La musica non può essere scontata…

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Lo conosco dai primissimi anni novanta quando suonava in trio con Giorgio Occhipinti al piano e Giuseppe Guarrella al basso e già in quegli anni lo consideravo uno dei migliori, più innovativi batteristi italiani. Nel corso degli anni questa mia considerazione si è vieppiù rafforzata tanto da non temere alcuna smentita quando affermo che Francesco Branciamore ha oramai un suo ruolo ben preciso nella musica jazz italiana. Siciliano di Ragusa ma residente a Siracusa, classe 1956, può vantare una solida preparazione di base avendo conseguito il Diploma di Laurea di I Livello in Discipline Musicali Scuola di Musica Jazz al Conservatorio “A. Scontrino” di Trapani e il Diploma di II Livello in Discipline Musicali Indirizzo Interpretativo – Compositivo Jazz al Conservatorio “A. Corelli” di Messina. In questi ultimi anni ha intrapreso un approfondito studio sul pianoforte ottenendo anche in questo caso straordinari risultati. La sua carriera è ricca di riconoscimenti, di collaborazioni prestigiose, di album straordinari, elementi tutti che sarebbe inutile citare in questa sede anche se mi pare importante ricordare come nel marzo del 2000, vince il concorso nazionale Targa Mazars, premio assegnato nell’ambito del festival Jazz in Bocconi, in Milano, quale miglior progetto sul tema “Il jazz oltre il 2000, tradizione e improvvisazione incontrano la tecnologia” assieme ad un altro importante traguardo come compositore di “Lisistrata” nel 2010 per il ciclo delle rappresentazioni classiche dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa.

Come accennato su questi stessi spazi poco settimane addietro, trovandomi in Sicilia l’ho contattato e l’ho intervistato nella “sua” Siracusa nel corso di una mattinata caratterizzata da un gran caldo.

Tu sei uno di quei musicisti che trasferendoti sul Continente avresti probabilmente avuto molta più notorietà rispetto a quella che già hai. Perché hai scelto di restare in Sicilia, nella tua Siracusa?

“Innanzitutto perché amo la mia terra e poi ho fatto un semplice ragionamento: io sono un artista e quindi, ad esempio, se fossi stato uno scrittore avrei potuto produrre qui, stampare e poi far conoscere il mio lavoro anche al di fuori dell’Isola. Allora perché non applicare lo stesso ragionamento alla musica? Quindi prima di tutto pensare alla musica, progettare, incidere, pubblicare e da lì avere l’opportunità di portare il mio lavoro fuori ma senza cambiare la mia residenza”.

-Quanto la vita privata ha inciso sulle tue scelte artistiche ivi compresa, ovviamente, la decisione di restare in Sicilia?

“Il fatto di avere una famiglia, un figlio di diciannove anni, una moglie che lavora e il vivere in una città dove tutto è a misura d’uomo, il che rende possibile gestire i propri tempi, i propri spazi anche per quanto concerne la professione, sicuramente hanno avuto un peso non secondario”.

-Professione. Consideri quella del musicista una professione?

“Sì, non è logorante come altre professioni ma ritengo che sia una professione a tutto tondo che richiede molto impegno, molto studio ed una profonda determinazione che ti spinga ad agire, ad operare. Per me è stato una sorta di necessità in quanto avevo delle cose da esprimere, prima come singolo musicista e poi, ampliando le mie competenze, come compositore e adesso anche come didatta”.

-Quindi tu hai una triplice veste: esecutore, compositore, didatta. Quale ti si attaglia meglio?

“L’una non esclude l’altra. Quando fai il musicista sei alla costante ricerca di un tuo equilibrio; è come se fossi sopra una corda per cui se sbagli puoi anche farti male. Non ci deve essere, quindi alcuna distrazione ed una piena consapevolezza del linguaggio che stai adoperando il che è il frutto di una grande preparazione personale raggiunta attraverso lo studio, l’esperienza, l’interplay con altri musicisti anche più bravi di te. Fare il docente è una cosa che mi gratifica molto perché comunque io insegno senza perdere di vista il fatto che sono un musicista; la cosa che mi interessa di più è trasmettere ai ragazzi che studiano con me una grande passione e una profonda motivazione per aver scelto questa musica jazz che non è una musica semplice”.

-Tu hai studiato anche composizione. Cosa ti ha spinto verso questi lidi?

Io prima di studiare composizione e di conseguire il titolo accademico avevo già alle spalle una carriera di circa 35 anni; quindi solo in tarda età mi sono dedicato ad uno studio filologico del linguaggio jazz il che nulla ha a che vedere con la composizione classica. Questo ci tengo a dirlo: la composizione classica nasce, si sviluppa e si chiude sempre eguale in quanto le varie esecuzioni sono, devono essere, sempre uguali…certo con qualche differente sfumatura interpretativa, ma sostanzialmente sempre uguali. Nel jazz no, c’è sempre l’elemento dell’improvvisazione per cui devi pensare, nella parte obbligata di scrittura, anche al ruolo che devi dare al solista improvvisatore che dovrai scegliere in base alle tue esigenze di scrittura. Come ti dicevo arrivo a questo traguardo piuttosto tardi; prima, da autodidatta, ero giunto a scrivere alcuni pezzi che poi ho inserito nel mio primo album “Flash In Four” registrato per la Splasc(H) Records con Carlo Actis Dato, Piero Ponzo e Marco Mazzola nel 1988 e posso dire che ho avuto la grossa soddisfazione di registrare la mia prima opera in vinile che adesso può costituire una sorta di eccezionalità ma in quegli anni era la normalità. Insomma già verso la fine degli anni ’80 mi ero avvicinato alla composizione ma poi ho ritenuto di approfondire la problematica ed ecco il titolo accademico”.

-Come si svolge il tuo processo creativo?

“Come sai il mio primo strumento è stato la batteria, ma in questi ultimi anni ho studiato approfonditamente anche il pianoforte che quindi per me oggi ha un ruolo quasi paritario rispetto a pelli e tamburi. Quindi quello che tu chiami processo creativo spesso prende le mosse dal pianoforte. Può ispirarmi una sequenza armonica da cui poi si sviluppa la melodia, a volte parto da una intuizione ritmica, da alcune cellule che metto insieme… il mio obiettivo è comunque sempre quello di non lasciare scontato il divenire di una cosa che può essere ascoltata, che può lasciar prevedere quanto accadrà successivamente: c’è sempre l’elemento sorpresa che fa parte del mio stile compositivo; quindi, ad esempio, brani, composizioni che si avvicendano a piccole sezioni multi-metriche per cui possono esserci dei temi che partono con un ritmo molto rilassato ma che cambiano nel corso dell’esecuzione”.

-Ma il tuo primo input ti viene dall’osservazione del mare, da uno sguardo di tuo figlio, una passeggiata con tua moglie… o cos’altro?

“E’ il classico momento ispirativo che per ogni musicista è diverso. Per me il momento buono è la mattina, a mente fresca… se ho dormito bene ancora meglio. Mi seggo al pianoforte, cerco di tracciare in testa qualcosa che vorrei diventasse materia musicale e poi cerco di trasportarla sulla tastiera. Ovviamente tra il dire e il fare c’è di mezzo tutto un processo di analisi, di approfondimento, di messa a punto delle direzioni da prendere che vanno filtrate attraverso un primo abbozzo al piano e poi man mano sino alla fine”.

-Tornando all’attività didattica non pensi che questo fiorire di tante scuole di jazz finisca con lo sfornare tutta una pletora di ottimi musicisti che però ben difficilmente potranno trovare un lavoro soddisfacente? A ciò si aggiunge, a mio avviso, il rischio di una certa omologazione stilistica. Cosa pensi al riguardo?

“Noi abbiamo osannato per anni la scuola della Berkeley ove effettivamente il rischio della omologazione stilistica è ben presente; in Italia il corpo docente varia dai 40 ai 70 anni, molti fanno parte della generazione che ha fatto la storia del jazz italiano e questi si fanno forte di alcuni dettami della cultura occidentale. Cosa intendo dire? Che tutti questi artisti hanno evidenziato nel loro percorso musicale una grande onestà intellettuale ed è proprio questo il principio fondamentale che hanno cercato di infondere nelle nuove leve di jazzisti per cui io non la vedo così pessimisticamente come te: la situazione italiana non può essere paragonata a quella americana, la nostra è una scuola europea, con principi fermi, forti delle bellissime melodie che contraddistinguono il jazz italiano. Ecco, le scuole italiane cercano di portare avanti questi principi filtrati da tre pilastri fondamentali cha la cultura jazz ci ha lasciato: il blues, gli standards e gli originals”.

-E quanto alle possibilità di lavoro?

“Si tratta di un percorso assolutamente personale. Non basta un percorso per quanto lungo e completo – scuola, conservatorio – per diventare un artista. Occorre ben altro! Occorre ricercare una propria estetica musicale. Viceversa se ti vuoi uniformare ad una estetica che potremo definire mainstream, ad una estetica americana, tanto per essere più chiari, la strada sarà impervia”.

-Da quanto mi dici mi pare di capire che tu credi fermamente in un jazz molto diverso dal jazz americano di matrice europea, e all’interno di esso in un jazz italiano.

“La grande lezione che ci viene dal jazz americano è imprescindibile: ci ha dato alcune forme che nel jazz possono essere raggruppate in due gruppi, il blues e le songs, Un’altra componente fondamentale che ci viene, questa, dalla cultura afroamericana è  il senso del ritmo, dello swing, della pronuncia che noi in Europa non abbiamo … o meglio abbiamo di tutt’altra natura. Il jazz europeo ha dato una grande spinta a quelli che possono essere prerequisiti di un certo stile. Il primo a delineare compiutamente tali elementi è stato Manfred Eicher con la sua ECM; questa casa discografica è stata un ottimo trampolino di lancio di cui si sono serviti anche musicisti italiani che sono andati a ripescare fonti di ispirazione nel passato tradizionale sia classico sia folkloristico, da Gesualdo da Venosa a Monteverdi, a Rossini … Quindi il recupero della tradizione ma con una pronuncia jazz da non perdere”.

-Come si diceva, ci sono moltissimi giovani musicisti. Quali differenze noti tra questi e i jazzisti della tua generazione?

“Ai miei tempi non c’era internet, non c’era , non c’erano i social network che hanno permesso una fortissima accelerata nella promozione della propria immagine, dei propri progetti. Adesso ti racconto qualcosa che sembrerebbe una sorta di favola ma ti assicuro è la verità. Quando incisi il mio primo disco – di cui abbiamo parlato – era una coproduzione con la Splasc(H) per cui io dovevo comprare un certo numero di copie. Io ero un batterista, di estrazione sociale media, sicuramente i miei avevano altre aspettative che non la musica, quindi dovevo pensare a produrmi da solo per cui in quella occasione ho dovuto vendermi la macchina e comprare trecento copie. Sono rimasto a piedi un anno e ti assicuro che non è stato facile… pensa che dovevo andare in giro con la batteria e non avevo un mezzo di trasporto! Oggi una cosa del genere non accade: puoi produrti, andare su una piattaforma digitale e con poco prezzo puoi far veicolare la tua musica. Adesso i mezzi di promozione sono tanti, anche troppi forse, per cui ci può essere una certa dispersione nel cercare e trovare le cose che veramente ti interessano. Il livello è cresciuto molto rispetto alla mia generazione; i giovani hanno un buon livello, sono molto più determinati rispetto alla loro età, sono molto più precoci in quanto arrivano ad un buon livello di maturità a 25, 28 anni”.

-Questo discorso riguarda anche l’espressività?

“Questo, in effetti, è un altro discorso. I giovani sono ammaliati da miti che riguardano anche un certo modo di apparire, di presentarsi per cui registro una certa omologazione al riguardo e poche voci fuori dal coro”.

Vorrei tornare al discorso che facevamo prima con riguardo alle nuove tecnologie. Quanto dici è vero ma è altrettanto vero che ancora oggi quasi tutti i jazzisti quando incidono un album devono pagare sempre con l’acquisto di copie. Come te lo spieghi?

“Ti rispondo citando un testo noto di Ashley Kahn “Kind Of Blue” New York 1959: storia e fortuna del capolavoro di Miles Davis. Leggendo il libro, fonte preziosa di vari documenti, come foto, rendiconti economici, fogli del libro paga dei musicisti etc….

ma soprattutto la campagna pubblicitaria messa in campo dalla Columbia Records. Un marketing ineccepibile, se pensiamo che non esisteva ancora il mondo del web. E’ chiaro dietro c’era una star, ma c’era la voglia di vendere la musica prodotta. Oggi è diverso, il mondo discografico si è centuplicato dando spazio a major, medium e a indian labels, con mezzi di promozione a volte limitati. Quindi un musicista che vuole pubblicare con un’etichetta di media portata, come ce ne sono tante valide in Italia e in Europa, deve sottostare ad una coproduzione e acquistare un tot numero di cd, che comunque serve ai concerti perché rimane ancora il solo luogo dove si vendono”.

-Io conosco abbastanza bene la tua discografia; in quest’ambito c’è un album che mi ha sempre molto impressionato anche perché tu evidenzi tutta la tua complessa personalità pur senza suonare alcuno strumento: quello dedicato a Bill Evans. Ce ne puoi parlare?

“Il progetto dedicato alla musica del leggendario pianista jazz Bill Evans, interamente ideato da me come compositore e arrangiatore, comprende flauto, clarinetto, violino, violoncello, pianoforte, contrabbasso. Può dirsi, senz’altro, che per la prima volta la musica del pianista americano viene pensata per un ensemble di questo tipo. L’ultimo esperimento di rilievo è stato fatto dal Kronos Quartet con il contrabbassista Eddie Gomez circa venti anni fa. Per questo progetto quindi ho lavorato sull’anima classica di Bill Evans esaltando l’influenza di , , Debussy e Satie. I brani orchestrati e arrangiati per l’ensemble non comprendono soltanto composizioni di Bill Evans, ma anche noti standard jazz da lui frequentemente suonati che nelle sue mani sono diventate vere e proprie composizioni del suo repertorio oltre a due brani inediti che ho voluto dedicare al grande pianista. La parte del pianoforte è interamente tratta da trascrizioni originali di Bill Evans, tutto ciò che si sovrappone a questa (le parti per gli altri 5strumenti) è stato composto e arrangiato ad hoc per questo progetto”.

-Entriamo adesso nell’album dei ricordi; c’è un concerto, una collaborazione che ricordi particolarmente? E c’è un tuo disco che rifaresti e un altro che non rifaresti?

“Io sono stato molto fortunato in quanto ho avuto modo di suonare con grandissimi musicisti; dico spesso che non ho avuto la necessità di andare alla Berkeley in quanto ho suonato in tre concerti con Lee Konitz e tu sai benissimo cosa ciò significhi. Mi ricordo in particolare un concerto a Salerno, eravamo in quartetto e Konitz, come suo solito, quando salivamo sul palco non ti diceva mai la scaletta: cominciava a suonare ed eri tu a dover capire dove andava; in quell’occasione abbiamo suonato una bellissima “Stella By Starlight” durata circa una trentina di minuti, caratterizzata da una splendida introduzione suonata da lui e da me che giravamo attorno al chorus: è stato un momento di grande, grandissima crescita e ti assicuro che quando ho ascoltato la registrazione, ho fatto fatica a riconoscermi. Un’altra persona a cui devo molto è Enrico Intra con il quale ho collaborato diverse volte. Alcune cose dei miei dischi che non rifarei…beh, penso proprio di no: ho sempre fatto cose di cui ero molto convinto; in ogni caso mi onoro del fatto di non aver mai registrato uno standard verso cui ho avuto sempre la giusta devozione ma ascoltato dai grandi”.

-Progetti?

“Il prossimo è piuttosto ambizioso in quanto vorrei registrare un album di piano compositions in cui sarò compositore e interprete. Sto mettendo a punto i brani e il disco sarà pubblicato dalla mia etichetta, la ACK records distribuita dalla Believe Digital, una piattaforma digitale riconosciuta in tutto il mondo”.

Gerlando Gatto

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