L’editoriale del direttore

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Cari amici,

un’avvertenza: mi accingo a scrivere questo editoriale per fatto personale. Sì avete ben capito: per fatto personale in quanto sono stufo di certe inesattezze che leggo sempre più spesso.

L’avvento della rete ha dato la stura ad una serie infinita di improvvisati “scrittori” che hanno analizzato (si fa per dire) anche il microcosmo del . E fin qui nulla da obiettare dal momento che la stessa Costituzione attribuisce a ciascuno il diritto di esprimere appieno le proprie idee (art. 21 “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione”). Abbiamo così avuto l’opportunità di scoprire nuovi “critici”, alcuni (per la verità pochi) interessanti e altri (molti altri) i cui articoli all’epoca della carta stampata non avrebbero trovato ospitalità nel più piccolo giornale di provincia. Ma va bene così, dal momento che ognuno può scrivere (entro certi limiti) ciò che vuole e ognuno può leggere ciò che preferisce.

In tale contesto si inseriscono, però i cd. ‘social’ e allora la situazione si complica non poco. Facebook, che avrebbe potuto essere una palestra di civile confronto, si è ben presto trasformato in un’arena in cui non ci si confronta ma ci si batte. Chi non la pensa come te deve essere semplicemente distrutto, al momento solo a parole, ma non escludo che qualche “fuori di testa” pensi prima o poi di passare alle vie di fatto. Il tutto nella non corretta valutazione che si possa insultare impunemente. Bene, vorrei al riguardo precisare che non è così dal momento che esiste l’istituto della querela cui il sottoscritto ricorrerà alla prossima valanga di insulti immotivata.

Ciò detto veniamo al nocciolo del problema che vorrei sollevare in questa sede. Purtroppo molti degli “odiatori” cui prima facevo riferimento si autodefiniscono “giornalisti” pur non avendo alcun diritto a una tale qualifica.

Ora come sa pure uno studente delle medie, per fare l’avvocato devi essere prima laureato e poi superare un esame di stato; la stessa cosa per gli ingegneri, gli architetti… per non parlare dei medici. E nessuno si sognerebbe mai di presentarsi come avvocato o ingegnere o medico se non lo è nella realtà, perché tutto ciò configura anche un reato di carattere penale (art.498 codice penale). Non si capisce, perché, viceversa, basta scrivere qualche articolo per sentirsi e definirsi “giornalista”. Forse alcuni non lo sanno ma anche la professione di giornalista è normata: cito testualmente dal vocabolario Treccani della lingua Italiana “giornalista chi per professione scrive per i giornali, e chi collabora come redattore alla compilazione di un giornale; fare il giornalista: essere iscritto all’albo dei giornalisti (come professionista o come pubblicista secondo che si eserciti questa sola attività o che si svolgano anche altre attività retribuite o professioni)”. Insomma per essere giornalista o scegli la strada per cui devi farti assumere da una testata giornalistica e dopo un certo lasso di tempo superare un esame di stato (e diventi “professionista”) o trovi una testata giornalistica disposta ad ospitare e soprattutto a pagare i tuoi articoli in numero variabile da regione a regione e allora diventi “pubblicista”. Tertium non datur.

Si badi bene, non voglio con questo difendere la categoria dei giornalisti contro cui io stesso mi sono scagliato spesso e volentieri denunciandone i molti vizi, cresciuti in dismisura negli ultimissimi anni: troppa vicinanza con il potere, troppa commistione, gusto eccessivo nell’interpretare (si fa per dire) le notizie… insomma una progressiva perdita di indipendenza che dovrebbe caratterizzare l’attività del giornalista. Quindi nessuna difesa d’ufficio… ma il desiderio che almeno nel nostro microcosmo, quello della musica e soprattutto del jazz, si conservi una certa onestà intellettuale: chi non è giornalista smetta di qualificarsi in tal modo ché non ne ricava alcunché di positivo.

Mi ha fatto sorridere la pagina web di un signore, quasi cinquantenne, che si occupa di jazz, pagina chiaramente indirizzata a cercare lavoro: insomma una sorta di curriculum. Ad aprire la pagina, come normale, nome cognome ma subito dopo ecco la qualifica “giornalista”. Peccato che nel prosieguo del curriculum venga specificato di non essere pubblicista: allora se non sei pubblicista, non sei professionista (altrimenti l’avresti indicato) che cavolo di giornalista pretendi di essere? Per la cronaca: chi scrive ha verificato che il soggetto in questione non è iscritto all’albo dei giornalisti. Allora perché non la smettiamo con queste pagliacciate e contribuiamo così ad una maggiore serietà dell’ambiente tutto? Ambiente in cui le persone di qualità abbondano, persone che pur sapendo e scrivendo di musica molto meglio di tanti giovani virgulti hanno sempre specificato di non essere giornalisti.

Ci vuol tanto a dirlo? O almeno ci vuol tanto a non evocare questa categoria? Credo proprio di no, anche perché, ripeto, oggi essere additato come un giornalista non sempre è un complimento!

Gerlando Gatto

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