L’incontro il 13 novembre 2018 negli splendidi locali della libreria di viaggio Punto Touring a Milano

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Dopo le presentazioni al Salone del Libro di Torino, Udine, Catania e Roma, il secondo volume di Gerlando Gatto “L’altra metà del jazz – Voci di donne nella musica jazz” (KappaVu / Euritmica edizioni) è stato illustrato il 13 novembre a Milano, nell’ambito di “Compagni di viaggio: incontri con gli autori”, nei meravigliosi locali che ospitano la libreria di viaggio del Touring Club Italiano, nella sua storica sede di Corso Italia, nel cuore della città meneghina.
L’evento era inserito nel cartellone del JazzMi, quest’anno quanto mai denso di concerti e appuntamenti (più di 200 in 13 giorni!).
Introdotto dal giornalista Pino Mantarro, ufficio stampa del T.C.I., l’autore ha dialogato con un interlocutore illustre, Claudio Sessa, già direttore di “Musica Jazz”, critico musicale del “Corriere della Sera”, docente di Storia del Jazz, nonché scrittore con all’attivo diverse pubblicazioni (Il marziano del jazz. Vita e musica di Eric Dolphy; Le età del jazz. I contemporanei; Improvviso singolare. Un secolo di jazz).

Tra il numeroso pubblico presente anche alcuni artisti molto noti: il compositore e band leader , il sassofonista Claudio Fasoli e il fotografo Roberto Masotti, tra i più prestigiosi fotografi jazz di tutta Europa, cui si è aggiunto verso metà serata un altro importante fotografo, Pino Ninfa.

Sessa, nella sua esposizione iniziale, ha definito Gatto “un lavoratore del jazz” e ha sottolineato il valore particolare di questa raccolta di interviste, integralmente al femminile, soffermandosi sovente sul tema della “differenza di genere” nell’ambiente jazzistico.

Spesso si tratta di stereotipi consolidati, come quando, parlando di musiciste jazz, vi si abbini immediatamente la figura della cantante e quasi mai quella della strumentista. In certi “universi” – il jazz è uno di questi ma anche quello militare, ad esempio – esiste ancor’oggi un pregiudizio molto diffuso e difficile da divellere: la tendenza ad incasellare il jazz suonato dalle donne come se esistesse un modo maschile e un modo femminile di suonarlo. Da questa sorta di postulato, si è scatenata un’interessante discussione alla quale hanno partecipato parecchi spettatori. Io non ho mai pensato alle donne che fanno jazz in termini di genere e il mio giudizio si è sempre e solo basato su canoni di bravura, di capacità tecniche, di espressività, di gusto… insomma, su dei parametri oggettivi, e questo indifferentemente se a suonare, comporre, dirigere sia un maschio o una femmina. Ascoltando i vari interventi mi sono stupita: se nel 2018 si parla ancora di questo, evidentemente il problema non è, come credevo, superato.

La discussione si è ulteriormente ampliata, a seguito della domanda di una spettatrice, sulla matrice primigenia del linguaggio jazzistico e se sia possibile distinguere, al semplice ascolto, il jazz statunitense da quello europeo, quello italiano da quello scandinavo, solo per citare alcuni esempi.

Quasi tutti sono stati concordi nel sostenere la tesi che il jazz è un idioma universale diffusosi ovunque nel mondo, e pur riconoscendo che il suo epicentro era e rimane, per certi aspetti, l’America del Nord, ha saputo integrarsi nelle culture di altri paesi ritagliandosi spazi e sonorità completamente nuovi, tanto da contestualizzarsi, assumendo una precipua forma identitaria.

E’ stato piuttosto difficile per Claudio Sessa riportare il vivace scambio di opinioni sui binari dell’oggetto della presentazione: il bel libro di Gerlando Gatto!

Dopo tanto erudito disquisire (c’era molto da imparare nelle parole di alcuni relatori…) sono finalmente comparse le vere protagoniste di questa opera, da Enrica Bacchia (che Gerlando ha definito come l’esperienza più intensa), a Dora Musumeci, una della pioniere tra le musiciste jazz, parliamo degli anni Cinquanta, che diede del filo da torcere ai colleghi maschi e fu amica personale dell’autore (che si commuove ogni qualvolta se ne parli…), da Dee Dee Bridgewater a Sarah Jane Morris, queste ultime due interviste così diverse tra loro e dalle quali emergono con grande evidenza due diversi approcci: molto professionale e distaccato per la prima, empatico e pieno di calore umano per la seconda. Gatto ha ricordato con affetto anche la vocalist norvegese Radka Toneff, che si tolse la vita a soli 30 anni, per amore… si dice.

Alla domanda su quali siano i criteri che lo guidano verso la scelta delle musiciste da intervistare, Gatto ha risposto in modo semplice e diretto: “avendo la fortuna di poter scrivere di jazz per pura passione, l’unico criterio è di confrontarmi con gli artisti che più mi piacciono, quelli che musicalmente mi trasmettono qualcosa.”  (Gerlando è laureato in giurisprudenza e ha fatto per anni il giornalista professionista, specializzato in economia. N.d.A.)

Marina Tuni

 

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