Grande musica a GradoJazz by Udin&Jazz: In particolare evidenza Gonzalo Rubalcaba e Snarky Puppy

Snarky Puppy Grado 11.7.19 ph: Dario Tronchin ©

Si è conclusa con una standing ovation la 29° edizione di “Udine&Jazz” o se preferite la I° di “GradoJazz”. No, non sto giocando con le parole o con i numeri, sto solo sottolineando come, giunto alla sua 29° edizione, “Udine&Jazz”, per volontà del suo ideatore Giancarlo Velliscig, ha abbandonato il capoluogo friulano per motivazioni di carattere politico già ampiamente illustrate in questa stessa sede. La scelta è caduta su Grado, splendida località tra laguna e mare, storica stazione turistica di tedeschi e austriaci. Ed è stata una scelta pagante: ottima l’accoglienza delle autorità comunali, ottima la risposta del pubblico, splendida la location del Parco delle Rose al cui interno è stata istituita una tenso-struttura capace di ospitare un migliaio di persone con una resa acustica soddisfacente. Unico elemento su cui non si è stati in grado di intervenire la pioggia, che si è fatta vedere a giorni alterni provocando comunque qualche guasto come l’annullamento del concerto di “Maistah Aphrica” un gruppo di otto musicisti molto amati e di cui qui in Friuli si dice un gran bene.

Palmanova, 06/07/2019 – Grado Jazz by Udin&;Jazz – King Crimson Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2019

E proprio la pioggia è stata la grande protagonista del concerto che nella Piazza Grande di Palmanova, il 6 luglio, ha inaugurato la fase finale del Festival, dopo i concerti-anteprima a Tricesimo, Cervignano, San Michele del Carso e della rassegna “Borghi Swing” a Marano Lagunare. Nella storica cittadina in provincia di Udine era in programma l’attesissimo concerto dei King Crimson; durante tutta la serata la pioggia ha flagellato costantemente le migliaia di spettatori giunti per ascoltare la storica band. Alle 22,30 tutto lasciava prevedere che il concerto non si sarebbe potuto svolgere, data l’inclemenza del tempo. Ma gli organizzatori hanno tenuto duro nella speranza che la pioggia si fermasse ed hanno avuto ragione ché verso le 23 finalmente ha smesso di piovere e Fripp e compagni hanno fatto il loro ingresso sul palco suonando per circa due ore. Ed è stato tutto un amarcord: ho visto spettatori più che adulti commossi quasi fino alle lacrime nell’ascoltare la musica che probabilmente aveva accompagnato la loro gioventù. Ed in effetti i King Crimson hanno riproposto un repertorio di brani celebri: da “Epitaph” a “In the Court of The Crimson King”, da “Starless” al bis, arrivato all’una di notte, “21st Century Schizoid Man”. L’esecuzione è stata degna di cotanto nome anche se personalmente non ho particolarmente gradito l’insistenza di Fripp sulle distorsioni: uno, due, tre vanno bene… ma tutto un pezzo suonato in questo modo francamente per me è troppo. Confesso comunque di non essere un giudice imparziale dal momento che i King Crimson non hanno mai fatto parte della mia formazione musicale.

Quinteto Porteño ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Archiviato l’evento, eccoci a Grado per la prima serata del festival vero e proprio (il 7 luglio). Apertura come si dice col botto data la grande levatura dei musicisti, italiani, sul palco. A rompere il ghiaccio è stato il “Quinteto Porteño” e per il vostro cronista è stata forse la sorpresa più bella del festival. Amo incondizionatamente la musica di Piazzolla ma solo molto raramente mi è capitato di ascoltare un gruppo che pur rifacendosi alla musica del grande compositore argentino riesca ad esprimerne adeguatamente lo spirito. Di solito manca la carica drammatica, il pathos. Ebbene il “Quinteto Porteño” nonostante abbia eseguito solo musiche originali, è riuscito perfettamente a ricreare quelle atmosfere, quelle suggestioni care a Piazzolla. Il tutto grazie ad una empatia che costituisce l’asse portante del gruppo: così, mentre la scrittura è equamente divisa tra Nicola Milan (accordion) e Daniele Labelli (pianoforte), il compito di esporre la linea melodica è principalmente sulle spalle dell’eccellente violinista Nicola Mansutti, ben sostenuto da Roberto Colussi alla chitarra; una menzione particolare la merita Alessandro Turchet assolutamente sontuoso al contrabbasso sia in fase di accompagnamento sia negli interventi solistici tutt’altro che sporadici. Come si accennava, quel che affascina in questo quintetto è la compattezza declinata attraverso arrangiamenti sempre ben studiati che trovano terreno fertile nella bellezza dei temi caratterizzati sempre da una suadente linea melodica. Così tutti i musicisti si mettono al servizio del collettivo, senza ansia o volontà di strafare; in questo senso perfetto il contributo del fisarmonicista: di solito, nei gruppi tangheri, la fisarmonica tende e strafare; non così nel “Quinteto Porteño” in cui Nicola Milan è apparso sempre misurato, suonando le note indispensabili al progetto, non una di più.

Paolo Fresu Trio, Grado 7.7.19 ph: Gianni Carlo Peressotti ©

A seguire il trio di Paolo Fresu con Dino Rubino al piano e Marco Bardoscia al contrabbasso. I tre hanno presentato la colonna sonora dello spettacolo teatrale “Tempo di Chet” che hanno portato in giro per oltre sessanta repliche. Di qui un’intesa umana oltre che musicale che si percepisce immediatamente, al primo ascolto: il gruppo si muove in maniera coesa, mai una sbavatura, mai un’indecisione, con Fresu a tracciare e dettare le atmosfere, con Rubino a disegnare straordinari tappeti armonici e Bardoscia a legare il tutto.  In repertorio, oltre ad alcuni standard preferiti da Chet Baker, brani originali sempre nello spirito e nel ricordo di Chet. Ecco, quindi, tra gli altri, “My Funny Valentine”, “Basin Street Blues”, “The Silence Of Your Heart”, “Jetrium” un original in cui si ascolta la batteria preregistrata di Stefano Bagnoli, “When I Fall In Love”; in conclusione si ascolta brevemente la voce dello stesso Chet Baker che interpreta “Blue Room”. Particolarmente curiosa la storia di un altro original, “Hotel Universo”, presentato durante il concerto e scritto da Fresu in ricordo di una particolare notte; quella volta a Lucca – è lo stesso Fresu a raccontarlo – “alloggiavo all’ Hotel Universo. La signora alla reception mi dà le chiavi della numero 15. Salgo in camera, è una bella stanza ampia arredata con mobili un po’ retrò, stile anni Cinquanta. Mi sistemo, apro la finestra che dà su piazza del Giglio e prende posto su una sedia. Sopra il letto è appesa una fotografia: è Chet Baker. E’ seduto nello stesso posto in cui sono seduto ora. Dietro, dalla finestra aperta, si vede la piazza, esattamente come ora, dalla medesima finestra. Insomma un bell’omaggio di una albergatrice che evidentemente mi vuole bene”. Comunque ricordi a parte, set assai intenso, di grande impatto emotivo non a caso salutato dal foltissimo pubblico con calorosi applausi.

A completare una prima serata assolutamente positiva un duo di classe con Laura Clemente alla voce e Andrea Girardo alla chitarra. Laura è una vocalist raffinata, dotata di una bella voce, di notevoli capacità interpretative, di un gusto particolarmente ricercato: nel suo repertorio figurano brani tutti di notevole spessore anche se non sempre identificabili con il jazz… ma questo poco importa.

Clemente&Girardo duo 7.7.19 ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Anche la seconda giornata – ad ingresso gratuito –  si apre con una sorpresa: il trio del pianista brasiliano Amaro Freitas, con Hugo Medeiros alla batteria e Jean Elton al contrabbasso. Cresciuto nelle favelas di Recife, il giovane Amaro si è costruito passo dopo passo uno stile del tutto personale, uno stile percussivo in cui tuttavia è possibile riscontrare le influenze di alcuni maestri sia del jazz quali Ellington, Monk e Tatum, sia della musica brasiliana, Egberto Gismonti su tutti. Il rapporto con la musica inizia nella chiesa evangelica grazie al padre che, quand’era bambino, gli insegna a suonare la batteria. La tastiera arriva solo in un secondo momento perché, durante le funzioni religiose, c’è bisogno di uno strumento che funga da accompagnamento. Venendo al concerto di Grado, dopo il brano d’apertura – “Coisa n. 4” di Moacir Santos – Amaro ha sciorinato una serie di sue composizioni (“Dona Eni”, “Samba de César”, “Paço”, “ Trupé”, “Rasif “, “Aurora”, “Mantra”) che hanno letteralmente mandato in visibilio il pubblico, colpito dalla straordinaria energia e inventiva dell’artista brasiliano. All’interno di “Vitrais” ha addirittura creato nuovi innesti musicali basati sulle note di “Con te partirò” di Bocelli e di “Bella Ciao”! Non è certo un caso che Freitas venga, quindi, considerato un rinnovatore della musica brasiliana “attraverso – come afferma lo stesso pianista –  una nuova forma di costruzione melodica e armonica che passa per la valorizzazione percussiva e per il work in progress collettivo che si realizza durante i concerti”.

Amaro Freitas 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

A seguire un’altra esibizione trascinante quella della “North East Ska Jazz Orchestra”. Nata nel 2012 la big band riunisce diciotto musicisti che si rifanno soprattutto alla musica giamaicana. L’intento era quello di unire molte persone attive professionalmente nel panorama della musica giamaicana e afroamericana presenti nel Triveneto. La NESJO fin da subito ha, quindi, ottenuto molti consensi, anche grazie alla collaborazione con importanti esponenti della musica ska e del reggae italiano, consensi che si sono registrarti anche al di fuori dei confini nazionali, in Francia, Spagna, Paesi Bassi, Germania, Slovenia e Croazia. Sostenuto magnificamente dalle voci di Rosa Mussin, Freddy Frenzy e Michela Grena il gruppo si muove su ritmi assai elevati, ottenendo successo di critica e di pubblico, successo che non è mancato a Grado.

Sempre l’8 in cartellone anche un terzo concerto con Lorena Favot 4et “Landscapes” ma, causa stanchezza, non sono riuscito a sentirlo; amici degni di fede mi hanno comunque riferito che si è trattato di una performance in linea con il livello alto della serata.

North East Ska* Jazz Orchestra 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Lorena Favot 4et 8.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Ed eccoci al 9 luglio con quella che personalmente consideravo la chicca del Festival, vale a dire l’esibizione del Trio di Gonzalo Rubalcaba.

Ma procediamo con ordine. Ad aprire la serata i “Licaones” al secolo Mauro Ottolini trombone, Francesco Bearzatti sax, Oscar Marchioni organo, Paolo Mappa batteria. Nato quasi per gioco con l’album “Licca-Lecca” di una decina d’anni fa, il gruppo ha conservato la vivacità e soprattutto la gioia di suonare degli inizi. Elementi questi che si riscontrano in ogni loro concerto: a vederli sul palco si intuisce immediatamente che si divertono a suonare e in tal modo divertono anche chi li ascolta, mantenendo il livello musicale sempre alto. Così verve, ironia, funky si mescolano in una ricetta originale e trascinante.

Licaones 9.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Successivamente è stata la volta del già citato Gonzalo Rubalcaba, in trio con Armando Gola al basso e Ludwig Afonso batteria. Illustrare, in questa sede, la carriera di Rubalcaba è impresa tutto sommato inutile tale e tanta è la popolarità raggiunta in tutto il mondo dal pianista cubano: basti dire che attualmente è considerato una delle massime espressioni del pianismo jazz, vincendo due Grammy e due Latin Grammy e ottenendo ben 15 nomination. Agli inizi era, a ben ragione, considerato un pianista “cubano” in quanto nel suo stile erano ben presenti tutti gli elementi musicali dell’ ”Isola”: Man mano, Gonzalo si è staccato da questo linguaggio per approdare ad una sintesi che è sua e solo sua. Descrivere la sua musica è infatti molto, molto difficile; si ascolta un flusso sonoro illuminato da improvvisi lacerti di gran classe che aprono come uno spiraglio, una luce improvvisa sull’universo sonoro disegnato dal trio. In quest’ottica, particolarmente brillante l’intesa con il bassista, con il quale Gonzalo collabora da una decina d’anni… e si sente chiaramente, dal momento che i due si uniscono, si accarezzano, si compenetrano, sempre insieme, come una mano in un guanto. Oggettivamente difficile il compito del batterista entrato nel gruppo solo da un anno che deve dialogare da pari a pari con il piano di Rubalcaba, senza un attimo di tregua, sempre nella condizione di fornire la risposta giusta e rilanciare verso nuovi traguardi. Comunque devo dire che anch’egli se l’è cavata egregiamente. Insomma davvero un concerto memorabile che resterà nel cuore e nella mente di chi ha avuto la fortuna di assistervi.

Gonzalo Rubalcaba Trio 9.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

I concertini notturni ci riservano un’altra bella sorpresa: Humpty Duo, ovvero Luca Dal Sacco alla chitarra acustica e Matteo Mosolo al contrabbasso. Sebbene il progetto, “Synchronicities” sia interamente dedicato all’opera di Sting e dei Police, il jazz si libera in ogni singola nota con squisita ricercatezza. Non a caso il nome scelto dal duo richiama un celeberrimo brano di Ornette Coleman: “Humpty Dumpty”.

Il 10 serata dedicata al blues. Apertura con il chitarrista Jimi Barbiani accompagnato da Pietro Taucher all’organo e Alessandro Mansutti alla batteria. Professionista di sicuro spessore, Barbiani si è fatto le ossa suonando in giro per il mondo grazie ad una tecnica raffinata, ad un repertorio consolidato e ad una voglia di suonare che dopo tanti anni di professionismo è ancora lì, ben presente.

Jimi Barbiani 10.7.19 Grado ph: Angelo Salvin ©

Il clou della serata era rappresentata da Robben Ford “Purple House Tour” e l’attesa dei tanti amanti del blues non è andata delusa. Ad onta dei 67 anni e di circa 50 anni di carriera Robben conserva tutte le caratteristiche che ne hanno fatto un grande bluesman. Bella padronanza scenica, tecnica chitarristica di primo livello, voce sempre presente, intonata… e una carica di entusiasmo che si è facilmente trasmessa al numeroso pubblico. Considerato “Uno dei più grandi chitarristi del XX secolo” nel corso della sua carriera ha ottenuto cinque nomination ai Grammy, senza trascurare il fatto che la marca di chitarre Fender gli ha dedicato una sua creatura (“Robben Ford Signature”); ultima notazione tutt’altro che trascurabile: nel 1977 è stato il fondatore degli “Yellowjackets” all’epoca chiamato “The Robben Ford Group”. A Grado ha presentato, in quartetto, il suo nuovo album “Purple House” ed è stato un bel sentire. Ottimo il gruppo con un batterista tanto potente quanto di metronomica precisione, moderno il linguaggio caratterizzato da un’alternanza di generi: dal southern al blues, dal rock alla fusion, con qualche sconfinamento nel jazz.

Robben Ford 10.7.19 Grado ph: Angelo Salvin ©

La serata si è conclusa con il trio del chitarrista Gaetano Valli, con Silvano Borzacchiello alla batteria e Gianpaolo Rinaldi alle tastiere (a sostituire degnamente il contrabbasso di Riccardo Fioravanti); in programma il nuovo progetto “Sylvain Valleys & Flowers”, nato dall’intesa di tre amici di vecchia data che si ritrovano a suonare assieme dopo vent’anni scoprendo la passione comune, oltre che per il jazz, per la montagna. Non a caso il clima della performance è stato, oserei dire, dolce, distensivo e meditativo alternando brani inediti e citazioni provenienti dalla tradizione musicale. Un bravo di cuore a Gaetano Valli, artista che non ha ancora ottenuto i riconoscimenti che merita.

 

Gaetano Valli Trio 10.7.19 Grado ph: Gianni Carlo Peressotti ©

Ed eccoci alla serata finale dell’11 luglio; come accennato la pioggia ha costretto gli organizzatori a cancellare il primo concerto di “Maistah Aphrica” e l’ultimo del trio di Gianpaolo Rinaldi. E’ rimasta quindi in piedi l’esibizione di Snarky Puppy (main stage e platea completamente al coperto), che a Grado hanno iniziato la loro tournée italiana per presentare il nuovo lavoro discografico, almeno nel titolo di estrema attualità, “Immigrance”. Il concerto ha visto il sold out con molti spettatori anche in piedi – da segnalare al riguardo, finalmente, la presenza di molti giovani. E, come accennavo in apertura, il pubblico ha gradito – e molto – il concerto tanto da riservare al gruppo l’unica stand ovation di tutto il festival. Ovazione assolutamente meritata in quanto ancora una volta il gruppo ha espresso una cifra artistica di assoluto livello. Certo, la loro musica è trascinante ma non facilissima: il collettivo newyorchese, composto da una trentina di musicisti (a Grado rappresentato da nove elementi), si muove su terreni impervi, in cui jazz, funk e R&B si mescolano in un magma sonoro costruito con estrema consapevolezza. In effetti chi crede che la musica di Snarky Puppy sia soprattutto estemporanea si sbaglia e di grosso: il tutto è arrangiato con precisione e grande professionalità, lasciando comunque spazio ad improvvisazioni declinate attraverso una preparazione tecnica di primo livello. Come sempre in primo piano il bassista, compositore e arrangiatore Michael League, vera mente del gruppo, che ha guidato l’esibizione con sicurezza.

Snarky Puppy 11.7.19 Grado ph: Dario Tronchin©

Il recital del gruppo ha quindi chiuso nel migliore dei modi l’esperienza di questo primo “GradoJazz”,  il cui bilancio finale non può che essere positivo. Il festival, organizzato da Euritmica con il sostegno di regione Friuli Venezia-Giulia, comune di Grado, Promoturismo FVG, Fondazione Friuli e in collaborazione con i vari comuni coinvolti, nonostante il cambio di location, sempre pericoloso, ha comunque conservato quelle caratteristiche che nel corso degli anni ne hanno fatto una delle manifestazioni più interessanti dell’intero panorama jazzistico italiano. Intendo riferirmi da un canto al giusto mix tra musicisti internazionali e italiani con una particolare attenzione verso gli artisti friulani, dall’altro alla valorizzazione del territorio e dei relativi prodotti: ad esempio, quest’anno, il vino ufficiale della rassegna è la vitovska del Castello di Rubbia (con etichetta creata ad hoc per GradoJazz) e vi assicuro che si tratta di un gran vino.

Gerlando Gatto