Winona, l’epopea dei nativi americani nella “All Indian Opera” di Alberto Bimboni

Minna Pelz Il soprano Minna Pelz nella parte di Winona, durante le prove per la prima rappresentazione dell’opera a Portland, Oregon, autunno 1926. In: Alberto Bimboni, Scrap Book; Bimboni Collection, The ICAMus Archive.

Sfogliando The New Grove Dictionary of Opera (Sadie, Londra, 1982), dopo Bellini e Berlin e poco prima di Bizet, è situata la scheda biografica di Alberto Bimboni (Firenze 1882/New York 1960) compositore, direttore d’orchestra e didatta stabilitosi negli Stati Uniti, autore di Winona, in tutti i sensi una “All Indian Opera”.
Quella dei Bimboni è una prestigiosa famiglia di musicisti fiorentini. Il DEUMM dell’Utet edito nel 1985 censisce Gioacchino (1810/1895) trombettista, suo fratello Giovanni (1813/1893) clarinettista, il di lui figlio Oreste (1846/1905) direttore d’orchestra. C’è pertanto un vuoto informativo su Alberto, un mancato aggiornamento comprensibile perché Bimboni aveva eletto a propria patria di adozione gli Stati Uniti d’America. Ed aveva sposato la musica dei nativi americani.
La sua principale opera Winona, di cui ad oggi non esiste edizione a stampa, tratta da una leggenda sioux-dakota, rappresentata nel 1926 a Portland e nel 1928 a Minneapolis, aveva raccolto diffusi consensi sia a livello di pubblico che di critica. Il lavoro, in cui si narra di una principessa indiana e del suo rapporto con le leggi del proprio popolo, contiene canti tradizionali di nativi, canzoni Sioux, Chippewa. La verosimiglianza è rafforzata da scene corali all’unisono che danno ancor più il senso comunitario della tribù.

Il manoscritto e tutta la collezione Bimboni ė confluita nel 2014 presso l’Archivio ICAMus, grazie all’amica di famiglia Julia Jacobs. The International Center For American Music si avvale della competente attività della fondatrice, la presidentessa Aloma Bardi che alterna la propria attività fra Firenze e New York e con la quale abbiamo colloquiato.

Alberto Bimboni
Il compositore Alberto Bimboni (1882-1960) in ritagli di giornale dell’ottobre 1926, al tempo delle prove per la prima esecuzione di Winona a Portland, Oregon.
In: Alberto Bimboni, Scrap Book; Bimboni Collection, The ICAMus Archive.

L’ICAMus è una organizzazione no profit costituita a Firenze che promuove sin dal 2002 la conoscenza della musica americana sia contemporanea che del passato. Il sito www.icamus.org ben rende l’idea dell’impegno che il Centro profonde come veicolo di cultura musicale fra Italia ed U.S.A.. Un suo profilo sintetico?
“The International Center for American Music si occupa dello studio delle fonti musicali e della vita musicale negli Stati Uniti, possiede un archivio, la biblioteca, delle collezioni speciali, collabora con molte istituzioni e accademie in Italia, U.S.A., Francia, Germania, insomma in Europa, organizza concerti, performance, incisioni, produzioni editoriali, si forniscono consulenze, si partecipa a trasmissioni radiofoniche… insomma un lavoro su più fronti sulla musica negli States”.

Parliamo di uno dei fulcri della ricerca e divulgazione dell’ICAMus, la figura di Alberto Bimboni. In particolare di Winona, quest’opera straordinaria ambientata sul lago Pepin, fra Minnesota e Wisconsin, della quale lei ha curato a Firenze una riproposizione in forma di concerto.

“Esattamente. Lavorando ad una riduzione dello spartito per canto e pianoforte sulla base dell’orchestrazione originale, ho realizzato una versione condensata dell’opera della durata di 70 minuti in modo da rispettare la continuità della vicenda; non solo un’antologia dell’opera, seppure ridotta, ma una versione che pur priva delle parti corali che hanno una importanza centrale, rappresenta una sintesi che ha conservato in meno minuti le principali arie ed i relativi accordi strumentali.

Da precisare, per la cronaca, che l”estratto” è stato eseguito da alcuni allievi del conservatorio Cherubini di Firenze in concomitanza col convegno “Intersections” (Kent State University), a conclusione di una sessione dell’iniziativa stessa tenutasi nel giugno 2017 con la partecipazione di diverse cattedre di canto del conservatorio. Ma torniamo a Bimboni. Come nacque questo suo interesse, musicale e antropologico, per la Native American Music? Penso alla folgorazione che ebbe Dvořák per il Nuovo Mondo ma anche all’osservazione di etnografi come Franz Boas….”.
“Impressione corretta. Con la partitura di Winona siamo in un’epoca, fra il 1915 e il 1918, che è al culmine di un interesse per i nativi americani sbocciato negli ultimi due decenni dell’800 grazie a studiosi e studiose come Frances Densmore che soggiornarono nelle tribù, ne assorbirono la cultura musicale, trascrissero raccolte di canti per la caccia, il corteggiamento, i cicli del giorno a partire dal sole che nasce, il calendario, la guerra. Un vero e proprio patrimonio di pubblicazioni!”.

Erano tempi in cui questa tematica affascinava altri musicisti. Si pensi ad esempio all’ “indian style” di Charles Wakefield Cadman. Ma per Bimboni quando e come scoccò la scintilla che lo portò ad incorporare le melodie dei nativi in un’architettura lirica?
“Si innamorò della materia quando nel 1912 fece parte della compagnia che portò in giro per gli States la Fanciulla del West di Puccini. Bimboni rimase affascinato da questo modello di interpretazione e cominciò a informarsi in particolare sulle melodie indiane. Poi, nell’età del jazz, gli anni ’20, la direzione dell’interesse si sarebbe spostata verso la musica afroamericana. In un certo senso lui si ritrovò a guardare all’indietro, ed è forse per questo che da allora Winona non è stata più ripresa. Un peccato! Perché è un lavoro in cui pur sentendo la melodia tipica dell’opera italiana l’essenza rimane intimamente americana. Meriterebbe di essere riproposta integralmente!”.

Winona come occasione di integrazione fra più culture attraverso la musica. Ma c’è di più. Ed è il contributo che di fatto la produzione di questo musicista italiano diede al movimento indianista ricevendo imprimatur dalla stessa comunità nativa. Tale argomento è stato peraltro oggetto di studi nella ricordata conferenza i cui saggi ed interventi, reperibili sul sito, sono pubblicati nei Papers Intersections 2017.
“Il contributo italiano al movimento indianista è stato particolarmente significativo, pensiamo all’opera Alglala di Francesco Bartolomeo DeLeone andata in scena nel 1924, uno dei capisaldi dell’Indianist Movement nella musica americana; ma Winona è importante in quanto prima opera indiana, riconosciuta tale dagli stessi nativi, ad opera di un italiano. È che gli operisti italiani sono capaci di guardarsi intorno, sono abili nel trovare soggetti nuovi ed amalgamarli in linguaggio musicale in modo irripetibile, originale, unico. Ci fu per Bimboni una grande ammirazione da parte di pubblico, critici e giornalisti per i due allestimenti del ’26 e del ‘28 nel cui cast erano presenti alcuni nativi dotati di preparazione canora lirico-operistica.

Perry S. Williams
Il librettista di Winona, lo scrittore, critico, giornalista e uomo politico Perry S. Williams (1886-dopo il 1970).
In: Alberto Bimboni, Scrap Book; Bimboni Collection, The ICAMus Archive.

Al di là dell’input creativo, è possibile una qualche analogia di Alberto Bimboni che utilizza musiche indiane strutturalmente monofoniche con il Puccini orchestrale di La fanciulla del West? 

L’ambientazione, soprattutto. Bimboni, per di più, era ben immerso nella cultura statunitense dell’epoca, in un mondo in cui ormai viveva stabilmente da docente emigrato a New York, sbarcato il 30 giugno del 1911, proveniente dalla Mauritania. Un mondo in cui presto si affermò. Basti pensare che fu direttore della Henry Savage Opera Company e della Century Opera Company (negli ultimi anni all’Havana Opera House)”.

Sulla nota che Thomas Warburton ha scritto per il Grove operistico si ricorda anche che insegnò al Curtis Institute ed all’Università di Pennsylvania quindi per 20 anni fu direttore alla Chautauqua Opera Association. Una domanda, ora sul rapporto fra nativi e non nativi. Che tipo di relazione può intravedersi fra la musica degli autoctoni americani e quella degli afroamericani, partendo da una condizione storicamente data di comune subalternità?

“A livello musicale l’interesse su ambedue le comunità si focalizzò sugli esotismi, indipendentemente da aspetti etnici o razziali, e furono viste come sorgenti ispirative per la loro diversità, il primitivismo … La discriminazione fu filtrata dallo stesso Gershwin in Porgy and Bess. Dunque entrambe furono ritenute di grande freschezza per il ritmo, la danza, le credenze… il tutto non semplicemente decorativo ma quale espressione di esotica autenticità. Indubbiamente esisteva una condizione di emarginazione. Ma sul piano artistico tale differente ricchezza culturale fu vista come un comune elemento di originalità a cui Bimboni fu sensibile. Una volta dichiarò di non volersi occupare di cultura colonialista, proposito che oggi suona brillante, geniale, a dir poco innovativo”.

Progetti futuri, oltre la divulgazione dell’epopea musicale di Bimboni? Ho letto di Lo sguardo poetico americano: poeti e compositori negli Stati Uniti visti attraverso concerti, presentazioni, letture dedicate alla lirica d’arte statunitense, musa per compositori e compositrici. Ci sarà un focus anche sugli autori afroamericani?
“Stiamo proprio in questi giorni definendo il programma pluriennale del progetto – partirà dal 2020 – in vari appuntamenti con università ed altre istituzioni.
Di certo ci saranno letture incentrate sulla poesia afroamericana, con cicli dedicati a compositori neri su versi per esempio di Langston Hughes, della Harlem Renaissance, e di autrici che hanno ispirato compositori neroamericani. Anche la poesia ha rappresentato uno dei passaggi attraverso cui si è divenuti compositori in America”.

                                                                                                             Amedeo Furfaro

OPEN PAPYRUS JAZZ FESTIVAL IVREA

Tutte le foto sono di Carlo Mogavero

Il tema del Festival Open Papyrus 39 edizione quest’anno è stato ispirato al direttore artistico Massimo Barbiero dalle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
“Giudicando la propria vita di uomo e l’opera politica, Adriano non ignora che Roma finirà un giorno per tramontare e tuttavia il suo senso dell’umano, eredità che gli proviene dai Greci, lo sprona a pensare e servire fino alla fine”.
Questo si legge nel depliant del festival, in cui Barbiero spiega che l’Adriano delle Memorie è paragonabile a quell’Adriano Olivetti che ha lasciato a Ivrea un’eredità culturale che è doveroso mantenere viva, invece che abbandonarsi ad un nostalgico declino. E non si può certo dire che l’Open Papyrus non stia mantenendo vivo l’humus culturale del territorio. Il festival non è solo musica. C’è un’interesse per le eccellenze del territorio (vedi i vini, vedi i formaggi, ad esempio, che sono protagonisti degli aperitivi a Santa Marta, tra una presentazione e un concerto). C’è, da sempre, un interesse per la diffusione di libri che trattano di musica: in questa 39sima edizione sono stati presentati “I giorni della Musica e delle Rose“, Ed. Stampa Alternativa, di Franco Bergoglio, e “Il suono ruvido dell’innocenza” di Davide Ielmini, ed. Gallerie del Libro.  C’è, da sempre, la valorizzazione di realtà locali come le importanti scuole di danza di Ivrea: in questa edizione non sono mancate performance in piazza e flashmob, oltre che la bella interazione sul palco del Giacosa con Odwalla, di cui si parla di seguito. In scena le tre scuole Baobab, Arabesque e Accademia di Danza e Spettacolo. Da molte edizioni sono state organizzate mostre di pittura e mostre fotografiche: quest’anno da ammirare c’era a Santa Marta la mostra di gigantografie/ritratti di Odina Grosso, Sguardi Africani, mentre a via Palestro, al Caffé del Teatro, sette artisti (Tony Muroni, Susanna Clarino, Alfredo Samperi, Lanfranco Costanza, Umberto Pettene, Ennio Marzano, Daniela Borda) hanno esposto le loro opere per la mostra Arte in Fuga.

Barbiero dunque come sempre imposta un Festival Multiculturale, e resiste alle mille difficoltà che inevitabilmente incontra chi ancora ha il coraggio e la forza di occuparsi di cultura. Difficoltà economiche, resistenze di vario tipo, nonché le conseguenze di indifferenza e anche sottovalutazione di un lavoro oramai quasi quarantennale. Eppure ogni anno il Festival va in scena. E come ogni anno A proposito di Jazz è presente per documentarlo.

Il pomeriggio a Santa Marta non è possibile documentarlo poiché siamo arrivati in tempo per lo spettacolo serale al Teatro Giacosa.

Oltre alla presentazione del libro di Franco Bergoglio, citato più su, e la degustazione, ha preso posto sul palco il Quartetto E-Volution, con il progetto 7Dreams: the Voice of an Albatros. Un quartetto composto da Luis Zöschg: guitar, efx, Christoph Zöschg: drums, percussions, Norbert Dalsass: bass, efx e special guest:
Martin Ohrwalder: trumpet, efx.  Il viaggio di un albatro alla ricerca di cibo in veste di sogno, diviso in 7 movimenti.

Teatro Giacosa, ore 2130

Elliott Sharp e Maurizio Brunod
Special project for Ivrea

Elliott Sharp, guitar
Maurizio Brunod, guitar

Un incontro quasi fortuito a Ny, un pomeriggio passato insieme a parlare di musica e la promessa di rivedersi per suonare insieme: “quel suonare insieme è stasera” dice Maurizio Brunod presentando Elliott Sharp.
Dalle due chitarre si materializzano note che si incrociano e sembrano piccole gocce di qualcosa di più denso dell’acqua, fino a quando Sharp non dà il via al tema, che emerge su quelle gocce sonore e non su accordi armonici.


Fino a quando Brunod non comincia l’interazione vera e propria. Si procede con varianti timbriche, effetti, dialoghi, tra due chitarre che hanno un suono diverso tra loro e dunque si mischiano rimanendo perfettamente distinte, Brunod con il suo suono quasi perfettamente liscio e non privo di eco, Sharp più vibrato e terreno. La loop station aumenta le possibilità di combinazione. Ogni tanto si affaccia del blues, e poi si torna al “non suonato prima di ora”.
In alcuni momenti le due chitarre atterrano su unisoni inaspettati che durano un po’, fino a quando uno dei due musicisti improvvisa lasciando l’altro a quelle note scritte e viceversa.

Sonorità avveniristiche, improvvisazione pura, temi melodici che si stagliano improvvisi su impasti armonici densi di effetti. E poi vibrazioni, urli, glissando, e suoni che sembrano quasi uncini che si agganciano su un ricco e suggestivo tramestio di fondo, scuro eppure molto percettibile nei particolari.
Appaiono reminiscenze di tango, piccoli cenni di country, addirittura, ma sono attimi. Per il resto è tutto un procedere cercando, e trovando, suoni e dialoghi del tutto improvvisati e nuovi.

L’ IMPATTO CON CHI VI SCRIVE

Un concerto particolare, suggestivo, quasi del tutto improvvisato.  Due musicisti che comunicano tra loro con un linguaggio inusuale, che diventa anche il modo di comunicare con il pubblico, fatto di atmosfere cangianti, di contrasti improvvisi e di improvvisi lineari unisoni, e che nonostante in comune abbiano anche lo strumento riescono a tramutare in ricchezza di colori sonori la loro differenza, intrecciando fraseggi, timbri in contrasto, dinamiche, temi melodici, sfondi gravi e pastosi o cristallini e leggeri. Al termine, il silenzio improvviso ha riportato chi era presente in sala sulla terra.

Teatro Giacosa, ore 22:15
Odwalla e Baba Sissoko
Concerto del trentennale

Massimo Barbiero: marimba, vibes, percussions
Matteo Cigna: vibes, percussions
Stefano Bertoli: drums
Alex Quagliotti: drums, percussions
Andrea Stracuzzi: percussions
Doudù Kwateh: percussions
Daouda Diabate: djembè kora e dance
Cheikh Fall: djembè kora
Gaia Mattiuzzi: vocal
Baba Sissoko: vocals e tamà
Giulia Ceolin, Gloria Santella, Barbara Menietti: dance

Per fortuna ad Open Papyrus Jazz Festival trovo quasi sempre Odwalla.
Perché è molto difficile poter assistere a questo spettacolo altrove o in altra occasione. E’ un concerto emozionante, mai uguale, dalle sonorità potenti. E’ visivamente una festa, la danza enfatizza la musica e viceversa.
Ho già scritto molto di questo gruppo composto quasi esclusivamente di strumenti a percussione. Della bellezza degli scambi tra la marimba di Massimo Barbiero e il vibrafono di Matteo Cigna, dei rumori infiniti e magici di Doudù Kwateh, del suono avvolgente delle kora di Daouda Diabate e Cheik Fall , della voce versatile e coinvolgente di Gaia Mattiuzzi e di quella evocativa e potente di Baba Sissoko. Della travolgente interazione tra le due batterie di Stefano Bertoli e Alex Quagliotti e le percussioni di Andrea Stracuzzi.
Le danzatrici, Giulia Ceolin, Gloria Santella, Barbara Menietti, hanno tramutato i suoni in movimento emozionando e incantando il pubblico.
E’ una meraviglia di colori, di varietà di battiti e di note.
E’ un fondamentale esempio di civiltà, di meravigliosa convivenza tra culture diverse, tra arti diverse, tra Uomini Donne Africa Europa India Italia. E’ la terra come potrebbe e dovrebbe essere. E’ la prova che tutto è possibile.

La voce, la vitalità di Baba Sissoko spazzano via ogni barriera.

Parlano le foto di Carlo Mogavero, a colori, perché non vi perdiate nulla se non il suono: ma la musica si ascolta anche guardando



 

“La scelta di non scegliere”: Franco Ambrosetti racconta e si racconta

Un importante volume edito da Jazzit ci apre le porte sulla vita di uno degli artisti e compositori più significativi degli ultimi decenni: Franco Ambrosetti. Con la sua tromba ha girato il mondo e ha incontrato artisti importanti, ha suonato la sua musica ovunque, e anche in veri e propri templi del Jazz.
Eppure la sua esistenza non è disegnata solo dal Jazz.

In questa intervista sveliamo qualcuna delle suggestioni che leggendo questo libro ci hanno incuriosito e appassionato, in quanto racconto non solo autobiografico, ma fortemente evocativo di una storia che riguarda tutti gli appassionati di Jazz.
L’intervista è divisa in piccoli paragrafi ispirati proprio dal libro – racconto di Franco Ambrosetti.

IL LIBRO

D.
Come nasce l’idea di dare vita ad un volume così importante, esaustivo, cronologico? Durante la lettura di questo libro sembra emergere una urgenza anche per se stesso di guardare e ricostruire il mosaico della          propria vita, oltre che di farne il racconto (di certo affascinante) ai suoi lettori. E’ così? O c’è altro ancora?

R.
In realtà non avevo alcuna intenzione di scrivere un libro autobiografico. Ma devo dire che amici, critici, booking agents, in generale persone appartenenti al mondo dello spettacolo hanno insistito al punto tale da presentarmi un giornalista, Marco Buttafuoco, che si è prestato a raccogliere le mie memorie. Per svariati giorni durante 6 mesi, ci siamo incontrati affrontando tematiche non solo autobiografiche ma di contenuto riguardo al vasto mondo musicale che frequento e al jazz in particolare.
A pagina 162 esprimo i miei sentimenti riguardo allo scrivere autobiografie e le ragioni per cui, rileggendo il riassunto di tante ore di conversazione mi decisi a riscrivere il testo da capo, dando un taglio personale alla mia storia. E mentre scrivevo, capitolo dopo capitolo mi appassionavo sempre più al viaggio nei ricordi…Forse per questo può sembrare che ci sia alla base una urgenza di raccontare la propria vita ad altri. Non è così, mi stavo soltanto divertendo a rivivere, raccontandoli, oltre settant’anni di vita, con lo stesso  piacere che provo quando faccio un assolo in concerto.

LA DICOTOMIA, IL DILEMMA

D.
Nel suo libro è costante il richiamo al dilemma principale della sua vita: Università o Musica? Musicista o Imprenditore?

R.
ll dilemma deriva dal fatto di CREDERE di dover scegliere. La società, la famiglia, i benpensanti, i conformisti chi ti circondano te lo fanno capire: dovresti decidere cosa vuoi fare da grande.
Ma nel mio caso il  musicista e l’imprenditore sono assolutamente la stessa persona. Il medico che svolge un’ attività politica non esercita forse anche lui attività molto diverse tra loro, pur essendo la stessa identica persona impegnata in due ruoli? L’unico criterio fondamentale per riuscire a combinare musica e industria è avere talento musicale. Se sei nato musicista puoi fare qualsiasi  mestiere. È solo una questione di gestione del tempo.

D.
Potrebbe tracciare episodi specifici della sua vita in cui a questo dilemma ha dato risposte, anche magari temporeggiando? O prendendo decisioni fondamentali, propulsive, che le hanno permesso di andare avanti invece che arenarsi nell’incertezza?

R.
La mia vita ha smesso di essere avvolta dall’incertezza una volta capito che è assolutamente possibile esercitare due professioni in modo assolutamente professionale. Borodin era chirurgo e chimico eccellente, scriveva sinfonie splendide e faceva parte del gruppo dei cinque con (Rimskji Korsakof, Musorskji ecc).

LA CONTINUITA’, LA SCELTA

D.
Lei si definisce, a ragione, dicotomico. Ma si nota anche un fil rouge continuo nella vita della sua famiglia: in fondo ha avuto un padre musicista, lei è musicista, suo figlio è musicista. Tutti e tre però non siete solo musicisti: è una sorta di predisposizione familiare, genetica, o un valore che si è tramandato, consciamente, o naturalmente?

R.
Forse c’è qualcosa di genetico nel fatto che in famiglia tre generazioni si sono dedicate professionalmente alla musica. Ma penso che la consuetudine nell’ascoltare musica quotidianamente oltre che il frequentare ambienti musicali e i musicisti serva a risvegliare i cromosomi deputati alla funzione musicale. Mio padre, io e mio figlio abbiamo fratelli o sorelle. Loro hanno scelto di non fare musica anche se, a mio parere,  avevano talento e avrebbero potuto fare lo stesso. Hanno scelto di non seguire la nostra strada.

D.
La determinazione di portare avanti (con successo) due vite presuppone, a me sembra, non una indecisione paralizzante ma al contrario una volontà ferrea che permetta l’unione delle due vite: per potersi permettere di essere dicotomici occorre avere una cintura di sicurezza ideale che permetta di compiere le acrobazie tra entrambe senza farsi male. Quale è stata e quale è la sua cintura di sicurezza?

R.
La cintura di sicurezza consiste nel sapere di essere la stessa persona che senza conflitto alcuno passa dall’esame dei bilanci o dalla riunione con i sindacati al palcoscenico per intonare “Giant Steps”. Sempre io sono, con o senza tromba. Aggiungo che la musica è un ottima forma di psicoterapia, di valvola di sfogo per qualsiasi problema non direttamente legato alla musica stessa. Aiuta a prendere distanza da ansie e problemi. Ma anche l’attività industriale è un rifugio dai problemi che il mondo musicale può porre.


IL RIGORE

D.
Lei ha condotto e conduce due vite parallele. Imprenditore e Jazzista. Nel suo libro descrive il suo arrivo al Politecnico di Zurigo, come matricola alla facoltà di ingegneria. Un periodo difficile che la vedeva dormire di giorno mentre i suoi compagni di corso la mattina presto andavano a lezione, all’incirca all’ora in cui lei invece tornava dai club in cui suonava. Verrebbe da pensare al rigore degli studenti e dei futuri ingegneri, contrapposto, come lei stesso racconta, all’etichetta di nato stanco affibbiatagli dai suoi colleghi, o allo stereotipo del musicista senza regole, fuori norma.
Ma la musica non prevede anch’essa un certo rigore? In quel periodo quale era la sua disciplina “altra” rispetto agli studenti del Politecnico?

R.
La disciplina “altra” erano le 5-6 ore di esercizio quotidiano che facevo all’Africana, il club dove suonavo a Zurigo. Per 4 anni.

Tutti i giorni. Oltre ai concerti…

D.
Lei ricorda, del periodo di Zurigo negli anni 60, due anni in cui suonò con un musicista che definisce esattamente così, rigoroso: Kenny Clarke. Perché rigoroso?

R.
Rigoroso perché razionale, preciso e intransigente. Come ogni genio.

D.
Leggendo il suo libro emerge una Zurigo vivacissima in quegli anni: molta musica, un viavai di grandissimi musicisti. Lei ne dipinge un ritratto davvero nitido, e a dire il vero chi immagina la Svizzera non la immagina esattamente così. Fino a quando si arriva all’episodio della mancata Jam Session di John Coltrane all’ Africana. E’ il tipico rigore svizzero?

R.
No, è peggio: è la tipica cultura svizzera tedesca in cui tutto ciò che non è obbligatorio è proibito. 

D.
Un altro tipo di rigore che mi piacerebbe lei raccontasse è quello dimostratole da suo padre che, presente ad una Jam Session con Charlie Mingus, decise che lei non doveva accettarne la scrittura, perché aveva gli esami alla facoltà di economia.

R.
Quello non fu rigore. Piuttosto il fatto che io, primogenito e quarta generazione di industriali, ero destinato a gestire le aziende di famiglia. Era per difendere gli interessi familiari, anche rispetto a mio nonno che allora era ancora a capo delle aziende.

D.
Esiste, a suo parere, una categoria di strumentisti più rigorosa di altre, o il rigore è una questione personale, di indole, di carattere?

R.
Il rigore è indirettamente proporzionale al talento. Meno talento, meno facilità con lo strumento, più rigore cioè più ore di studio.

LA VOGLIA DI VIVERE

D.
Questa frase nel suo libro appare a pagina 42, quando descrive l’estate passata a Villa Pirla, residenza presa in affitto da Enrico Intra a Castiglioncello. Cos’è la voglia di vivere per lei? E’ una sensazione legata alla musica o è più in generale una sorta di fiducia nella vita stessa, a prescindere dalla musica? E come ha influenzato le sue scelte, se le ha influenzate?

R.
La voglia di vivere è tutto per me. Sono un ottimista, ho fiducia nella vita al di là della musica, non vedo mai il bicchiere mezzo vuoto. E non sopporto i nichilisti.

 

LE EMOZIONI

D.
La stretta al braccio da parte di Miles: chi vorrà leggerà i particolari di quella particolare serata. Ma quanto ha contato poi nella sua vita di musicista quella stretta fugace ma forte?

R.
Ha contato moltissimo. Anni dopo Miles espresse  opinioni molto lusinghiere su di me, in un’ intervista di cui conservo la copia.
Ma la stretta al braccio ce l’ho nel cuore.

D.
Herbie Hancock al contrabbasso e lei al pianoforte possiamo annoverarla tra le grandi emozioni da raccontare?

R.
Oh sì! Anche se tutta la serata fu un emozione forte. Ma messa nel suo contesto temporale, nel 1965  Herbie non era il mito che è divenuto oggi, e noi giovani affrontavamo le jam session con quella sana incoscienza e leggerezza  che contraddistingue la gioventù.

D.
Le emozioni negative contano anch’esse. Penso alla rabbia ad Umbria Jazz che le fece abbandonare il palco, o alla delusione a Los Angeles per una performance difficile davanti ad Horace Silver. Per lei le emozioni negative sono comunque fonte di creatività? E invece l’amore, gli affetti?

R.
I miei affetti sono sempre stati al centro della mia vita, l’ amore mi ha ispirato innumerevoli composizioni  come “Silli in the Sky” o “ Silli’s Nest” e tra le ultime “ Silli’s long Wave” che ho appena registrato a New York. Anche le delusioni amorose sono fonte di ispirazione per comporre ma il risultato è appesantito dal dolore che si prova in quel momento, pur rimanendo  uno stimolo alla creatività, uno sfogo, una specie di antidolorifico.

 

LE CITTA’, I LUOGHI

D.
Zurigo, Basilea, Lugano, le Cicladi. E un’infinità di viaggi. Quali sono le città che sente più visceralmente parte della sua vita, di musicista e di imprenditore?

R.
New York per la musica. New York come imprenditore. Paros per il relax. Venezia almeno una volta all’anno per spaesarsi.

D.
Se potesse fissare una differenza profonda, per la sua esperienza di musicista, tra Zurigo e New York, quale sarebbe? E quale invece una affinità profonda e inaspettata?

R.
New York è molto più competitiva, più dinamica. È stimolante e frenetica. Zurigo è una delle città più vivibili del pianeta, come Vienna. Tutto funziona. 

Entrambe, Zurigo e Vienna promuovono la creatività di un artista in modo più umano, a ritmi più lenti. In fondo il movimento Dada è nato a Zurigo. E la secessione a Vienna….

D.
Lei ha suonato nei templi del Jazz di tutto il mondo. Quale è quello che di più la ha emozionato, colpito, e quale quello che invece la ha deluso?

R.
La delusione: Lussemburgo. Al concerto c’erano due persone, il portinaio e sua moglie perché la manifestazione non era stata annunciata. Quelle belle sono troppe. Ma diciamo che la prima volta al Blue Note di New York è stato emozionante.

 

I MUSICISTI, I PROGETTI

D.
Un progetto realizzato e uno non realizzato?

R.
Realizzato: l’ultima registrazione fatta in gennaio a New York con John Scofield, Uri Caine, Scott Colley e Jack de Johnette. Uscirà in giugno per l’etichetta Unit. Non realizzato: Suonare una volta con John Coltrane.

 

D.
Un musicista amato e uno meno amato?

R.
Se deve essere uno, l’amato è Frank Zappa. Meno amato, Ted Curson.

IL TEMPO

D.
Lei parla del metodo da lei inventato per ottimizzare il tempo e riuscire ad esercitarsi con la tromba nonostante viaggiasse continuamente per lavoro. Il far quadrare il tempo le è stato facilitato dall’essere musicista? O dalla sua formazione manageriale? O entrambe?

R.
Far quadrare il tempo quando se ne ha poco è una questione manageriale. È parte del concetto di produttività, produrre di più  in meno tempo.

I CRITICI MUSICALI

D.
Io che la intervisto scrivo di musica. E così le chiedo qualcosa sul duro giudizio che lei da dei critici musicali a pagina 59. Non pensa che, come in alcuni casi c’erano e ci sono pregiudizi su musicisti dal doppio mestiere come è lei, non ce ne siano anche sulla competenza di chi scrive di musica? Una delle frasi che sento dire più spesso è “se scrive è solo un musicista mancato”

R.
Ci sono critici buoni e altri no. Come in tutti i mestieri.Sicuramente ci sono molti pregiudizi verso chi, come nel mio caso, è fortunato.

Schönberg scriveva, a proposito di Mahler ,spesso  oggetto di pessime critiche durante la sua vita, che ciò fosse giusto. Perché il critico coperto di onore durante la sua vita potesse avere una compensazione per la vergogna che lo avrebbe sommerso dopo la sua morte. Musicisti e critici fanno mestieri diversi. Uno fa, l’altro giudica. Ma quando ci si mette in vetrina ci si espone automaticamente alla critica. Poco importa che sia competente, corretta o totalmente sballata e scritta da un musicista mancato. Nessuno è obbligato ad andare in scena. Se ci va è il rischio che si corre in ossequio al diritto di critica che è una delle libertà fondamentali della democrazia liberale.
Poi è diritto di ciascuno essere d’accordo o no.

 

IL FUTURO

D.
La mia ultima domanda riguarda il suo futuro di musicista. Dunque i suoi progetti a breve, medio e lungo termine. Ci sono? Quali sono?

R.
Il prossimo progetto è una registrazione in duo con 4-5 pianisti, solo di ballads. Forse in qualche brano aggiungo un bassista.

È previsto per fine anno a New York. I pianisti verranno contattati a breve. Le farò sapere quali saranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono aperte le iscrizioni alle masterclass di Celano Jazz Convention 2019

Celano Jazz Convention torna in estate con la seconda edizione in programma dal 31 luglio al 3 agosto 2019. I concerti e le masterclass della rassegna portano anche quest’anno a Celano alcuni dei nomi più importanti del panorama jazzistico nazionale per una serie di appuntamenti imperdibili. Il direttore artistico del festival, il chitarrista Franco Finucci, ha scelto di affiancare il percorso rivolto al pubblico, costituito dai concerti serali sul palco di Piazza San Giovanni, con le Masterclass dedicate ai giovani jazzisti, compiendo, in entrambi i casi, delle scelte di indiscusso livello. Celano Jazz Convention rinnova anche quest’anno la mediapartnership con il webmagazine Jazz Convention.

Ogni sera, poi, al termine dei concerti, si aprirà la jam session presso l’Osteria degli Artisti. Tutti i concerti sono ad ingresso gratuito e, in caso di pioggia, si svolgeranno presso l’Auditorium Enrico Fermi.

Il percorso didattico voluto da Franco Finucci presenta una squadra di docenti di alto profilo, formata da Paolo Damiani (arrangiamento, composizione e orchestra aperta), Marco Di Battista (analisi delle forme), Max Ionata (sassofono), Umberto Fiorentino (chitarra), Elisabetta Antonini (canto), Luca Mannutza (pianoforte), Luca Bulgarelli (contrabbasso), Maurizio Rolli (basso elettrico), Marcello Di Leonardo (batteria) e Marcello Malatesta (sound engineering). Marcello Malatesta e Marco Di Battista condurranno anche il corso di tastiere elettroniche.

Le sessioni di lavoro sono organizzate in masterclass di strumento e seminari sull’improvvisazione, corsi singoli e collettivi. In questo modo, durante i giorni del festival, Celano diventerà una vera e propria cittadella del jazz, con la presenza di jazzisti già affermati e di giovani talenti che verranno a studiare insieme a loro.

La seconda edizione rappresenta così il naturale seguito del disegno avviato lo scorso anno dal direttore artistico Franco Finucci: un percorso di lunga gittata, capace di unire qualità musicale, accoglienza e promozione del territorio.

La stagione del Rossini Jazz Club di Faenza si conclude con l’appuntamento dedicato agli allievi della Scuola Sarti

Giovedì 11 aprile 2019, la stagione del Rossini Jazz Club si conclude con l’appuntamento affidato agli Allievi dei Corsi di Jazz della Scuola Sarti di Faenza. La rassegna diretta da Michele Francesconi si presenta in questa stagione con due cambiamenti sostanziali: il Bistrò Rossini di Piazza del Popolo è il nuovo “teatro” per i concerti che si terranno di giovedì. Resta immutato l’orario di inizio alle 22. Il concerto è ad ingresso libero.

Il Rossini Jazz Club rivolge ancora una volta lo sguardo alle nuove generazioni e ai musicisti che interpreteranno il jazz nel prossimo futuro. L’ultimo appuntamento della stagione del club faentino è dedicato ai giovani talenti emergenti del territorio e, in particolare, agli allievi dei corsi jazz della Scuola Sarti di Faenza.

I giovani musicisti avranno, così, l’occasione di esordire all’interno di un contesto prestigioso e sotto lo sguardo attento del pubblico della nostra rassegna. Una prova importante per misurarsi con il pubblico e con gli altri interpreti su un palco come quello del Rossini Jazz Club, all’interno di una rassegna apprezzata a livello nazionale per la qualità delle scelte musicali e per l’intenzione coerente di offrire un panorama sfaccettato e vitale della scena jazzistica italiana.

La rassegna musicale diretta da Michele Francesconi, dopo oltre dieci anni, ha cambiato sede per spostarsi al Bistrò Rossini che è diventato, ogni giovedì, il Rossini Jazz Club: la seconda importante novità riguarda proprio il giorno della settimana, si è passati appunto al giovedì come giorno “assegnato” ai concerti. Lo spirito che anima l’intero progetto è rimasto invece immutato: al direttore artistico Michele Francesconi e all’organizzazione generale di Gigi Zaccarini si è unita, da quest’anno, la passione e l’accoglienza dello staff del Bistrò Rossini con l’intenzione di offrire all’appassionato e competente pubblico faentino una stagione di concerti coerente con quanto proposto in passato.

Il Bistrò Rossini è a Faenza, in Piazza del Popolo, 22.

La storia della musica materia d’insegnamento alle superiori – Intervista al chitarrista Nicola Puglielli

‘La musica annulla le distanze’. Questo il titolo dell’iniziativa tenutasi di recente a Cosenza presso l’Auditorium Guarasci del Liceo Classico Telesio.

Si è trattato di un concerto di gemellaggio fra l’Istituto Comprensivo Padula di Acri, diretto dalla dirigente scolastica dott.ssa Simona Sansosti, la cui Orchestra si è esibita con quella romana dell’I.C. “Virgilio”, a sua volta diretto dalla prof.ssa Rosa Isabella Vocaturo, con più di 100 giovani studenti coordinati da Laura Simionato e Danilo Guido. Dunque una bella esperienza di interscambio e di musica d’insieme, nel cui staff ha partecipato il chitarrista romano Nicola Puglielli. È l’occasione per discutere con lui di vari temi a partire dall’insegnamento musicale.

-La didattica musicale è divenuta un ramo preponderante fra le attività del musicista jazz oltre ai concerti e ai dischi… C’è oltretutto al Parlamento la proposta di una legge che prevede l’introduzione della storia della musica alle superiori. Sarebbe un positivo posizionamento per una disciplina musicale. Cosa ne pensi?

“Sono opportunità a dir poco fantastiche. E lo sarebbero ancora di più se ci fosse a monte un progetto di ampio respiro. Un progetto che partisse dalle nostre radici culturali, quelle che ci “perseguitano” sin dalle medie, senza nazionalismi, un lavoro che investisse lirica, canzoni storiche, brani da film, musica latina, specie per la parte chitarristica, che è quella di mia competenza. La chitarra classica resta una strada fra le più formative. I ragazzi, ritengo, vadano musicalizzati tenendo presente che per loro è centrale la timbrica e soprattutto la dinamica, a cui sono interessati perché vicini al suono come elemento-base della musica”.

Dalla formazione alla discografia. Parlaci del tuo album live, registrato al Garbatella Jazz Festival, ‘Play Verdi Live in Rome’, inciso per Terre Sommerse assieme ad Andrea Pace al sax tenore, Piero Simoncini al contrabbasso e Massimo D’Agostino alla batteria.

“Negli ultimi anni ho inciso quattro dischi; il primo era ‘Play Verdi’, il secondo ‘I Trovatori’, con una rivisitazione verdiana alla Django, il terzo, di jazz in senso stretto, ‘In The Middle’ e, quindi, nel 2018, il ‘Play Verdi Live in Rome’. È un lavoro di gruppo, una ricerca nata all’origine su spinta di mio padre, poi realizzata collettivamente grazie ad un rapporto di vera amicizia, e per la comune volontà condivisa nel Play Verdi Quartet di farla, di andare avanti. Siamo partiti dai preludi di Verdi; è lì infatti che abbiamo trovato la nostra chiave elaborativa, in modo rispettoso dell’operista, che resta inarrivabile, si pensi al Preludio dell’Aida. Forse un purista non gradirà la nostra riduzione, ma nel “cigno di Busseto” c’è ” ricchezza che cola”. A differenza di Puccini, più orchestrale, Verdi ha una propulsione ritmica e polifonica molto stimolante”.

È un progetto che ti ha portato in giro per concerti…

“Si, abbiamo fatto vari concerti, con buoni riscontri anche in Germania. Nello specifico in Italia la gente sente familiare il repertorio verdiano, specie le diverse variazioni fra un brano e l’altro, dove ognuno si presenta come un mondo a se stante”.

-In cosa sono sempre differenti le composizioni fra loro?

“Intanto se guardiamo alla espressività ci rendiamo conto che è la nostra cultura che ci ha consentito e ci consente un lirismo “da pelle d’oca”. Ma non è solo questo. Chet Baker ci piace perché con la sua musica e il suo canto raccontava delle storie. Ma se ci si riflette, anche Verdi è molto narrativo, siamo più vicini all’Africa perché lui racconta nelle sue opere le emozioni umane, il dolore, la quotidianità in modo sempre diverso”.

-Verdi stesso un trovatore, un griot melodrammatico?

“In un certo senso. Nella musica di Verdi sussiste una sorta di pre-blues poiché vi si descrive l’atmosfera di prima che arrivasse il jazz, anche attraverso personaggi di strada, un popolo di umili, il gobbo, la mondana, la zingara… È questa la forza oltre che la maestria di Verdi. Nel disco non abbiamo stravolto gli accordi che son rimasti i suoi. Ed è stata per noi una scuola in cui ci siamo sentiti obbligati a suonare, ad improvvisare con pertinenza rispetto al materiale melodico a disposizione”.

Parliamo della nuova generazione di chitarristi jazz italiani. Hai qualche nome? È un jazz in salute?

“Certo. E ci sono giovani preparatissimi, Giacomo Ancillotto, Francesco Diodati, Manlio Maresca, Daniele Cordisco, Gianluca Figliola, Andrea Molinari, Stefano Carbonelli e prima di loro, come età, Marco Acquarelli, Enrico Bracco e vari altri. Fra i giovanissimi Leonardo Bacchiocchi, talento sedicenne, un vero enfant prodige”.

-In una speciale classifica di settore Wes Montgomery è stato definito il più grande chitarrista jazz di tutti i tempi. Sei d’accordo?

“Si. Con Reinhardt. E poi non bisogna dimenticare Joe Pass, il diplomatico della chitarra, Pat Martino, ma anche musicisti di frontiera come Lenny Breau, statunitense naturalizzato canadese, o Ted Greene, due innovatori che si conoscono meno”.

-Ti faccio altri tre nomi di mostri sacri della chitarra non jazz: Jimi Hendrix, Eric Clapton, Mark Knopfler. Estraine uno.

“Hendrix, che riesce a suonare 20 minuti un pezzo di due accordi senza un minimo “decadimento” di tensione nell’esecuzione”.

-Chitarra elettrica o no, per il jazz che proponi oggi?

“Personalmente ho una Fender Jazzmaster, solidbody, che i jazzisti non usano in genere, e poi adopero una classica semiacustica, una Martin American Archtop. Sto lavorando ad un album di sola chitarra. Lo strumento è quello giusto per la mia espressività odierna, per descrivere quello che sono oggi”.

Amedeo Furfaro