Il concerto all’Auditorium di Roma il 21 marzo

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Nella storia della musica ci sono artisti che ne entrano a far parte anche se sono ancora in piena attività: tra questi c’è Alan Stivell, compositore, cantante, flautista e arpista, ambasciatore nel mondo della musica bretone e di ciò che la stessa rappresenta.

Alan Stivell, nome d’ in bretone di Alain Cochevelou (Riom, 6 gennaio 1944), è quel che si dice un vero e proprio animale da palcoscenico. Fisico asciutto, assoluta padronanza della scena, è in grado ancora oggi di entusiasmare il pubblico nonostante la voce non sia più quella di un tempo, denotando qualche incertezza, qualche calo d’intonazione. Viceversa il fraseggio sull’arpa celtica è sempre il solito, preciso, distinto, scevro da ogni pretesa di funambolismo, tutto teso, viceversa, a sottolineare il peso dei testi, l’importanza della parole.

Stivell ha un particolare rapporto con il nostro Paese dal momento che, come lui stesso ama ricordare, l’Italia è l’unico paese in cui ha potuto fare un giro di stadi e luoghi all’aperto per migliaia di persone all’inizio degli anni ’80, senza considerare che a Portofino ha tenuto il primo concerto oltre i confini francesi, nel lontano 1966.  Di qui la gioia con cui Stivell ritorna in Italia, gioia del tutto ricambiata dal pubblico che ogni volta gli tributa un vero e proprio trionfo. E la stessa cosa è accaduta la sera del 21 marzo, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, prima tappa di un mini tour di tre concerti ( 22 marzo, Teatro Corso, Venezia e Morbegno 23 marzo, Auditorium Sant’Antonio, Sondrio).

Al concerto di Roma c’era anche il vostro cronista e devo dire che per me è stata una serata davvero emozionante, sia perché ho ritrovato un artista che non sentivo live da un sacco di tempo, sia perché accanto a me c’era mio figlio Beniamino quindicenne che conosce Stivell assai meglio di me; infatti, nonostante la giovane età è già da qualche anno che segue con attenzione questo artista tanto da conoscerne a menadito tutti i dischi e così è stato un piacere sentirlo pronunciare il titolo di ogni singolo pezzo dopo aver ascoltato solo poche note intonate dai musicisti. E’ quindi grazie a lui che sono in grado di indicarvi tutti i brani che Stivell ha eseguito in oltre un’ora e mezzo di concerto, dedicato in massima parte ai pezzi che l’hanno reso celebre in tutto il mondo.

In coerenza con la strada scelta negli ultimi tempi, Stivell si è presentato in trio con Robert Le Gall, chitarra e Marc Hazon (al secolo Marc De Poncallec) drums machines,

un organico quindi estremamente ridotto ma che, grazie anche alle precedenti esperienze nella musica bretone,  gli consente di ottenere quelle sonorità tra il moderno e il tradizionale che in questo momento costituiscono la sua cifra stilistica. Il tutto impreziosito da input derivanti dalle musiche tradizionali di universi “altri”, come quelli indiani e africani.

L’apertura è affidata a “Reflets” tratto dall’omonimo primo album di Alan Stivell, pubblicato dalla Fontana Records nel 1970. E già da questa prima esecuzione si ha un quadro chiaro di ciò che ascolteremo: riproposizione in chiave moderna di classici del repertorio “stivelliano”. E altrettanto immediatamente si avverte come l’intesa fra i tre sia assoluta, perfetta, con i suoni elettronici che si inseriscono compiutamente nel clima disegnato dal leader.

A seguire “Cease Fire” da “Brian Boru” del 1995. Si tratta di una delle canzoni più significative di Stivell: malgrado il titolo sia in inglese, il testo è in gaelico. E il titolo, “Cessate il fuoco!”, è un chiaro invito a cessare il fuoco in Irlanda del Nord, specialmente dopo il sanguinoso 1994. In questo caso l’esecuzione è forte, decisa, abbastanza simile all’originale con Stivell che suona uno dei suoi piccoli flauti.

Brian Boru” è il terzo brano; Stivell lo inizia dal ritornello con sound africaneggianti e lo conclude con un solo di arpa. Il fatto che l’artista non segua il classico schema strofa-ritornello non stupisce dato che proprio questa prassi costituisce un’altra delle sue note caratterizzanti.

Rilassante come la primavera cui è dedicato “NEw’ AMzer (Spring)” tratto da “AMzer: Seasons” del 2015) mentre con “Ys” facciamo un salto all’indietro di qualche decennio dal momento che il pezzo è tratto da “Renaissance Of the Celtic Harp” del 1972; anche in questo caso il percussionista si pone in particolare evidenza per la capacità di introdurre nel discorso sonorità piuttosto orientaleggianti. Dallo stesso album del ’72 è tratto “Airde Cuan”.

E torniamo all’album d’esordio con la «Suite Irlandaise» che combina la melodia di “Caitlin Triall” et la jig “Porth Mhuirgheasa” (aria danzante meglio conosciuta come “Morrison’s Jig”). Stivell la interpreta alla grande sciorinando uno scat da far invidia ai migliori jazzisti.

The Foggy Dew” e “An Alarc’h” sono tratti dall’album registrato dal vivo all’Olympia di Parigi nel 1971. Il primo brano si riferisce ancora una volta alle violenze nell’Irlanda e Stivell la interpreta, all’inizio, a cappella inserendo solo in un secondo tempo l’accompagnamento strumentale per altro piuttosto sostenuto. “An Alarc’h” viene impreziosito da due centrati assolo, il primo di Robert Le Gall alla chitarra e in chiusura di Stivell alla bombarda.

Su ritmi sostenuti e coinvolgenti “La hargne au cœur – Liberté Armorique” dall’album “Breizh Eo Ma Bro,” del 2017.

Brezhoneg’ Raok ‘ da «Chemins De Terre» 1973 è un vero e proprio inno alla lingua bretone senza di cui non c’è Bretagna, canta Stivell con la solita forza, supportato da un arrangiamento scarno ma efficace.

Son Ar Chistr”, “La canzone del cedro”, tratta anch’essa da “Reflets” ha una storia particolare: contrariamente a quanto si crede, non si tratta di un’antica aria bretone ma di una composizione popolare di Jean-Bernard e Jean-Marie Prima, due giovanissimi agricoltori di Guiscriff (Morbihan), che la composero nel 1929. Stivell la riprese e ne fece una hit mondiale.

Gouel Hollvedel IV’ (da «Symphonie Celtique» 1980) è la quarta e ultima parte della suite Gouel Hollvedel e presenta un testo che è diventato la “canzone più ballata di Bretagna”. Stivell la interpreta con grande forza richiamando più volte, e certo non ccasualmente, il concetto di “rispetto”, rispetto per l’uomo, rispetto per la natura umana, rispetto per la Bretagna, rispetto per la lingua bretone.

A questo punto la temperatura tra il pubblico sale e di pari passo salgono d’intensità gli applausi del pubblico tra cui alcuni bretoni che di lì a poco sarebbero scesi davanti al palco per ballare sulle note di Stivell.

Proseguendo nel suo programma l’artista presenta in rapida successione “Suite Sudarmoricaine” e “Kimiad”, canzone bretone scritta da Prosper Proux dedicata ai giovani che abbandonano le proprie case per andare in guerra; ancora una volta Stivell ne fornisce una interpretazione toccante dedicandola ad un amico scomparso poche settimane prima.

Il concerto si chiude con una trascinante versione di “Tri Martolod”, l’immaginaria storia di tre marinai tratta dalla tradizione folk della Bretagna.

A questo punto, come accennato, molti – giovani e meno giovani – hanno già abbandonato i propri posti accalcandosi sotto il palco a cantare e bellare in gruppo…ad un certo punto lo stesso Stivell scende dal palco e si mette a danzare con il pubblico suscitando una vera e propria ovazione.

Il concerto si è chiuso con un acclamato bis, “Bro Gozh Ma Zadoù”, Inno nazionale bretone, eseguito a cappella con grande, grande partecipazione emotiva sia dell’artista sia del pubblico.

Gerlando Gatto

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