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a proposito di jazz - i nostri cd

Hands Jazz Trio – “Our Favorite Standards & Other” – autoproduzione.
Capita, da parte di qualcuno, di guardare agli standard con una certa sufficienza. Ma ciò non si giustifica se chi li esegue ce li restituisce come nuovi, con un corretto dosaggio di improvvisazione, un interplay sapientemente interagito, un arrangiamento che ne dia in qualche modo una “nuova visione” comunicativa, connessa con la propria poetica musicale. E di che mood sono, in proposito, i componenti dell’Hands Jazz Trio? Antonio Tosques alla chitarra, Marco Contardi all’organo e Leo Marcantonio alla batteria nel cd “Our Favorite Standards & Other” forniscono un plausibile esempio di piccolo gruppo di grande potenzialità espressiva, di quelli cioè che sanno trattare la letteratura degli “evergreen” jazzistici con la predetta artigianalità espressiva, manuale e mentale. Che i brani siano di Silver, Fisher o Barron non cambia, oltretutto è benvenuto il variare, come nel caso in questione, fra la rarefatta atmosfera di “O Grande Amor” di Jobim, il Monk straniante di “Hackensack” o un “Along Came Betty” di Golson. L’ascolto del disco va avanti con leggerezza antigravitazionale, grazie anche ad acuti melodici come nel brano di Tosques, “For Jim”, brano “other” come “Hands Blues” dell’organista. Ed una nota di merito è da ascrivere proprio a Marco Contardi, conosciuto come pianista, che con l’hammond pare andare a nozze, tanto è postato e controllato nei movimenti. Ha assunto quell’understatement tipico dei professionisti più avvezzi, a partire dal grande Jimmy Smith a finire ai contemporanei, tipo Joey DeFrancesco. E il dialogo con un chitarrista navigato come Tosques ed il rinforzo ritmico “motorio” di Marcantonio non fa che rafforzarne qualità e la qualità.

Matera/Pignataro/Maurogiovanni/ – “Stanic Boulevard” – Villani, Verve
La presentazione del 4et, affidata al brano “More Or Less”, del pianista Mirko Maria Matera, esibisce subito l’idea del range jazzistico proposto: un hard bop robusto e fibrillante, non immune da influssi blues e rock, talora intensamente lirico come in “L’inverno e altre storie”, del chitarrista Fabio Pignataro, altre volte propenso alla riflessione onirica come il “sincopatico” “Impromptu” del batterista Pierluigi Villani od increspato dal groove ostinato e altalenante di “Escape for the soul” del bassista Viz Maurogiovanni. “Stanic” è lo storico quartiere operaio della periferia di Bari, il cui nome è affiancato a Boulevard per meglio abbozzare la teoria di contrasti metropolitani che l’album evoca. Un gioco angolare di specchi ricorre nelle dieci tracce, ispessite da contrapposizioni metrico/ritmiche, per situarsi su una linea immaginaria, in un paesaggio postindustriale che dagli anni del boom arriva sino ad oggi per riecheggiare flussi sonori elettrici e fusion. Che sono poi quelli di “Tomorrow We’ll See”, ancora di Villani mentre “The Lonely Axeman”, a firma del ricordato bassista, è un omaggio ad Alan Holdsworth. In chiusura, oltre a “Svandea”, a firma di Pignataro, ecco “Khamsin”, stendardo modale che il pianista sventola, in crescenza/decrescenza di climax, a vessillo della formazione. “Stanic Boulevard”, antitesi di contrari, si rivela, alla fine, un percorso praticabile per un jazz che non rinnega il passato di quella … modernità che ancora, nonostante il tempo trascorso, ci risulta – e non è un ossimoro –  contemporanea.

The Roger Beaujolais Trio – “Barba Lunga” – Stay Tuned.
Si pensi pure ciò che si vuole ma un jazzista che esegue in un suo cd un brano di Jimi Hendrix offre, per così dire, il migliore aperitivo ad un ascolto trasversale, non limitato ai soli jazzofili. È il caso di Roger Beaujolais con il suo Italian Trio e il disco in questione è “Barba Lunga” della Stay Tuned. Hendrixiana è infatti “The Wind Cries Mary”, che non è propriamente un must per chi suona jazz, il cui inserimento in scaletta denota una sensibilità blues/rock di base che, a nostro modesto avviso, non guasta anzi ne infiocchetta ancor meglio il biglietto da visita per i palati musicali più aperti. Il vibrafonista inglese annovera collaborazioni di lusso in ambito pop, fra gli altri con Robert Plant e Paul Weller, per fare due nomi a dir poco di prestigio, ma il suo linguaggio utilizza un vocabolario sicuramente jazz, compartecipato dalla giovane ma già matura sezione ritmica che gli si affianca: il bassista Giacomo Dominici e il batterista Alessandro Pivi. Alcune esperienze acid e quelle di jump jive con i Chevaliers Brothers hanno sicuramente lasciato su di lui delle precise impronte stilistiche in qualche modo rinvenibili in quanto si ascolta negli undici brani di questo album; che presenta comunque un buon risultato di sintesi compositiva nei diversi pezzi originali e, anche in “Faith” di Freeman e Lawrence, di godibile coloritura armonica e coerenza melodica, dettate dal procedere di un vibrafono ben levigato nelle impro, con accordi talora prolungati come la barba fluente del leader del gruppo e suoni di gusto fresco come un buon beaujolais nouveau!

World Spirit Orchestra – “Black History” – Mario Donatone Network.
Una storia in note – quella della “Black History”, interpretata dalla World Spirit Orchestra, formazione nata nel 2011 alla Casa del Jazz di , diretta da Mario Donatone, qui con la partecipazione di Riccardo Biseo – è racchiusa in questo album uscito quasi in accoppiata all’omonimo spettacolo musicale. La selezione di brani non è tracciata seguendo cronologie stilistiche (spiritual, gospel, blues, jazz, swing, r.&b., soul, funk, hip hop, ) bensì attraverso la opzione di brani fatta in base a criteri di varietà, cantabilità, riferibilità alle vicende del popolo afroamericano. “Abbiamo navigato in luoghi sconosciuti all’uomo/dove le navi vanno a morire” (We sailed for parts unknown to man/where ships come home to die): è uno dei versi di “A Salty Dog”, successo ripreso dai Procol Harum, in quanto possibile incipit di questa plurisecolare vicenda scaturita da deportazioni schiaviste dall’Africa alle Americhe. Che trova voce in un trifoglio di traditional, “Jesus On The Mainline”, “Wade In The Water” e “Freedom”, a denotare un’epopea di umiliazioni e illibertà ma anche di orgoglio e anelito all’affermazione identitaria. La musica, in tale prospettiva, pur con tutte le specificità del caso, fa il paio con letteratura, cinema, arti visive e, naturalmente, con la lotta politica legata al riconoscimento di diritti; in primis la piena cittadinanza, con apice nel novecento, secolo (non tanto) breve in cui si interfacciano personaggi-chiave della black culture, Martin Luther King e Malcom X, Louis Armstrong e Charlie Parker, Mahalia Jackson e Miles Davis, Langston Hughes e Amiri Baraka, Jean-Michel Basquiat e Spike Lee… Le ‘coralizzazioni’ guardano anche avanti, oltre il tempo della race music, ed ecco in scaletta due classici di Ellington, “Don’t Get Around Much Anymore” e “Come Sunday” unitamente ad “Halleluyah Time” di Oscar Peterson (con Ray Brown). Completano il quadro “People Get Ready” di Curtis Mayfield poi “Sail Away” e “Short People” di Randy Newman. Musicista bianco, certo, ma in perfetto World Spirit. Nell’Orchestra, in cui spicca Giò Bosco, ben figurano le voci di Sonia Cannizzo, Isabella Del Principe, Luna Whibbe, del chitarrista Angelo Cascarano, del tastierista Andrea Mercadante, del batterista Roberto Ferrante e del percussionista Milo Silvestro.

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