto di semplicità che non significa banalità (si ascolti soprattutto “Still to Bill” (dedicato forse a Bill Evans?), alle suggestioni ritmo-armoniche di Goloubev.

Orchestra Operaia – “Into the ‘80s” – VVJ 111
Una bella carica di sano swing, un equilibrio sostanziale tra le sezioni e l’ottima qualità degli assolo sono le caratteristiche che segnano questo bell’album targato Jando Music, Via Veneto Jazz una collaborazione che oramai da tempo ci regala produzioni di tutto rispetto. La band è stata fortemente voluta dal trombettista e compositore Massimo Nunzi, che si è ispirato ai gruppi nati alla fine degli anni 20 negli Stati Uniti in reazione alla “grande crisi” che mise in ginocchio l’economia mondiale. Convinto che la ripresa e il riscatto passino attraverso la cooperazione, nel maggio 2013 Nunzi ha cominciato a mettere insieme un gruppo eterogeneo di suonatori. Certo, la sfida era ardua, difficile, ma Nunzi è non solo eccellente musicista ma anche uomo di carattere, convinto delle proprie idee, e così, dopo tanti sforzi, l’iniziativa ha preso forma: si è formato un ensemble di giovani musicisti provenienti da Roma e dintorni, ragazzi che hanno studiato il proprio strumento e hanno maturato esperienze con artisti di prestigio, ma che per colpa della congiuntura sfavorevole fanno sempre più fatica a trovare spazi e situazioni per esibirsi. Di qui la creazione di una orchestra assolutamente credibile e l’incisione di questo album anch’esso assolutamente credibile. Da un punto di vista squisitamente musicale, l’album risente – e non potrebbe essere altrimenti – delle concezioni musicali del leader, vale a dire un linguaggio che trova i suoi punti di riferimento non solo nel jazz di Gill Evans ma anche nella libertà stilistica di Frank Zappa così come – sottolinea lo stesso Nunzi – nel calore dell’afro-beat e del funk, nei ritmi della disco, del soul e del rap, nella musica televisiva e cinematografica. Insomma un insieme di input i più disparati che Nunzi riesce a maneggiare ed articolare con professionalità e inventiva. Alla realizzazione del disco hanno partecipato i Lone Arrangers, quattro giovani musicisti che hanno potuto fornire il loro contributo sotto la guida di Nunzi. Inoltre in alcuni brani si ascoltano le voci di Petra Magoni e Chiara Morucci, senza dimenticare la voce della giovane Marta Colombo, titolare dell’orchestra.

Enrico Quaranta – “The King is Returning” – emme Record 1701
Il batterista e compositore napoletano Enrico Quaranta, dopo un viaggio negli States, è tornato in Italia con una concezione diversa della musica, del jazz, una concezione che considera il jazz libero dagli schemi, dalla moda “proponendosi con una semplice ed umile personalità”. Di qui un album che tenta, per l’appunto, di liberarsi da qualsivoglia cornice per proporsi come una sorta di sintesi dal sapore internazionale che assorbe in sé diversi linguaggi, anche se l’atmosfera che si respira è quella di una profonda commistione soprattutto tra jazz e funky, grazie ad un groove incredibile che pervade l’album dalla prima all’ultima nota. Merito soprattutto del leader-batterista ma ovviamente anche dei compagni di viaggio scelti con oculatezza; così accanto a due punte di diamante, il sassofonista James Senese ben noto al pubblico italiano e il trombettista statunitense Jeremy Pelt, conosciuto nel 2016 allo Smoke Jazz Club di New York, figurano Francesco Maiorino al basso, Bruno Salicone al piano e tastiere, Andrea Rea al piano, Jerry Popolo al sax tenore, Umberto Muselli al sax tenore. In programma sette originals tuti firmati da Quaranta; l’album si apre con “Hello Brian” caratterizzato da un fitto eloquio tra il leader e James Senese che evidenzia ancora una volta il suo stile con quel sound così graffiante che ben conosciamo. Ma anche altri componenti del gruppo hanno la possibilità di porsi in evidenza: così Jeremy Pelt è superlativo in “Dont Worry About “, Umberto Muselli tradisce la sua discendenza coltraniana nella title tracke mentre “War and Peace “ è caratterizzato da una convincente improvvisazione di Bruno Salicone al pianoforte e da una lirica chiusura di James Senese.

Francesca Sortino – “Be Free” . A.MA. Records
Vocalist di sicuro spessore, Francesca Sortino è artista che mal sopporta le etichette, i recinti entro cui circoscrivere il proprio stile. Di qui la voglia di incidere un album assolutamente fuori dagli schemi avendo tra l’altro la possibilità di collaborare con qualcuno che le è molto vicino, vale a dire il figlio Diego Lombardo che si è occupato, con intelligenza e creatività, della produzione. Detto, fatto! Ed ecco questo “Be Free” che non esiterei definire uno degli album più sorprendenti e ben riusciti di questo 2017. Come si evince facilmente dal titolo, incasellare l’album è praticamente impossibile ché dentro ci si ritrova un po’ di tutto, dall’hip-hop all’elettronica, al jazz (in alcuni momenti richiama – non so fino a che punto consapevolmente – il Freddie Hubbard di “First Light”), il tutto impreziosito da arrangiamenti che sottolineano la grande dote musicale e il gusto assai personale del già citato Diego Lombardo. Così la ritmica è incalzante, trascinante a disegnare un quadro sonoro che, se non se ne conoscesse gli autori, potrebbe benissimo essere scambiata per musica black a tutti gli effetti. La voce della Sortino, mai scontata, graffiante, sicura, si inserisce alla perfezione nel calderone di suoni creato dagli accompagnatori tra cui alcune figure ben conosciute nel mondo del jazz quali Roberto Rossi, Pietro Lussu, Roberto Bonisolo e Alberto Parmegiani. Infine due parole sul repertorio; dei tredici brani eseguiti ben dieci sono originali mentre tre sono perle del songbook jazzistico: “Little Sunflower” musica di Freddie Hubbard e liriche di Al Jarreau, “La nevada” musica di Gil Evans e liriche di Cristiano Prunas e “Resolution” di John Coltrane con parole di Kurt Elling.

Trio Correnteza – “Correnteza” – Hemiolia
Tre artisti – Gabriele Mirabassi clarinetto, Roberto Taufic chitarra, Cristina Renzetti voce – particolarmente amanti della musica brasiliana impegnati su un repertorio interamente dedicato alla memoria di Antonio Carlos Jobim. Ce n’è già abbastanza per ingolosire gli amanti di questo genere che, credetemi, non resteranno delusi dall’ascolto dell’album, anzi! Il CD , che prende il nome (così come il gruppo) dalla corrente del fiume in portoghese nonché dal titolo di un bellissimo brano di Tom Jobim si articola attraverso quattordici brani di cui gli ultimi tre riuniti in una medley; c’è quindi spazio sia per alcuni classici per cui Jobim è conosciuto in tutto il mondo (da ricordare “Correnteza” che apre l’album, “Retrato em branco e preto”, “Chega de saudade” , “Desafinado”) sia per brani meno noti, ma altrettanto significativi dell’arte di Jobim. Ne scaturisce un gioiellino impreziosito, oltre che dalle già citate composizioni, dalla “pulizia” della registrazione effettuata nella chiesa di Santa Croce di Umbertide senza alcun intervento in fase di post- produzione e dalla bravura dei tre musicisti che si muovono con una intesa perfetta. Così al clarinetto di Mirabassi e alla voce della Renzetti è dato il compito di disegnare la linea melodica, mentre Roberto Taufic si carica il peso dell’impianto ritmico passando in alcune fasi a sostenere Mirabassi nella preziosa attività di contrappunto alla Renzetti, senza che si avverta un attimo di stanca, di indecisione, di impasse. La musica scorre fluida, coinvolgente cosicché la fine dell’album arriva quando meno te lo aspetti.

Ti è piaciuto l'articolo? Lascia un commento!

Commenti

commenti