Una recensione bipartita.

Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Le foto sono di ADRIANO BELLUCCI

, lunedi 22 gennaio 2018, ore 21

Sala Teatro Studio Borgna
FLY TRIO
 sax and clarinet
Larry Grenadier bass
Jeff Ballard drums

Recensione, Parte I

Tre fenomeni del Jazz come Mark Turner, Larry Grenadier e Jeff Ballard non possono che suonare in modo fenomenale.
Fly Trio è un esempio perfetto di quel Jazz che gode della sintesi impeccabile tra musica scritta con cura a livello quasi contrappuntistico e la capacità di travalicarne i rigidi schemi con parti improvvisate ricchissime di spunti che non rimangono mai inascoltati dai tre componenti del gruppo. Ogni idea lanciata dall’uno, passa meticolosamente al vaglio degli altri due: viene colta, reinterpretata, restituita in altra forma. Un riff melodico del sax può essere subito dopo “cantato” dalla batteria. Un piccolo ostinato di può essere espanso dal sax. Un pattern ritmico della batteria può diventare la base per un solo di .
Negli obbligati le parti le si possono immaginare disegnate come tre linee che partono correndo unite, improvvisamente si dividono aprendosi in percorsi a raggiera, per poi riavvicinarsi e correre parallele. Unisoni, improvvise aperture a raggiera, rientri in andamenti a due voci con intervallo minimo e la batteria omoritmica, ritorno all’unisono e sempre sempre una tendenza a procedere oltre. Ogni brano è un viaggio senza “fermate espressive intermedie”, in cui ci si ferma solo al termine del pezzo.

La sintonia tra Turner, Grenadier e Ballard è totale. Ed è importante in un concerto in cui l’enfasi non è né sull’ aspetto melodico, né su quello armonico, e che piuttosto è, come appena accennato, proprio in quel procedere in avanti, insieme, partendo da parti obbligate e macinando idee continue che si sviluppano in corsa, improvvisando, in quella corsa che ha il suo termine dopo aver percorso tutte le strade possibili insieme, dandosi il cambio alla guida. Quando il sax tace, emerge il contrabbasso che prende il comando fino a quando, al momento giusto non esce fuori l’inconfondibile batteria di Ballard, capace di momenti di quasi (benefica) anarchia emotiva rispetto alla quasi perfezione della compagine nel suo complesso, ove quel quasi è garantito proprio da Ballard.

Non mancano brani a dir poco accattivanti, come  La Perla Morena, di Ballard, con soluzioni ritmiche molto attraenti, come quel tempo in 3 che si disgrega temporaneamente, senza fermarsi, s’intenda, per poi riprendere la scansione originaria, o Lone, ballad in cui i riferimenti armonici, che in un trio pianoless solitamente sono destinati al lavoro del contrabbasso, sono qui ulteriormente ridotti all’osso, da intuire concentrandosi, facendo quasi uno strenuo esercizio di orecchio, se si ha la fortuna di averlo.
Sembrerà forse pleonastico dire che gli assoli di questi tre assi del loro strumento sono complessi, tecnicamente perfetti, virtuosistici, ineccepibili.
Le dinamiche occupano una forchetta volutamente poco ampia, assestata su un range di volumi mai alti, dal piano al mezzo forte, e sono dunque raffinate, a volte quasi impercettibili. E’ un Jazz che da questo punto di vista si può considerare con il termine cool, tratto ascrivibile soprattutto a Turner, che è un virtuoso ed eccellente strumentista che non cede mai all’ esasperazione dei toni.


Grenadier lavora strenuamente ed energicamente camminando per linee tematiche e ritmiche, evitando volutamente lo spessore armonico e privilegiando un andamento spedito ed “orizzontale”. I momenti in duo con Ballard trapelano di tutta la profonda conoscenza reciproca e scorrono con una naturalezza che quasi ammorbidisce (positivamente) il suo innegabile lato di virtuoso del contrabbasso.

Recensione, Parte II – Il parere di chi vi scrive.

In quanto persona che scrive di musica spesso viene chiesto il mio parere, ovvero l’impatto che su di me ha un determinato concerto, o un disco, insomma la musica che mi si chiede di ascoltare. E quando vado di mia iniziativa ad ascoltare un concerto, come in questo caso, capita che io esprima un parere.
Il parere non è verità. E’ la descrizione dell’impatto che su di me ha quella musica. L’impatto dipende dalla formazione di ognuno, dai gusti di ognuno, dalle inclinazioni di ognuno.
Volutamente questa volta ho tenuto il mio parere su questo concerto separata dal resto della recensione in cui ho tentato (sottolineo tentato) di descrivere (sempre secondo i miei parametri di ascolto e le mie competenze) che tipo di musica hanno suonato questi eccellenti musicisti.
Così se il parere non è parte interessante per chi legge può essere comodamente saltato a piè pari, da ora. Questo lo specifico perché sempre più spesso leggo che chi scrive di musica non dovrebbe avere un parere, o comunque non dovrebbe esprimerlo.
Poi però leggo anche, contraddittoriamente, che chi scrive di musica dovrebbe essere meno accondiscendente e dare più pareri negativi nelle sue recensioni.
Poi però leggo anche, quando emerge un parere negativo, che colui che scrive di musica dà un parere rancoroso magari dovuto a chissà quali retroterra di incompetenze o addirittura invidia del musicista.
Dunque attenzione, da qui in poi leggerete un parere. Quello di Daniela Floris. Siete liberi di non leggerlo.

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Su di me, Daniela Floris, il Fly Trio, che riconosco essere composto da eccellenti musicisti, da me molto apprezzati in altri contesti, ha un impatto un po’ raggelante. Hanno un ottimo livello comunicativo tra loro (interplay)  ma, riducendo all’osso – in una formazione già di per se pianoless – i riferimenti armonici e non perseguendo linee melodiche vere e proprie, finiscono per essere quasi criptici, e poco comunicativi all’esterno. Chi svirgola rispetto a questo rigore “emotivo” è Jeff Ballard, che nei suoi assoli e in alcuni momenti in duo con Larry Grenadier riesce a farti sobbalzare e risollevare da quella raffinatezza, cura estrema dei particolari e controllo totale perseguiti strenuamente in ogni momento di un concerto obiettivamente di altissimo livello.
La scelta di Mark Turner di operare, pur se con dinamiche curatissime, in un range poco ampio di volumi, diciamo tra il piano ed il mezzo forte, diminuisce ulteriormente l’impatto che definirei “emotivo” e risultandoMI compìto, colto, un po’ freddo.
Per alcuni questo è un pregio. Per me, lungi dall’essere un difetto, è un’ occasione perduta: quella di far fruttare un’eccellente bravura per emozionare, anche e divertire, o magari anche “scandalizzare” il pubblico.
Che in sala era, ad essere sinceri,  diviso tra chi era visibilmente annoiato e chi invece ha convintamente applaudito.
Chi di voi ascolterà Fly Trio ci farà sapere, se vuole, il suo parere.

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