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Ora che si vanno gradualmente spegnendo i riflettori dei media sulla felice missione settembrina a New York di Teatro del Giglio di Lucca e Lirico di Cagliari, per un allestimento di La fanciulla del West, a firma Meena-Stefanutti, coprodotto unitamente a N.Y.C.O e Opera Carolina, messo in scena al Rose Theatre del Jazz At Lincoln Center, viene ancora una volta da riflettere sulla particolare sensibilitá artistica che portò Giacomo Puccini a concepire quest’opera ed a rappresentarla al Metropolitan nel 1910, anticipando di fatto di un anno la “prima” di Treemonisha, di Scott Joplin.

Il L.I.S.A. e-journal la definiva, nel 2006, la prima opera “americana”. E si legge su “La Scala Magazine”, sul numero 5 del 2016, che “Luciano Berio avrebbe voluto far rappresentare Fanciulla in forma di musical riorchestrato per una jazzband modello Broadway: la riscrittura, nelle sue mani, sarebbe senz’altro una prosecuzione della modernità di Puccini – una specie di balzo in avanti nel tempo”. Così si è espresso quel Riccardo Chailly che, altrove, accosta Puccini a Gershwin, il più grande creatore dell’armonia “in tutto il novecento”. Rimandi a Puccini peraltro si rinvengono in Un Americano a Parigi. Ma allora questa storia di pistoleri e pionieri, pellerossa e cercatori d’oro del Golden West si sarebbe potuta mutare in … La Fanciulla del Jazz? Non propriamente. Intanto dentro c’è “Wagner En Travesti” per riprendere un titolo di Michele Girardi. Ma è anche vero che nel melodramma si intravede quell’american heritage musicale – melodie dei nativi, canti popolari, ritmi sincopati- di cui Puccini si era interessato. Uno dei circa trenta temi che vi ricorrono, per esempio, è una Zuni Melody indiana. Non mancano cakewalk ed arie folk per creare l’atmosfera giusta: “il colore della musica americana gioca un ruolo particolare; essa s’afferma, da una parte nella monotonia del canto indiano, dall’altra nelle forme piene di vita, á la façon de jazz, o ancora meglio come dei ragtimes e i fiori di retorica della musica dei cercatori d’oro” (Hans-Hürgen Winterhoff, La fille du FarWest. Chefd’oeuvre méconnu?).

Ovviamente quella melodico-lirica rappresenta la componente italica predominante che trova sponda libera nella corposa minoranza dei nostri emigrati e fa breccia anche presso i numerosi appassionati di teatro musicale operistico di lingua inglese.

Al riguardo Deborah Burton, nel saggio The Rhythms of Puccini’s Fanciulla del West, puntualizza che le culture rappresentate nell’opera sono “Native Americane, Latino and White European”.

Tutto ha inizio nel 1907 quando Puccini si reca negli U.S.A. per assistere a una stagione lirica al Metropolitan con solo sue opere in cartellone.

Un viatico che gli fa assaporare l’humus sonoro di quel continente.

Da lí la scelta, non senza incertezze, del libretto The Girl Of The Golden West di David Belasco, con il riadattamento di Zangarini e Civinini, opzione che si sarebbe rivelata idonea a rappresentare un mondo che andava affascinando altri musicisti europei. Guido Marotti notava in “Giacomo Puccini intimo” nel ’25, che il Nostro era stato “il primo musicista europeo a fruire dell’elemento folkoristico nord-americano dopo Antonio Dvôrjàk, il quale ci ha mostrato l’America in quella sua geniale “lettera musicale agli amici: la Sinfonia dal Nuovo Mondo“. E forse certe suggestioni gli erano pervenute e le avvertiva in qualche modo familiari perché insite in varia musica di autori che guardavano al nuovo. Debussy, anzitutto.

Era una fase delicata della propria vita e della propria attività compositiva quella che, in quegli anni, stava attraversando. Il Maestro era preso da “tanta smania di andare avanti” e da una sorta di febbre dell’oro-ispirativa. Un Puccini “moderno”, un “secondo Puccini”, lo si sarebbe visto proprio con Fanciulla “in bilico fra passato e presente, fra l’immediatezza dell’istinto e la curiosità e il rovello della ricerca, quel voler esser fedele ai punti di partenza di una lunga tradizione (…) e la volontà di non restare indietro” come ha argomentato Leonardo Pinzauti.

Il musicista, al momento della svolta stilistica, aveva giá guardato all’esotico – la Pechino di Turandot o il Giappone di Madame Butterfly – nel lasciarsi alle spalle l’esperienza verista.

Era il passaggio dal glocale al globale, su un parallelo est-ovest.

La Girl segnava uno step decisivo nel suo percorso artistico con l’approdo pieno all’opera internazionale, del resto anche il suo modo di essere era da “elegante cosmopolita” come si evidenzia nella biografia di Mary Jane Phillips-Matz.

Nello specifico l’Ovest, il mito di un (not old) Wild West, a suo modo poteva ancora dirsi “esotico”. Ma non sarebbe bastato lo scenario della selva californiana, miniere e saloon a render significativo questo lavoro se Puccini non avesse messo in mostra la strumentazione che sarà elogiata da Webern, la raffinatezza formale di una partitura che Ravel consiglierà agli allievi, la presenza brillante di un’orchestra di cui Gavazzeni specificherà il protagonismo, la pulsazione che Enzo Siciliano, nella sua monografia edita da Rizzoli, apprezzerà: “Puccini arriva in Fanciulla a dare il ritmo di un treno in corsa all’orchestra”.

Sul piano vocale e attoriale appaiono poi intense le tonalitá drammatiche e coerenti i profili psicologici, a partire dalla bronzea Minnie, ricompresa nel classico triangolo fra due uomini che se la contendono, e che non soccombe fisicamente, a differenza di altre eroine pucciniane.

Oggi ci sono musicisti come Enrico Rava e , Danilo Rea e Riccardo Arrighini, Marcello Tonolo e Michele Polga, Madelyn Renèe e James Barry che hanno ripreso e riarrangiato arie dell’ultimo grande Genio del melodramma.

Ma, al di là delle ricontestualizzazioni più o meno jazzistiche, la cotée “americana” di questo artista europeo affonda radici ben più lontane nel tempo.

Che risalgono a quando, a inizio del secolo scorso, delineò una personale idea di concertazione di una Nuova Frontiera Sinfonica a far da sfondo armonico all’America reale ed a quella cinematografica e dell’immaginario collettivo degli anni a seguire.

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