Bearzatti, Falzone, Gallo e De Rossi: il rock, il pop e Thelonius Monk

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Foto di Adriano Bellucci

Roma, Vittoriano, Terrazza Italia, 7 luglio 2017
Monk’n Roll
Tinissima 4tet

Francesco Bearzatti, clarinetto e sax tenore
Giovanni Falzone,
Danilo Gallo, basso
Zeno De Rossi, batteria

Quando pensavi che su Thelonius Monk si fossero oramai compiute musicalmente tutte le operazioni possibili – posto che il Jazz è una vena inesauribile, certo, e improvvisarvi o reinterpretare è un qualcosa che non si può prevedere del tutto – ti capita di andare ad ascoltare Monk’nRoll (cd edito da CAM Jazz) di Tinissima 4tet. Le tue quasi certezze si scardinano e passi un’ ora e mezzo intensa, divertente, anzi entusiasmante e, se come chi vi scrive, sei lì per poi doverne dare conto, fai anche molta attenzione a quanta preparazione e carica creativa vi sia dietro quella curiosa operazione.

Siamo a Roma, nella Terrazza Italia del Vittoriano, al tramonto di una sera estiva. E’ lì che si svolge  Musica al Vittoriano (appuntamenti tra Jazz e altro) nell’ ambito  di Art City, rassegna di arte, architettura, letteratura, musica, teatro, danza e audiovisivo organizzata dal polo museale del Lazio nell’arco di tutta l’estate romana.
Il luogo è affascinante, come si può immaginare, i posti esauriti, sold out. Mentre si attende l’inizio del concerto si guarda rapiti il panorama: la terrazza domina la città. Fino a quando non comincia la musica.
Monk’n roll si basa su un’idea pressoché geniale: mescolare il jazz di Thelonius Monk al rock e anche al pop. Come? Intrecciandoli tra loro. Letteralmente, intrecciandoli, come se fossero due fili colorati a contrasto. Quello che avviene è che chi ascolta percepisce nettamente due linee che riconosce, eppure quelle sono strettamente intrecciate.
E’ una specie di rompicapo che non puoi fare a meno di seguire su due piani: uno, quello che ti trascina emozionalmente, l’altro (specie se devi scriverne poi in un secondo momento) quello che ti porta a cercare di capire perché quella musica è così trascinante.

I Tinissima entrano in scena con una introduzione ricca di materiale sonoro, una sorta di presentazione di ciò che sta per avvenire. Mi sbaglierò ma vagamente appare anche Gershwin. Poi, per nulla vagamente, ecco Bemsha avviluppato a Another one bites the dust dei Queen. Non mi andrebbe di stare attenta, mi andrebbe di fare ciò che sta facendo la gente in platea: lasciarsi trasportare da questa specie di positiva schizofrenia jazzrockistica ma non posso farlo. I Queen sono affidati al basso di Danilo Gallo e alla batteria di Zeno De Rossi, Monk è affidato al sax tenore di Francesco Bearzatti e alla tromba di Giovanni Falzone. La parte tematica di entrambi i fronti è volutamente cristallina, inizialmente, e cattura l’attenzione in maniera totalizzante, proprio perché ti trovi in mezzo ad una sorta di rebus, ad un arcano che ti confonde nonostante la soluzione sia ad un passo, specie se hai amato sia Monk che i Queen. Ti trovi a voler seguire entrambe le linee melodiche, la linea armonica si adatta ad entrambe e tu sei in mezzo. Poi l’enigma si scioglie nei soli improvvisati di tromba, di sax, di batteria, poi si ritorna agli obbligati per la tromba il sax, poi il pezzo si chiude e tu sei lì che cerchi ancora di capire cosa sia successo di così elettrizzante.


Il gruppo durante tutto il concerto mostra un estro creativo inesauribile, una serie quasi infinita di trovate espressive. Gli strumenti vengono utilizzati con tutte le funzioni possibili. Può capitare che le note acute del clarinetto svolgano una funzione ritmica. O che su uno strenuo ostinato di basso Bearzatti crei un’improvvisazione soffiando solo sul bocchino e l’ancia del clarinetto stesso. Il basso (versatile, duttile, ma anche potente) di Danilo Gallo può assumere di volta in volta una funzione prettamente ritmica o addirittura straniante, magari reiterando un riff in 7/4 (o 7/8? non saprei dirvi adesso),  ma può aprirsi anche in accordi dal voicing di una grande pienezza armonica, indispensabile in alcuni momenti della performance.
Se la tromba di Falzone espone un tema, il sax tenore di Bearzatti fornisce affondi armonici toccando note fondamentali per la comprensione dell’accordo attuale in quel momento, oppure improvvisa, magari simulando efficacemente una chitarra elettrica.


Il set della batteria di De Rossi, jazzistico, può risuonare come un set rock, in un’alternanza continua tra due mondi sonori.
Round Midnight inspiegabilmente si fonde alla perfezione con Walkin’ on the Moon dei Police.  L’inconfondibile linea di basso la garantisce Danilo Gallo, mentre Francesco Bearzatti e Giovanni Falzone si prendono in carico Thelonius Monk, fino a quando, eseguendo il ritornello di Walkin’ on the Moon a due voci invadono il campo del basso, per poi tornare a Round Midnight. Tu sei ancora lì che cerchi di risolvere l’arcano ed ecco che ancora Gallo e De Rossi ti presentano Billie Jean di Michael Jackson mentre Francesco Bearzatti e Giovanni Falzone vi saldano indissolubilmente Walkin Bad: sembrano nati così i due brani. Sono come due parti di un puzzle finalmente ricostruito, e non me ne vogliano i puristi del Jazz.
Under Pressure
dei Queen sembra legato a Brilliant Corners come un gemello siamese eterozigote, e Walk on the dark side di Lou reed a Criss Cross:  appaiono dopo un omaggio di Bearzatti a Roma, che, calata la sera, risponde a Rugantino risplendendo sotto la Terrazza Italia. Il clarinetto e la tromba cantano a due voci giocando con accenti, dinamiche, sfiorando non si sa come anche un po’ di Messico (l’ho sentito solo io? Magari sì, ma non importa) e tornando da Lou Reed a Rugantino.


Walk this Way  degli Aerosmith emerge, potente, dal basso imprescindibile di Danilo Gallo, e ad esso si abbraccia strettamente Straight no Chaser : il sax interagisce proprio con il basso, Falzone rumoreggia con la sua voce, Zeno De Rossi esplode in un assolo fantastico e tu trovi una delle risposte al quesito “cosa è la creatività”? Ce l’hai avuta davanti per un’ora e mezzo sul palco del Vittoriano durante una sera estiva.
Thelonius Monk avrebbe ballato ascoltando Tinissima 4tet, quasi certamente avrebbe ballato: il quasi lo tengo in serbo per salvarmi dai puristi del Jazz!

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