“Pip”, come lo chiamavano gli amici, è stato personaggio importante sulla scena jazzistica…

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“All’amico jazzistico d’annata con swing”.

Con queste poche, semplici parole Giuseppe Barazzetta mi regalava il suo ultimo libro “Una vita in quattro quarti”, un’autobiografia edita da Siena Jazz in occasione del trentennale della sua fondazione Parole, come dicevo, semplici, prive di retorica, così com’era l’uomo Barazzetta, semplice, privo di retorica, ma ricco di umanità, doti che lo avevano fatto apprezzare da tanti anche al di fuori della ristretta cerchia del jazz.

Così la sua scomparsa, seppure non del tutto inattesa data l’età (era nato a Milano nel 1921), ha comunque velato di tristezza l’animo di quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo. In effetti “Pip”, come lo chiamavano gli amici, è stato personaggio importante sulla scena jazzistica.

Personalmente lo avevo conosciuto abbastanza bene nei primissimi anni ’80 quando curavo l’ufficio stampa del “Barga Festival” e Giuseppe, assieme alla cara Nuccia sua inseparabile compagna, mi gratificava della sua presenza. Ed erano lunghe discussioni sull’importanza della musica, sul ruolo del jazz italiano, sulle molte vicende che l’avevano visto protagonista in prima persona. Barazzetta fu tra i primi a studiare il jazz italiano come testimoniato dalla prima discografia per l’appunto sul «Jazz inciso in Italia» pubblicata nel 1960.

Fra i maggiori collaboratori della rivista «Musica Jazz», legò il suo nome alla fondazione Siena Jazz e fu amico di molti grandi della storia del jazz tra cui Mingus, Coltrane, Armstrong, Benny Goodman, , Tony Scott e Lee Konitz. Al riguardo ricordo una serata a Barga in cui alcuni giovani musicisti discutevano se il nome corretto di Mingus fosse Charles o Charlie; Barazzetta intervenne con una parola definitiva: il nome era Charles e non c’era alcun dubbio dal momento che egli conosceva il contrabbassista fin dal 1962 quando era consulente discografico presso la Bluebelle Records.

E di questi aneddoti è ricca l’autobiografia cui prima si faceva riferimento che racchiude una vita intera dedicata al jazz: le collaborazioni con importanti quotidiani, le corrispondenze dall’Italia con Melody Maker, le collaborazioni con emittenti radio pubbliche e private, l’attività di produttore di collane discografiche per importanti editori, l’organizzazione di Festival e concerti… tanto per citare alcuni dei settori in cui Barazzetta si era distinto grazie alla sua umanistica e a quella profonda sensibilità con cui esprimeva le sue idee e si rapportava anche con chi non la pensava allo stesso modo.

Insomma un gentiluomo d’altri tempi, uno spirito che riuscì a mantenersi libero, indipendente e coerente, al di là delle mode e delle tendenze del momento, di cui sentiremo la mancanza specie in una realtà come quella odierna in cui il tifo fa spesso premio sulla ragione.

Gerlando Gatto

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