Intervista con la vocalist udinese

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Udine, 08/07/2017 – UDIN&JAZZ 2017 – ETHNOSHOCK – Corte Palazzo Morpurgo – GIORGIA SALLUSTIO 5ET “Around Evans” – Giorgia Sallustio, voce / Roberto Cecchetto, chitarra / Rudy Fantin, rhodes, hammond / Roberta Brighi, / Evita Polidoro, batteria – Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2017

Nata a Palmanova in provincia di Udine, Giorgia Sallustio è artista dotata di significativa preparazione di base. Diplomata col massimo dei voti e laureata presso il conservatorio G.Cantelli di Novara in chitarra classica, ha studiato canto lirico, moderno e jazz, conseguendo una seconda laurea in canto jazz presso il conservatorio G. Verdi di Como. La sua passione per il canto si rivela precocemente all’età di 3 anni, quando vince il suo primo concorso canoro locale. Nel corso degli anni partecipa e vince numerosi concorsi locali ed internazionali. Quest’anno ha partecipato con successo al Festival Udin&Jazz presentando il suo ultimo progetto “Around Evans”. E noi l’abbiamo intervistata proprio alla fine dell’applaudita performance.

Come è nata l’idea di questo progetto?

“Direi in modo del tutto naturale. Ho sempre amato Bill Evans e ho sempre pensato che un giorno o l’altro mi sarebbe piaciuto cimentarmi con questo tipo di repertorio. Quando ho ritenuto che finalmente fosse giunto il momento, ho chiamato alcuni eccellenti musicisti ed abbiamo realizzato il disco che forse conoscerai “Around Evans” uscito per la Caligola nel 2015”.

  • Sì, lo conosco e devo aggiungere che si tratta di un album apprezzabile; ma l’organico è completamente diverso rispetto a quello con cui ti sei presentata a Udin&Jazz

“Certo nel disco ci sono Nevio Zaninotto al sax tenore e soprano, Alessandro Castelli al trombone, Rudy Fantin al piano e al Rhodes, Raffaele Romano al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria cui si sono aggiunti in alcuni brani come special guests Alberto Mandarini tromba e flicorno e Giuseppe Emmanuele piano e arrangiatore del pezzo di Bacharach “A House Is Not a Home”. Ma, come puoi ben capire, portare in giro un gruppo così numeroso oggi è impresa a dir poco difficile. Di qui la necessità di ricorrere ad un organico più leggero”.

  • Che comunque ha dato risultati eccellenti…

“Sì, sono molto soddisfatta del risultato. Ma i musicisti che hanno suonato con me sono tutti di ottimo livello, sono davvero fortunata e onorata di poter condividere la musica ed il palco con loro.”

  • Vogliamo ricordarli?
  • “Certo: ancora Rudy Fantin, e poi Roberta Brighi basso, Evita Polidoro batteria e Roberto Cecchetto alla chitarra”.

  • Una curiosità: dove hai scovato la bassista davvero brava sia per il sound sia per il senso della costruzione armonica?

“Hai ragione, è davvero molto brava. Comunque per rispondere alla tua domanda, abbiamo studiato assieme al Conservatorio di Como e suoniamo insieme da qualche tempo in un’altra formazione (L.W. sextet) capitanata dalla stessa Roberta Brighi con cui abbiamo di recente registrato ciò che già proponevamo dal vivo ovvero musiche di Ornette Coleman di cui Roberta ha curato interamente gli arrangiamenti.”

  • Come mai hai inserito una chitarra?

“Come abbiamo visto, nel disco c’erano i fiati; per i live era quindi necessario uno strumento che in qualche modo li rimpiazzasse, essendo però in grado di interloquire con il piano. Ecco, la chitarra mi ha sembrava uno strumento adatto soprattutto se suonato da un artista come Cecchetto capace di creare delle atmosfere uniche mettendosi completamente a servizio della musica”.

  • Adesso parliamo un po’ del repertorio; come hai scelto i brani?

“Beh, questo è stato un lavoro piuttosto difficile essendo tanti i brani di Evans che conosco e che mi affascinano. Comunque ho scelto quelli che sentivo più vicini alla mia sensibilità cui ho aggiunto alcuni standards jazz che egli aveva amato e riproposto nelle registrazioni e dal vivo, inserendo in repertorio anche alcune composizioni originali”.

  • Sia ascoltando il disco sia nella performance di poco fa, c’è un elemento che mi ha colpito: l’estrema naturalezza con cui canti, con cui interpreti brani anche difficili. Da dove ti deriva questa sorta di sicurezza?

“Sono felice che traspaia questo, il canto è stato per me canale espressivo privilegiato sin dalla tenera età, cantavo come azione spontanea e in qualche modo liberatoria, ludica ed inconsapevole come solo i bambini sanno fare. Sono cresciuta in una famiglia di amanti della musica anche se non di musicisti che ha saputo nonostante tutto assecondarmi nelle mie inclinazioni naturali e passioni. Ho ancora memoria della prima esibizione durante un concorso locale all’età di tre anni, quando ancora del tutto inconsapevole, mi apprestavo a fare ciò che mi divertiva e piaceva, non ci fu nessuna forzatura da parte della mia famiglia ma già una mia totale e spontanea adesione alla musica ed in particolare al canto. Per anni è prevalsa la componente istintiva nel canto inteso come urgenza espressiva anche se nel frattempo decisi di cimentarmi nello studio della chitarra classica in conservatorio e per alcuni anni del clarinetto. Ho vissuto per molto tempo questa sorta di dualità, spaccata tra studi accademici che ho portato a termine con determinazione e ottimi risultati, ed una modalità di apprendimento che definirei di “tradizione orale” basato principalmente sulla pratica, su quella sul campo e anche sullo studio inizialmente con approccio imitativo, di maestri che definirei inconsapevoli attraverso l’ascolto dei loro dischi, o dei concerti. Probabilmente non è un caso che attraverso il canto mi sia avvicinata in tarda adolescenza al jazz ed abbia continuato ad amarlo facendone motivo successivamente di studio continuativo ed approfondito anche attraverso seminari, workshops sino alla volontà di seguire comunque un percorso accademico anche per la voce come per la chitarra, nell’intento di cercare la mia strada. Credo alla fine che questa dualità da me percepita, a tratti con sofferenza, sia stata fondamentale nel mio percorso di musicista e mi abbia in realtà permesso da un lato di acquisire degli strumenti di conoscenza infondendomi inoltre un senso della disciplina e del raggiungimento degli obiettivi e dall’altro, la possibilità di preservare la manifestazione della mia espressività ed individualità scongiurando mi auguro, un’omologazione in cui si può incappare in ciò che spesso è accademia e proposta accademica. Penso che questa naturalezza di cui parli anche nell’interpretazione di brani difficili, sia il prodotto di tutto ciò che ho descritto sopra, delle mie esperienze sul campo acquisite negli anni e nella scelta di un repertorio sentito e a me congeniale. Sulla sicurezza invece devo confessare di doverci ancora lavorare parecchio…è pazzesco come la maggior consapevolezza che dovrebbe essere motivo di fiducia nelle proprie capacità diventi per me spesso motivo di incertezza…è nella mia natura di persona emotiva e a tratti molto severa, autocritica e perfezionista ma credo che questa mia caratteristica rappresenti nel contempo la mia fragilità ma anche la mia forza e probabilmente sia frutto più di un travaglio interiore che di una reale evidenza delle cose.”

  • Cosa ha significato l’essere diventata musicista a tutto tondo e a tempo pieno? Come ha influito sulla tua crescita di donna?

“Ha significato più di ogni altra cosa passione, dedizione e cura. Penso di non esagerare quando dico di aver votato l’esistenza alla musica. Con una buona dose di entusiasmo, curiosità e spirito di sacrificio ho tracciato il mio percorso musicale, fatto naturalmente come per tutti, di alti e bassi e di momenti facili e altri meno. Mi piace dare poi un duplice significato alla parola cura quando penso alla musica, da un lato la premura, l’impegno, porre un’attenzione particolare e quotidiana a ciò che si fa per farlo al meglio possibile e dall’altro cura come medicina e balsamo per l’animo che si nutre di bellezza, nel senso lato del termine. Penso che la musica sia stata un’ottima compagna di vita sino ad adesso e mi auguro lo sia ancora per molto tempo ed ha senz’altro influito in maniera decisiva nella mia crescita prima che come musicista come appunto donna: diventare musicista ha comportato e continua ad implicare per me un’incessante riflessione sulla mia persona, sui miei limiti e possibilità, sulla gestione delle emozioni, sull’espressione autentica di se stessi, sulla comunicazione e l’interazione con l’altro e molto altro ancora, quando non è puro piacere e immersione totale nel repertorio che si sta affrontando o creazione di qualcosa ex novo. All’atto pratico direi poi che per una donna ma in generale per ogni individuo, senza fare distinzioni di sesso, è sempre complicato far coincidere tutto ciò che implica semplice gestione delle cose di vita quotidiana, affetti e lavoro, però quando accade qualcosa di meraviglioso come il contatto con la musica, quando le tue passioni ed inclinazioni naturali finiscono per coincidere con il tuo stesso lavoro, quando esso sia suonare, calcare un palco o trasmettere la propria esperienza ad altri, non si può che essere grati alla vita.”

  • Puoi ricordarci le tappe fondamentali della tua carriera?

“Mi sono affacciata al mondo della musica ed in particolare del canto sin da piccola e nel corso degli anni ho sentito la necessità di approfondire gli studi, conseguendo dapprima diploma e laurea in chitarra classica e successivamente quella in canto jazz, presso i conservatori di Novara e Como. Mi piace definirmi senza presunzione alcuna, una musicista dalla formazione poliedrica poiché durante il mio percorso musicale ho spaziato molto, senza aver avuto in un certo senso la fortuna di un tracciato lineare sin da subito, come ad alcuni ragazzi capita. Ho quindi un passato musicale caratterizzato anche da incursioni nel pop-soul. Nel frattempo non ho mai abbandonato la mia grande passione per il jazz continuando a coltivarla approfondendo le tecniche di improvvisazione vocale e partecipando a diversi seminari e workshops tenuti da artisti tra i quali Norma Winstone, Sheila Jordan, Maria Pia de Vito, Tiziana Ghiglioni, Jay Clayton, Gianna Montecalvo, Bob Stoloff, Roberta Gambarini, Jen Shyu, Cinzia Spata e vincendo alcune borse di studio in palio per i migliori corsisti. Continuo a dedicare al jazz il mio presente musicale ed ho avuto la fortuna di avere degli ottimi insegnati e di collaborare con importanti musicisti della scena jazz italiana esibendomi presso diverse rassegne, festival, teatri, sale da concerto e club. Nonostante sia attiva da molti anni con concerti, progetti, collaborazioni ed incisioni, mi considero sostanzialmente agli esordi, poiché mi sono timidamente affacciata al mondo del jazz con il mio primo lavoro discografico da leader, solo pochi anni fa, nel 2015. Il disco dal titolo “Around Evans”, come si diceva, è uscito per la Caligola records e contiene i brani che poi ho presentato con una nuova formazione al concerto di Udin&Jazz.”

  • Qual è l’artista cui ti senti spiritualmente più vicina?

“Potrei citare tantissimi nomi di artisti del passato ed attuali che mi piacciono, che mi hanno influenzato, che stimo musicalmente ma sentirsi spiritualmente vicino ad un artista è qualcosa di più che tutto ciò. Perciò a rischio di sembrare ripetitiva e monotematica, devo fare il nome di Bill Evans. Per me questa vicinanza è data dall’affinità profonda che percepisco con la sua musica, un amore che è puro, disinteressato e non è un caso che il mio primo disco da leader sia un omaggio proprio alla sua figura. È qualcosa di viscerale che muove dentro, difficile da descrivere, è quella spinta propulsiva che ti spinge a voler approfondire ogni aspetto non solo musicale attraverso lo studio dei suoi brani ma dell’intera figura dello stesso, l’uomo che era e le vicende di vita riportate nei libri, per captare qualcosa in più, per poter comprendere di più la figura dell’artista nella sua interezza. Il lirismo ed il potere evocativo della sua musica, a mio avviso d’una struggente bellezza, musica che contiene in sé i germi della modernità e che trovo possa essere per certi versi ancora attuale, che ascolterei senza stancarmi mai ed in cui trovo continuamente qualcosa di cui sorprendermi. Riconosco infine in Evans una figura di sintesi e collegamento tra aspetti importanti per una musicista che come me non è nata in America ma in Europa ed è alle prese con una musica di matrice afro-americana proposta in un contesto europeo in cui è nata e cresciuta e da cui è inevitabilmente influenzata.”

  • Come mi accennavi, qualche volta ti sei avvicinata anche al pop…

“Si in passato, poco più che ventenne, incisi per le major discografiche Warner e Sony alcuni brani che a livello commerciale ebbero un inaspettato successo ed in seguito mi portarono in tour all’estero e in Italia ed a partecipare a trasmissioni televisive della Rai e delle principali emittenti radiofoniche. Successivamente collaborai con i “Dirotta su Cuba” per un periodo, dopo che la storica Simona Bencini aveva lasciato il gruppo per intraprendere la carriera solista, entrando a far parte del loro nuovo progetto multi-featuring. Sono state esperienze musicali che ormai sento lontane ma che mi hanno permesso di conoscere e collaborare con musicisti di valore di cui conservo ancora un ottimo ricordo.”

  • Nell’attuale situazione cosa può dare il pop al jazz e cosa può dare il jazz al pop?

“È davvero difficile rispondere a questa domanda…le classificazioni sono forme di semplificazione che aiutano in qualche modo a contestualizzare e forse abbiamo tutti bisogno chi più chi meno, di circoscrivere e a volte incasellare, dare un nome alle cose, per imparare anche a discernere l’offerta musicale ma ultimamente mi sto sempre più convincendo che la cosa importante nella musica sia abbandonarsi a quello che si è, a prescindere dal linguaggio, stile, genere con cui si sta comunicando e quindi considerare la musica come un luogo in cui non vi siano confini a patto che ci si faccia portatori di un messaggio autentico e sincero. Non è certo cosa facile ma è cosa auspicabile per chiunque voglia fare della musica la propria professione e ovviamente richiede intelligenza, sensibilità e capacità di assimilazione e approfondimento dei linguaggi, poi rispetto e curiosità e tanta voglia di esplorare. In quest’ottica direi che un certo tipo di pop ha dato e può dare al jazz la possibilità di allargare lo spazio circostante e sconfinare in altri territori, il musicista diventa un vero e proprio viaggiatore che ha sempre voglia di esplorare, di aggiungere possibilità di espressione e mi viene subito in mente l’esempio di Mehldau…e ad ogni modo credo che vi sia un precedente di tutto ciò nella tradizione jazzistica dato dalla consuetudine di proporre il repertorio pop della propria epoca, basti pensare che molti standards sono comunque canzoni che arrivano da Broadway o da Hollywood. Il jazz di contro credo sia portatore sano di libertà che trova sua espressione in particolare nell’improvvisazione individuale e collettiva, sempre coscienziosa e mai lasciata completamente al caso. Al pop potrebbe dare un approccio diverso cui guardare al materiale musicale. Forse in entrambi i casi potrebbe avvicinare un certo tipo di pubblico ad una musica che normalmente non ascolterebbe.

 Come valuti questa sorta di moda per cui molti cantanti “leggeri” si ripresentano con una sorta di riverniciatura jazz?

“Nella risposta precedente parlavo della necessità di percepire la musica senza distinzioni come una totalità, come esperienza se vogliamo universale che va abbracciata nella sua interezza. Rimane il fatto che il confine tra la naturale mescolanza e reciproca influenza a cui è sottoposta la musica da sempre e che si rivela specchio di ciò che normalmente accade all’umanità in particolare nell’epoca in cui viviamo dove la globalizzazione ha accelerato il processo di circolazione delle informazioni ed il continuo flusso di scambi, diventa veramente labile se si perde di vista a mio avviso una cosa fondamentale: la sincerità nell’espressione e l’autenticità. Il più delle volte tradire se stessi si accompagna a poca onestà intellettuale e si rischia così di far diventare talvolta la musica una mera operazione commerciale con l’unico intento di guadagnare denaro. È così che considero questa “moda”, non sempre sia chiaro ma solo laddove scorgo disonestà intellettuale e mancanza di autenticità, ho la tendenza a percepirla come una sorta di rappresentazione grottesca del jazz dove non c’è un vero e proprio vissuto, non c’è organicità, dove la musica è svuotata di significato e contenuti. Una musica che non ha nulla a che fare con la mescolanza, commistione, crossover che portano alla scoperta di percorsi inediti, e ha un senso artistico o comunque di ricerca personale, ma che punta esclusivamente al guadagno facile con l’impiego di risorse minimo”.

 

 

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