All’Auditorium Parco della Musica di Roma il concerto dell’Ensemble Giorgio Bernasconi, dell’Accademia Teatro alla Scala, dedicato all’eclettico musicista

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Capita spesso, quando si va ai , di imbattersi in un pubblico poco preparato, di bocca buona, che magari per divertirsi non vede l’ora di accompagnare la musica con il battito delle mani, sovvertendo ogni logica metrica.

Completamente diverso, invece, il clima che si è registrato all’Auditorium Parco della Musica di Roma la sera del 10 ottobre: un pubblico competente, assolutamente consapevole di ciò che accadeva sul palco e talmente entusiasta da richiedere e ottenere ben cinque bis.

In effetti “RomaEuropa Festival” ci ha regalato una serata memorabile, portando in scena una musica straordinaria come quella di Frank Zappa, eseguita da una band  straordinaria quale l’“Ensemble Giorgio Bernasconi dell’Accademia Teatro alla Scala”, specializzata nel repertorio del XX secolo e diretta nell’occasione da Peter Rundell. E credo bastino queste poche righe per rendersi conto di ciò che abbiamo ascoltato.

Frank Zappa è uno di quei pochissimi musicisti senza tempo nel senso che la sua musica la si può collocare nel secolo scorso o in quello che verrà e il risultato sarà sempre lo stesso, vale a dire un’espressione artistica scollegata da qualsiasi parametro temporale, che conserva intatta tutta la sua valenza. Quelle linee sghembe che non ti aspetti, quei continui cambiamenti di ritmo, quel mescolare input provenienti dai generi più diversi (dal rock al blues, dal jazz al progressive, dall’avanguardia al cabaret) sono solo alcuni degli elementi che hanno reso la produzione zappiana assolutamente unica tanto da far dire a Pierre Boulez che Zappa «Era una figura eccezionale perché apparteneva a due mondi: quello della musica pop e quello della musica classica».

Una musica, quindi, difficile da comprendere appieno e proprio per questo difficile da eseguire. Probabilmente per questo motivo la musica di Zappa non viene eseguita molto spesso; nella realtà italiana bisogna, perciò, dare atto a Riccardo Fassi di aver sempre tenuto in grandissima considerazione la musica di Zappa proponendola in diverse occasioni sia in concerto sia in cd, occasioni in cui Fassi ha sempre posto in evidenza le diverse componenti che animano l’arte zappiana.

Componenti che vengono esaltate nella pagina più celebre e celebrata del compositore di origine siciliana, nonché chitarrista tra i migliori al mondo, “The Yellow Shark”, su cui si è incentrato il concerto dell’Auditorium.

Peter Rundel

Erano gli anni tra il 1991 e il 1993 quando l’orchestra tedesca Ensemble Moderne, diretta dallo stesso Zappa e da Peter Rundel, eseguiva musiche di Zappa a Francoforte, Berlino e Vienna; queste performance vennero registrate dal vivo e pubblicate nel 1993 con il titolo “The Yellow Shark”. Nasceva così l’ultimo album dell’artista, considerato uno dei suoi massimi capolavori in quanto porta ai più alti livelli quella sintesi, cui prima si faceva riferimento, tra i diversi generi in un equilibrio perfetto tra scrittura e improvvisazione. L’album raccoglie una ventina di pezzi, ognuno con una propria storia: quelli scritti apposta per il progetto (1993), inediti (la melodia di Pound for Brown risale agli anni ‘50), quelli tolti da altre destinazioni (come Outrage at Valdez), e le ‘canzoni’ divenute celebri (Uncle Meat, 1969; Roxy & Elsewhere, 1974; Jazz from Hell, 1986).

Ebbene, dopo ben 25 anni, Peter Rundel è tornato a dirigere per la prima volta queste partiture, cercando di rispettare al massimo gli originari intenti del compositore; così – spiega lo stesso Rundel – “ricordo la cura con cui Frank Zappa mise insieme e in ordine i brani dell’album. Persino le transizioni tra un pezzo e l’altro avevano senso e uno scopo e noi, durante la produzione di questo concerto, abbiamo cercato di rispettarne e ripeterne l’ordine”. Di qui la costruzione di un unico grande pezzo diviso in sezioni, al cui interno abbiamo avuto modo di apprezzare sia la maturità dei tanti giovani che costituiscono l’Ensemble Giorgio Bernasconi, sia le capacità di Rundel di mantenere un perfetto equilibrio orchestrale. Al riguardo, non so se molti hanno notato la particolare disposizione dei musicisti sul palco: in ciò nulla è stato lasciato al caso dal momento che Zappa era assolutamente maniacale nel disporre i suoi musicisti in modo da ottenere quella presa di suono che egli riteneva assolutamente indispensabile.

Fatica tutt’altro che inutile: perfetto, anche nel concerto romano, il suono da big band prodotto dall’orchestra nel suo insieme, così come perfetto il suono prodotto dalle piccole sezioni che man mano si andavano alternando, come i quintetti d’archi o di fiati o i duo al pianoforte a creare un’atmosfera da camera. E assolutamente trascinante il sound più orientato verso il rock che caratterizzava alcuni dei pezzi più famosi come “Dog Breath” e “Uncle Meat” che hanno letteralmente entusiasmato il pubblico. Né sono mancati momenti in cui la musica si è fatta più introspettiva, triste: è il caso di “Outrage at Valdez” scritta in occasione del disastro ecologico causato dal naufragio della petroliera Exxon Valdez il 23 marzo del 1989.

Insomma uno dei più bei concerti cui mi sia capitato di assistere negli ultimi mesi.

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