Due fisarmoniche e un pianoforte a coda colmano la piazza di suoni sorprendenti

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Foto di Adriano Bellucci

Ortaccio Jazz Festival, Vasanello
15 luglio 2017, ore 22

LIBERI!

Antonello Salis, fisarmonica, pianoforte
Simone Zanchini, fisarmonica, live electronics

La mia seconda serata di permanenza a Vasanello vede sul palco uno dei concerti (secondo me) più interessanti ed intensi di questa mia estate di musica.
La fisarmonica è uno strumento verso il quale vivo un amore contrastato, e posso anche dirne il perché: durante un concerto di Richard Galliano, quest’ultimo fagocitò talmente tanto il suo compagno di palco Gonzalo Rubalcaba da risultarmi purtroppo un po’ petulante. Annullò, coprì, ogni accenno del suo linguaggio pianistico a volte ermetico, spesso poetico, e questa sensazione mi è rimasta a lungo.
Il duo Salis Zanchini mi ha definitivamente riconciliato con questo strumento bellissimo riuscendo a scardinarne le potenzialità espressive, quelle usuali, quelle che ci si aspettano.
Salis e Zanchini ad Ortaccio Jazz si rincontrano dopo una serie di concerti avvenuta qualche tempo fa, e non escludono di poter, da ora in avanti, registrare un disco, insieme, rigorosamente dal vivo.
Il che sarebbe perfetto, perché questi due artisti fondano la loro performance sull’improvvisazione estemporanea, nonostante emerga di continuo materiale tematico riconoscibile, che funge da temporaneo porto di approdo a chi ascolta e viene emozionalmente travolto da un flusso continuo di suoni, note, ritmi, trovate armoniche, che si susseguono quasi senza sosta.
Non è certamente un caso che  questo progetto si chiami LIBERI! . Me ne hanno parlato in questa piccola intervista che ho realizzato prima del concerto per Radio Tuscia Events !


Salis e Zanchini salgono sul palco. L’uno si posiziona davanti al pianoforte, l’altro sistema la sua fisarmonica, e comincia da subito un inseguirsi, un sollecitarsi, un ispirarsi reciproco che non si fermerà nemmeno un attimo fino ad arrivare alla fine del concerto.
Appare, si concretizza, Caravan in un contesto quasi adrenalinico, e quel tema rimane costantemente sotteso, magari anche solo con l’enfatizzarne sapiente la parte ritmico .
Quello spessore sonoro imponente improvvisamente si assottiglia, fino a diventare una melodia addirittura dolce ed evocativa, o un momento armonico placido e morbido.
Siamo lì a riprenderci da quei contrasti che il pianoforte diventa una , mentre Zanchini alla fisarmonica suona Amarcord: e il tutto diventa deliziosamente nostalgico, rarefatto, ma nulla è citazione pedissequa: Salis rumoreggia con i coperchi sulle corde del pianoforte, come è suo uso voi direte, sì lo è. Ma cambiano l’intento, e anche l’impeto. E dunque è tutto sempre stranamente nuovo.
Gli standards o comunque le musiche note sono intervallati da lunghe digressioni totalmente improvvisate, o anche, rimane un benefico dubbio di cui in realtà non interessa la soluzione, le digressioni improvvisate vengono intervallate da standards o musiche note. Il buono, il brutto e il cattivo emerge quasi improvvisamente e viene espansa, enfatizzata per poi scemare di nuovo.


Tra Salis e Zanchini l’empatia è pazzesca. I cambi di registro o di atmosfera sono estemporanei e contemporanei, così come gli approdi alla momentanea, e a volte giocosa, tranquillità.
Gli assoli di entrambi gli artisti possono essere di stampo classico quasi organistico o contrappuntistico o richiamare da lontano le modalità della musica tradizionale, o sfiorare il Jazz, o reiterare all’infinito una cellula melodica che ad ascoltarla bene è densa di quelle che nella musica popolare si chiamano “microvarianti”.
In ognuno di questi casi i suoni riempiono, saturano l’aria. Le due fisarmoniche, o la fisarmonica e il pianoforte, o la fisarmonica e la scatoletta di tonno percossa da Salis sono un’unico strumento, si fondono, sia nei pianissimo o negli stupefacenti momenti di amplificazione dell’insieme. Appare il Bolero di Ravel e quella fissità armonica e ritmica è compensata dalla continua ricerca di tutti gli effetti acustici e timbrici possibili. E ancora ecco il tango, e episodi improvvisati torrenziali, e il rientro in zone tonali, e la sigla storica di 90′ minuto in versione latin, e St.Thomas di Sonny Rollins. E durante il bis una incantevole e quasi surreale One day my prince will come , che sfocia in un bellissimo chiasso finale in totale contrasto con l’atmosfera del brano originale, per poi tramutarsi nel tema di Star Wars.
Gli organizzatori di Ortaccio Jazz hanno regalato a chi c’era un concerto che non esagero nel definire indimenticabile.

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