Il pianoforte incantato del pianista non solo armeno

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Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

VICENZA JAZZ, 19 maggio 2018
Teatro Olimpico, ore 21:00

Tigran Hamasyan, pianoforte

Tigran Hamasyan appare sull’incredibile palco palladiano del Teatro Olimpico, e davanti a quelle quinte cinquecentesche in prospettiva sembra ancora più minuto di quanto non sia in realtà. Si siede al piano, cerca per qualche secondo la concentrazione e parte quasi in sordina con note ribattute alla mano sinistra. Su quelle parte poi un tema vagamente classicheggiante, non scevro da abbellimenti come trilli, o mordenti.
Non fai in tempo quasi a cullarti in quel piccolo incanto che all’improvviso appaiono accordi dissonanti e in contrasto ritmico, un delicato disturbo che smuove le acque. Le note ribattute, a bordone non smettono mai, nemmeno quando il tempo raddoppia, nemmeno quando la mano sinistra produce accordi, nemmeno quando appaiono piccole reminiscenze di danze popolari: quello scorrere del tempo è costante, quasi martellante, nonostante il brano rimanga in un ambito che si potrebbe definire introspettivo.

Introspettivo appare anche il brano successivo. Hamasyan parte con un pianissimo, tonalmente pressoché indefinito. Introduce un piccolo tema che traspone, creando tensione: tutto il materiale tematico, dalla cellula melodica al riff ritmico all’artifizio armonico, viene curato e mantenuto e mai buttato via.
Il pezzo è in quattro, ma in realtà si percepisce una serie quadripartita di battute in uno, in cui il ritmo di danza riappare, anche se solo accennato. Grappoli cromatici di note, arpeggi diminuiti si materializzano nel registro acuto del pianoforte. Anche in questo caso la mano sinistra tiene bordone con note ribattute.

Quando entrano in scena l’elettronica, la loop station, i suoni distorti, l’effetto non è avveniristico, spaziale, o underground: è mistico, sospeso, fino a quando il pianoforte non si inserisce in un impianto armonico semplice, tonica minore – settima di dominante – tonica minore, e con una melodia che sembrerebbe antica, lontana, tradizionale.
Hamasyan privilegia la parte centrale della tastiera. Il bordone alla mano sinistra persiste per gran parte del tempo. Il termina con un bis più esplicito del resto dei brani tra gli applausi di un pubblico affascinato, quasi irretito.

L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE

Un’ora abbondante di musica intensa, affascinante. Niente di cerebrale, un flusso interiore reso con rara efficacia emotiva.
Il reiterarsi di cellule melodiche e ritmiche, il bordone spesso presente tenuto dalla mano sinistra, l’insistere sulla parte centrale della tastiera e l’improvviso apparire di cromatismi ed arpeggi nel registro acuto creano un’atmosfera sospesa onirica, sulla quale vengono ricamate reminiscenze di musica armena: quasi sicuramente, non ne sono sicura, perché di tutto si può parlare fuorché di “contaminazioni”. Hamasyan ha su di sé tutto il carico delle sue origini ma le trasfigura in un modo di fare musica che è al di là di Jazz, musica , musica popolare. E’ malinconico, nostalgico, introspettivo ma a modo suo anche assertivo e incisivo. E possiede una creatività inusuale e inarrestabile.
Posso affermare senza timore in questo piccolo spazio della recensione dedicato alle mie convinzioni, che Tigran Hamasyan è un grande pianista contemporaneo.

Gli altri concerti che abbiamo seguito a VICENZA JAZZ
Manhattan Transfer
Gavino Murgia e Cantar Lontano
Randy Weston and Billy Harper Duo

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