PEREZ, PATITUCCI, CARRINGTON all’ Auditorium Parco della Musica

Tutte le foto sono di Adriano Bellucci

Roma, 18 marzo 2019

Auditorium Parco della Musica, sala Petrassi

Children of the light

Danilo Perez, piano
John Patitucci, contrabbasso
Terry Line Carrington, batteria

Children of the light nasce come omaggio a Wayne Shorter, musicista del quale Patitucci e Perez sono la meravigliosa sezione ritmica: forse è più corretto però parlare di ispirazione, più che di omaggio o tributo. Non siamo davanti, infatti, ad una riproposizione esatta della sua opera, ma piuttosto assistiamo ad una nuova composizione talvolta fiabesca, talvolta ironica, talvolta onirica (che di ironica forse non a caso, è l’anagramma). Sonorità dunque non scontate in un trio che ha mostrato sul palco una coesione notevolissima.

Il concerto lo apre Patitucci con una intro di contrabbasso, pianissimo: solo in un secondo momento il pianoforte di Perez comincia a dialogare con quelle note sussurrate, componendo frasi spezzate, che entrano in scena ma subito si ritraggono. Il contrabbasso diventa un veloce e leggerissimo ostinato. La batteria si aggiunge delicatamente con i mallets della Carrington che producono suoni morbidi, tondi, affascinanti.
Tutto è sospeso, accennato. Il pianoforte azzarda qualche accordo, ci sono echi pentatonici: Patitucci prende l’arco. Contrabbasso e pianoforte quasi si cercano in un gioco di domande e risposte, c’è un intensificarsi del suono, che poi di nuovo subisce una rarefazione, fatta di echi reciproci, di spunti che circolano.
Il tutto è uno straniante, raffinato, mescolamento di musica scritta nel particolari e di subitanee digressioni libere. L’ambito armonico è complesso e indefinito, chi guida il gioco sembra essere Perez, che in alcuni momenti fluidifica in altri comprime. Le dinamiche sono curate ed efficaci, espressive e talvolta sorprendenti.

Appare una progressione di accordi ascendente per quarte, sulla quale Danilo Perez improvvisa: si va avanti così per molto, anche quando lo spessore sonoro si assottiglia, il tempo da 4/4 si tramuta in 3/4, fino al tornare all’arco sul contrabbasso e ai mallets sui ride.

L’atmosfera cambia e diventa giocosa con Sunburn and Mosquito: in una piccola, divertita boutade Patitucci simula il ronzio di un insetto. Appena il suono cambia, Perez risponde con il suo pianoforte. Improvvisamente i volumi crescono, gli strumenti dialogano tra loro come fossero personaggi di una storia, ognuno con una sua caratteristica. Il pianoforte propone, il contrabbasso risponde, la batteria crea il groove giusto: a volte si atterra in episodi omoritmici, poi si ritorna al rimpallo di frasi, poi a stop improvvisi, poi si ricomincia, in un gioco continuo intenso ma divertente. Il pianoforte conduce il gioco, propone temi, andamenti, dinamiche.
Nei momenti in cui i tre procedono insieme, tante sono le note, e i battiti, ma il volume è sottile: un flusso costante, veloce e leggero in cui si improvvisa contemporaneamente per creare un unico suono composto da tre strumenti. La ricerca timbrica è continua, anche da parte della batteria.
Sia nelle parti scritte che nell’improvvisazione c’è una grande cura dei particolari, e il concerto è un continuo susseguirsi di suggestioni sempre diverse. Dalla rarefazione più eterea alla densità armonica più vischiosa, dagli ostinati di contrabbasso più martellanti alle mutazioni quasi melodiche della batteria, dai temi melodici più dolci agli accordi gravi e martellanti del pianoforte, dai cromatismi all’andamento diatonico agli stop improvvisi, la musica è costruita (ma anche improvvisata) in modo da essere quasi sempre evocativa e suggestiva. Spesso gli accordi al primo impatto sembrano essere quelli che il tuo orecchio si aspetta, ma dopo pochi secondi emerge un sottofondo armonico che a ben ascoltare non era quello che ti sembrava all’inizio: è un rebus cui ancora adesso sto cercando di dare una soluzione. E ancora, melodie presentate e subito trasposte o presentate e subito nascoste dentro accordi possenti, talvolta andamento dei brani circolari altre volte invece il trio procede in avanti senza guardarsi indietro.

…………………………………………………….. L’IMPATTO SU CHI VI SCRIVE …………………………………………………..

Ho assistito a un concerto divertente, intenso, a tratti stralunato, concepito ed eseguito da grandi musicisti in vena di giocare, raccontare, stupire e dialogare tra loro. Un sapiente equilibrio tra rigore e audacia, tra partiture scritte nei minimi particolari e improvvisazione libera.
Danilo Perez, John Patitucci e Terry Lyne Carrington hanno saputo creare una musica deliziosamente immateriale usando sia la fantasia che tutto il loro prezioso pregresso: mattoncini di mille forme e colori assemblati in modo inusuale per una costruzione di suoni davvero fascinosa, ironica la cui cifra, in tutta l’ora e più di spettacolo, è stata la naturalezza che può esistere solo tra musicisti legati da anni di amicizia, di esperienza e di grande musica suonata, come Perez e Patitucci, con il prezioso contributo creativo di una batterista pazzesca.