La scomparsa di Mario Guidi: ci ha lasciato un grande professionista del jazz

Un grave lutto ha colpito il mondo della musica jazz. È scomparso stamani a Foligno Mario Guidi, tra i più noti manager jazz, critico musicale e padre del pianista Giovanni.

È lo stesso musicista, sul suo profilo Facebook, ad annunciarne poche ore fa il decesso: “Questa mattina papà – scrive Giovanni – se n’è andato. È stata una grande sorpresa. Ma a pensarci bene, non potevamo che essere tutti certi che sarebbe riuscito a non soffrire per niente! Esattamente come desiderava… I funerali ci saranno Domenica 29 Dicembre alle 15.30 alla chiesa di Sterpete a Foligno”.

Molti i pensieri da parte di amici, di musicisti e di festival sparsi in tutta Italia, con i quali aveva collaborato e che tutti rispettavano e apprezzavano come un manager illuminato e competente, da Enrico Rava: “Qualcosa che non avrei mai voluto dover scrivere: Mario Guidi se n’è andato. Da più di trent’anni, mio collaboratore indispensabile e geniale, e mio carissimo amico. Non ho parole per esprimere la mia gratitudine nei suoi confronti” a Paolo Fresu: “Mario è stato uno dei primi a intraprendere la strada di una professione che, nell’Italia degli anni Ottanta, non esisteva. Nei suoi lunghi anni di attività si è occupato di artisti come Enrico Rava e Stefano Bollani contribuendo con amore e passione a dare luce artistica anche al suo amato figlio Giovanni, oggi uno dei più creativi pianisti europei…”

Il direttore Gerlando Gatto e la redazione di a Proposito di Jazz porgono sincere condoglianze alla famiglia Guidi.

Ciao Lanfranco!

Frequento il mondo del jazz oramai da più di 50 anni eppure non sono tanti i musicisti che potrei definire “amici”, almeno nell’accezione che attribuisco a tale termine.

Ebbene tra tali artisti c’era sicuramente Lanfranco Malaguti, un musicista assolutamente straordinario, dotato di una tecnica superlativa, sempre e comunque al servizio dell’espressività, mai soddisfatto dei traguardi raggiunti, cercando sempre nuove strade tanto che se si ascolta con attenzione la sua discografia si avverte, immediatamente, quest’ansia di ricerca, questa necessità di trovare nuove soluzioni. Ma Lanfranco non era solo un grande jazzista, era anche e soprattutto un uomo colto (profonde le sue conoscenze matematiche), buono, mite, sensibile, intelligente, un uomo cui mi sentivo particolarmente vicino anche se le frequentazioni non erano così assidue. La notizia mi è arrivata improvvisa, inattesa: una telefonata dell’amica Daniela Floris e un cazzotto terribile nel basso ventre che ti fa piegare in due e purtroppo ti fa piangere dal dolore… anche se questa volta non fisico.

Con Lanfranco c’era un bel rapporto, un bellissimo rapporto incentrato innanzitutto sulla stima reciproca e poi sulla simpatia umana, sulla voglia di parlarsi, di confrontarsi. Eh sì, perché Lanfranco amava parlare, esprimere le proprie idee e soprattutto ascoltare quelle degli altri.

Ci siamo conosciuti verso la metà degli anni ‘80 quando ebbi modo di recensire, più che positivamente, uno dei suoi primi album. Lui non so come, si procurò il mio numero di telefono e mi chiamò innanzitutto ringraziandomi e poi chiedendomi di andare più a fondo sulle mie valutazioni. Cosa che ovviamente feci in quella prima lunga telefonata.

Dopo di allora quella di confrontarci ad ogni sua uscita discografica divenne una nostra piacevolissima consuetudine: ogni volta che Lanfranco pubblicava un nuovo album, mi lasciava il tempo di ascoltarlo e poi mi chiamava chiedendomi un giudizio, un parere. E ovviamente lui non solo accettava le mie poche, pochissime critiche ma si preoccupava di rendere sempre più leggibile il percorso che durante gli anni l’aveva portato ad applicare la teoria dei frattali alla musica che andava producendo e che nel corso degli anni assumeva sempre più i caratteri di una originalità tale da porlo, a mio avviso, in cima ai musicisti di jazz non solo italiani.

Quando gli esprimevo queste mie idee, lui ne era davvero contento, felice di sentire come la sua musica venisse apprezzata. Poco tempo fa ci siamo rivisti a Roma ed è stato un bell’incontro, come sempre. In quella occasione ci siam detti che dato il suo riavvicinamento alla Capitale (si era trasferito dal Veneto a Bologna) sarebbe stato più facile rivedersi anche perché mia moglie mai era stata a Bologna e quindi avevo voglia di fargliela conoscere. Purtroppo non ce l’abbiamo fatta!

Poche settimane dopo, sempre per via telefonica, Lanfranco mi confessò la sua decisione di non incidere più; ne rimasi francamente stupito e ovviamente gli   chiesi spiegazioni ma fu abbastanza vago nelle risposte. A tutt’oggi non sappiamo cosa sia realmente accaduto, cosa abbia provocato questa disastrosa caduta dal quarto piano dell’ospedale di Belcolle a Viterbo, se sia stato un malaugurato incidente, se Lanfranco sia stato sopraffatto da un momento di particolare sconforto, se fosse da tempo afflitto da qualche grande preoccupazione e quindi se questa sua decisione di allontanarsi dagli studi di registrazione trovasse una ratio in qualcosa di molto, molto profondo.

Quel che è certo è che da oggi ho un amico in meno e almeno per me non è cosa da poco!

A vele spiegate il “Roma Jazz Festival 2019”

Tutte le foto sono di ADRIANO BELLUCCI, che ringraziamo moltissimo.

ROMA JAZZ FESTIVAL – NO BORDERS. MIGRATION AND INTEGRATION

Roma, 1 novembre – 1 dicembre 2019

Si è chiusa domenica, 1 dicembre, l’edizione 2019 del “Roma Jazz Festival”. Ancora una volta la manifestazione voluta e disegnata da Mario Ciampà non ha deluso le aspettative rispetto sia al rapporto programma – tema sia alla qualità della proposta musicale.

No Borders- Migration and Integration” era il tema di quest’anno ed in effetti la presenza di alcuni artisti quali – tanto per fare qualche nome – Archie Shepp e Abdullah Ibrahim – sta lì a testimoniare quanto il jazz abbia fatto nel corso della sua non lunghissima storia, per abbattere le barriere che ancora separano gli uomini. Ma in linea di massima tutti gli artisti presenti hanno offerto uno spaccato di qualità delle varie tendenze oggi presenti sulla scena jazzistica internazionale. Infine davvero encomiabile la partecipazione dei molti musicisti italiani sulla cui statura non credo ci siano oramai dubbi di sorta.
Non mi ha viceversa convinto la scelta di coinvolgere diverse locations ma ciò dipende probabilmente dalla mia non giovanissima età per cui non amo particolarmente muovermi a Roma… ma questo è un altro discorso che meriterebbe ben altri approfondimenti.
Ma torniamo alla musica.

L’11 novembre è salito sul palco Archie Shepp con Carl Henri Morisset piano, Matyas Szandai contrabbasso e Steve McCraven batteria.

Parlare di Archie Shepp significa rievocare una stagione particolarmente significativa e non solo per il mondo del jazz: siamo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70; la società statunitense è pervasa da fortissime inquietudini, i giovani manifestano sia per la pace sia per una effettiva eguaglianza tra bianchi e neri, alcuni comportamenti della polizia reclamano profondi cambiamenti e il riferimento è ai disordini avvenuti nel carcere di Attica nel 1971 repressi violentemente. Il jazz non si chiama fuori e tra i grandi musicisti è proprio Archie Shepp a scrivere di getto “Attica” a seguito dell’ondata emotiva causata dalla repressione di cui sopra. Ma è solo un esempio di quanto Shepp si sia speso per affermare l’afrocentrismo e la tradizione musicale del continente africano e quindi per ribadire quanto rispetto meriti la popolazione di colore negli States. Di conseguenza ascoltare un concerto di Shepp è sempre un’esperienza particolare che, a mio avviso, va vissuto sotto un duplice aspetto.

Dal punto di vista emozionale, almeno per chi scrive, è sempre toccante trovarsi davanti uno dei più grandi esponenti della storia del jazz.

Dal punto di vista più strettamente musicale non si può fare a meno di notare come, purtroppo, anche per Shepp il tempo abbia lasciato qualche traccia. Il ruggito del vecchio leone, almeno nel concerto romano, non si è sentito. La voce strumentale si è affievolita, l’imboccatura del sax tenore non è ferma e solida come un tempo, la presa di fiato denota qualche incertezza che si ripercuote immancabilmente sulla qualità del suono. Viceversa quando ricorre al canto, Shepp è più convincente: la voce è sempre roca, graffiante e l’interpretazione sicuramente all’altezza della situazione. Insomma Shepp sa dare un significato preciso a ciò che canta e lo sa comunicare assai bene.
Funzionale a quanto detto la scelta del repertorio che si basa su alcuni classici della tradizione come, ad esempio, “Petit fleur” di Sidney Bechet, “Don’t get around much anymore” e “Come Sunday” di Duke Ellington. Non mancano certo pezzi più moderni come “Ask me now” di Thelonious Monk, “Wise One” un brano di Coltrane tratto dall’album “Crescent” del 1964 particolarmente caro a Shepp… immancabile il già citato “Attica”, mentre come bis un graditissimo “Round Midnight” accolto con un’ovazione dal numeroso pubblico.

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Mercoledì 27 novembre al Teatro studio di scena il quintetto del sassofonista e clarinettista Gabriele Coen, con Benny Penazzi violoncello, Alessandro Gwis pianoforte e live electronics, Danilo Gallo, contrabbasso e basso elettrico e Zeno de Rossi batteria.

Ora se mettiamo assieme cinque jazzisti di assoluto livello, un compositore di spessore assoluto (Leonard Bernstein) e un arrangiatore di sicura competenza (Andrea Avena), le aspettative non possono che essere molto alte. E tali aspettative sono state assolutamente soddisfatte. Il gruppo ha presentato un progetto incentrato sul compositore di Lawrence, Massachusetts, che confluirà in un album la cui uscita è prevista per il prossimo gennaio.
La prima parte del concerto è stata dedicata a “West Side Story”, il musical con libretto di Arthur Laurents, parole di Stephen Sondheim, rappresentato per la prima volta il 19 agosto 1957 al National Theatre di Washington.
Abbiamo così ascoltato in rapida successione, preceduti da una breve ma esauriente presentazione di Coen, “Prologue”,“Something’s Coming”, “The Dance at the Gym-Cha Cha (Maria)”, “Tonight”, “One Hand, One Heart”, “I Feel Pretty”, “Somewhere”. Particolarmente azzeccate le interpretazioni di “Maria” e “Tonight”, probabilmente i pezzi più noti dell’intero musical.
Sulla scorta degli originali arrangiamenti concepiti da Avena, il gruppo ha leggermente velocizzato i due brani mettendone così in rilievo tutto il potenziale ritmico, grazie anche ad una sezione particolarmente affiatata come quella composta da Zeno De Rossi e Danilo Gallo; i due sono stati semplicemente superlativi… così come d’altro canto tutti i membri del quintetto. In particolare Alessandro Gwis si è meritato applausi a scena aperta per alcuni assolo particolarmente centrati mentre letteralmente trascinanti gli inserti del violoncello di Benny Penazzi che ha avuto l’onore di suonare diretto dallo stesso Leonard Bernstein. A completare la front-line il sassofono soprano e il clarinetto di Gabriele Coen che ha condotto la serata con autorevolezza evidenziando la solita bravura come solista.

Tornando alla cronaca del concerto, ancore più impegnativa la seconda parte, di ispirazione ebraica, che si è aperta con il primo movimento dai “Chichester Psalms”, opera completata nel 1965 su commissione del decano della cittadina inglese di Chichester. Si tratta di una selezione di testi biblici in lingua ebraica, articolata in tre movimenti, scritta per corista ragazzo soprano o contralto, coro e orchestra, quindi un’opera estesa non facile da interpretare in chiave jazzistica e per giunta in quintetto. Difficile la traduzione in chiave jazz anche di “Yigald” altra melodia liturgica scritta nel 1950 per piano e coro.
A chiudere “Some Other Time” scritto nel 1944 per il musical “On the Town” con liriche di Betty Comden e Adolph Green.
Alla fine scroscianti e meritati applausi e viva attesa per l’album che, come si accennava, dovrebbe uscire nel prossimo gennaio.

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Venerdì 29 novembre è stata la volta della chitarrista e vocalist portoghese, di origini capoverdiane, Carmen Souza in quartetto con Ben Burrell piano, Theo Pascal basso, Elias Kacomanolis batteria e percussioni.

In programma la presentazione dell’ultimo album “The Silver Messengers” dedicato, come facilmente comprensibile, a Horace Silver. Ora, dedicare un omaggio ad una figura talmente straordinaria come quella di Silver, è impresa sicuramente molto, molto difficile che comunque Carmen ha affrontato con la giusta dose di consapevolezza, maturità, ed umiltà. In effetti, come più volte dichiarato dalla stessa artista, l’intento è stato quello non tanto di riproporre pedissequamente la musica del maestro quanto di far rivivere su disco e sul palco le peculiarità che hanno fatto grande la musica di Silver, vale a dire uno stile giocoso e colorato di influenze funky, una forte carica ritmica, una melodia riconoscibile e penetrante. Non a caso Carmen ama ripetere, al riguardo che il suo obiettivo è “onorare la musica e il compositore, il gusto, l’innovazione e fare luce sul suo lavoro in modo che la sua musica continui a toccare altre persone che non sono mai venute in contatto con essa”
Di qui l’album di cui sopra che viene ulteriormente valorizzato durante le performance. Non ho assistito ad altri concerti di Carmen Souza ma devo dire che questo all’Auditorium mi ha davvero impressionato e per più di un motivo.
Innanzitutto la straordinaria padronanza scenica dell’artista: Carmen non ricorre ad alcun artificio scenico e sul palco è davvero elegante nella sua squisita compostezza, affidandosi completamente al talento che possiede in sovrabbondanza. La sua voce è molto, molto particolare: centrata prevalentemente sul registro medio-basso è comunque capace sia di scendere con naturalezza nelle tonalità più basse sia di risalire verso l’alto, più alto. Il timbro è screziato, a tratti graffiante, leggermente roco a ricordare alcune delle grandi vocalist del passato. Assolutamente pertinente il contorno strumentale con in primissimo piano Theo Pascal al basso elettrico e contrabbasso, mentore della vocalist con la quale collabora da ben diciotto anni, il quale non a caso firma tutti gli arrangiamenti del gruppo.

E così brano dopo brano la musica si dipana con naturalezza: si apre con un brano celeberrimo di Edu Lobo, “Upa neguinho”, e già si ha la consapevolezza di poter assistere ad una bella performance. Carmen è perfettamente a suo agio, la sua voce comincia a graffiare il giusto e i compagni d’avventura la seguono fedelmente. Segue un brano scritto da Theo Pascal con liriche della stessa Souza, “Lady Musika”, dedicato espressamente a Horace Silver il quale era solito riferirsi alla musica come “Lady Music”. Ed ecco quindi il primo brano di Horace Silver, “The Jody Grind”, che l’artista interpreta facendo ricorso ai ritmi della “funana”, un genere musicale molto popolare a Capo Verde. Ed è anche questa l’occasione per evidenziare come nello stile di Carmen Souza confluiscono elementi di varia natura che si renderanno più espliciti nel prosieguo del concerto: accenti esotici, africanismi, scat nella più completa accezione jazzistica, bossa nova, samba… il tutto mescolato sì da realizzare un unicum di sicuro impatto. Impatto che si ripropone quando la vocalist intona il celebre “Soul Searching” ancora di Horace Silver.
Gustosa, divertente la riproposizione di un vecchio brano di Glenn Miller, “Moonlight Serenade” adottata dallo stesso direttore d’orchestra come sigla musicale.Ancora due blues, “Capo Verdean Blues” di Silver e “Silver Blues” di Pascal e Souza dopo di che ci si avvia al finale con chiari riferimenti all’Africa. E sulle note di “Pata Pata” e “Afrika” il pubblico risponde positivamente all’invito della vocalist, danzando e applaudendo festosamente Carmen e compagni

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Come accennato, domenica 1 dicembre conclusione alla grande con il progetto Mare Nostrum ovvero Paolo Fresu (tromba e flicorno), Richard Galliano (fisarmonica e accordina) e Jan Lundgren (pianoforte).

L’intesa, nata una decina d’anni fa, e documentata da tre eccellenti album incisi nei rispettivi Paesi di origine, si sostanzia nel tentativo, perfettamente riuscito, di elaborare un linguaggio nuovo, originale, partendo dalle radici proprie di ciascun musicista. In effetti sia Fresu (sardo), sia Galliano (francese di chiare origini italiane), sia Lundgren (svedese) sono artisti profondamente legati alle proprie origini da cui hanno tratto linfa vitale per la loro musica, i cui tratti caratteristici si ritrovano in una ricerca melodica a tutto campo non disgiunta da un senso ritmico-armonico per cui non si avverte la mancanza di contrabbasso e batteria.

L’apertura è affidata a “Mare Nostrum” la composizione che apre il primo dei tre album incisi dal trio e, guarda caso, composta non già dai due musicisti mediterranei ma dallo svedese Lundgren. E già da questo pezzo si ha un’idea precisa della musica che si ascolterà durante il concerto. I tre si muovono secondo un preciso idem sentire, lasciandosi portare dall’onda emotiva che trasmettono al pubblico e che dal pubblico ritorna sul palco con straordinaria immediatezza. Così il concerto non conosce un attimo di stanca, con il trio che si scompone in duo per ricomporsi subito dopo senza che ciò abbia la minima influenza sull’omogeneità del tutto. Le atmosfere sono variegate, così ad esempio l’italianità di Fresu emerge chiaramente in “Pavese”, in “Love Land” sono le atmosfere tipiche del folk svedese ad assurgere in primo piano, mentre in “Chat Pitre” di Galliano è facile scorgere quella dolce malinconia tipica di certa musica francese.

E così è un continuo aggiornamento della tavolozza di colori espressi dal trio grazie ad una maestria strumentale e ad una capacità espressiva che fanno dei tre dei grandiosi interpreti.

Il concerto trova una sua splendida conclusione con due bellissime melodie, “The Windmills of Your Mind” di Michel Legrand e “Si Dolce è il tormento” dal nono libro di madrigali scritto a Venezia nel 1624 da Claudio Monteverdi, compositore innovativo protagonista degli albori dell’opera barocca

 

Gerlando Gatto